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Come l'Alimentazione può Salvare Vite

L'alimentazione può essere una terapia? Il nutrizionista e infermiere Nicola Viola spiega menù in RSA, proteine negli anziani, sarcopenia e malnutrizione.

Come l'Alimentazione può Salvare Vite
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Nicola Viola — Nutrizionista

Ultimo aggiornamento: 2026-09-24

Quanto tempo hai?

L'alimentazione può essere una terapia? Negli ospedali e nelle RSA spesso ci si chiede se il paziente ha mangiato, non cosa ha mangiato. Nicola Viola, biologo nutrizionista, infermiere e osteopata, spiega a Cristian Valeri e Guido Magrin perché la nutrizione degli anziani fragili è ancora sottovalutata, cosa non funziona nei menù delle strutture e perché proteine e massa muscolare contano più di quanto si pensi.


Perché il tema è urgente oggi

La popolazione invecchia e nelle strutture arrivano pazienti sempre più anziani e con più malattie insieme. Per loro mangiare poco, o mangiare male, significa perdere muscolo, forza e autonomia, e guarire peggio da ferite e malattie.

La malnutrizione negli anziani è frequente soprattutto dove la dipendenza è maggiore: ospedali, RSA, lungodegenze. Eppure la nutrizione resta spesso in secondo piano, schiacciata tra costi, abitudini e forniture. È un tema che riguarda i professionisti, ma anche le famiglie che ogni giorno guardano il piatto di un parente in struttura.


Cosa emerge dall'episodio

Nicola Viola ha lavorato circa dieci anni come infermiere in ospedale e un paio d'anni in assistenza domiciliare. È anche osteopata da circa dieci anni. Oggi lavora soprattutto come nutrizionista, in libera professione e con aziende sanitarie come iHelp, per cui struttura i menù e segue i bisogni nutrizionali degli ospiti. Per anni ha fatto il tutor agli studenti di infermieristica: tra questi c'era Cristian Valeri, che lo ringrazia perché senza quell'incontro, al primo anno, probabilmente non sarebbe arrivato fin qui.

Pazienti più complessi, attenzione più scarsa

Negli ultimi anni, osserva Viola, il paziente è quasi sempre polipatologico. I reparti sono sempre più specialistici, ma una persona ricoverata in nefrologia potrebbe stare anche in cardiologia o in medicina. Il nutrizionista, come l'infermiere, deve guardare la persona nel suo insieme.

Eppure, dice, «nelle strutture viene data ancora troppo poca importanza a quella che è la nutrizione». Lo ammette anche per sé: quando faceva solo l'infermiere, nelle consegne contava se il paziente aveva mangiato o no. «Ha mangiato, non ha mangiato». La pianificazione guardava se aveva i denti, se si alimentava da solo o andava imboccato. Non si chiedeva se avesse rifiutato la fonte proteica o i carboidrati.

In RSA oggi c'è una figura garante del menù: nel caso delle strutture che segue, è lui. In ospedale la responsabilità formale è del medico, ma nel lavoro quotidiano chi segue l'alimentazione è quasi sempre l'infermiere. Quando lavorava in Stroke Unit, racconta, il neurologo chiedeva all'infermiere se il paziente avesse bisogno di nutrizione enterale. Il limite è che «bisogna sempre arrivare all'estremo»: il paziente non mangia, quindi sondino, nutrizione enterale o PEG. Invece si può anticipare. Se un ospite di 85 anni assume meno di 0,5 grammi di proteine per chilo al giorno, non bisogna aspettare che smetta di mangiare. E c'è molta differenza tra un menù per disfagici e una persona che fatica solo a masticare i cibi duri.

Menù tra palatabilità, costi e famiglie

Quando ha iniziato a occuparsi dei menù delle RSA, il primo ostacolo è stata la povertà nutrizionale di alcuni preparati. Si guardava soprattutto alla palatabilità: cibi impanati, fritti, precotti, graditi agli ospiti. Ha dovuto trovare un compromesso tra coprire almeno i fabbisogni minimi e mantenere piatti accettati.

Il costo conta, ma secondo Viola i preparati industriali non sempre fanno risparmiare. Una platessa impanata di marca, dice, può costare 18-20 euro al chilo, mentre il pollo si trova a 10-12 euro. È vero che i prodotti confezionati si conservano meglio, ma esistono molte preparazioni semplici e con pochi grassi.

Poi ci sono le abitudini. Quando nei menù un piatto come pasta e ceci copriva da solo primo e secondo, i parenti protestavano: «ma voi non date il secondo a mio padre?». Così si è dovuto trovare un altro equilibrio. Oggi i menù sono divisi per sezioni: il paziente standard, quello con sindrome metabolica, quello con insufficienza renale. Le uniche "postille" rigide, spiega, riguardano l'insufficienza renale e il diabete scompensato. Sul menù di Pasqua la colomba c'è, ma con un asterisco per chi ha il diabete non compensato.

La dieta mediterranea va contestualizzata

Uno dei passaggi più discussi riguarda la dieta mediterranea, spesso indicata come la migliore per tutti i pazienti. Viola la considera il modello più solido in letteratura, ma difficile da applicare davvero in un anziano. «La base della piramide alimentare del modello nutrizionale mediterraneo è l'attività fisica e lo stile di vita attivo», spiega. È questo che giustifica il 55-60% di calorie da carboidrati. Un ospite che si sposta dal letto alla poltrona, e se va bene al corridoio, non ne ha bisogno, ed è facile che superi il suo fabbisogno calorico. Il rischio è peggiorare un diabete o una sindrome metabolica.

C'è anche un problema di qualità. Nel modello mediterraneo i carboidrati sono cereali in chicco, anche integrali, legumi, frutta e verdura freschi. «Voglio vedere chi trova il cereale integrale in chicco adesso nell'RSA», dice. Più spesso si trovano purè, semolino, pastina, frutta processata. E soprattutto, sottolinea, «l'abbassamento della quota proteica è un dramma per questi tipi di pazienti».

I conduttori ricordano anche il caso opposto: gli ospiti con Alzheimer che camminano molti chilometri al giorno per il wandering, il vagabondaggio tipico della malattia, e consumano molte calorie. In questi casi, conferma Viola, il fabbisogno va ricalcolato.

Proteine: più di quanto si pensi

Per gli over 65, spiega, il riferimento degli 0,8 grammi di proteine per chilo di peso «non si può più vedere». Le indicazioni più recenti parlano di 1-1,2 grammi, e alcuni esperti arrivano a 1,6-1,8. Per una persona di 80 chili significa quantità importanti. Le proteine, ricorda Viola, si trovano anche nei cereali e in tracce nelle verdure, ma su di loro pesa la paura di danneggiare reni e fegato. Per lui l'unica vera eccezione è l'insufficienza renale, in cui l'apporto va ridotto in base alla funzione del rene. «In tutti gli altri casi il resto è pura leggenda», dice.

Il segreto, per Viola, è la regola 80-20: «il giusto apporto 80-20 o 70-30». Almeno il 70-80% del cibo deve essere nutrizionalmente denso, il resto può lasciare spazio agli sfizi. Con l'età il gusto cambia: molti anziani perdono la palatabilità di tanti cibi ma conservano quella del dolce. Così mangiano i carboidrati raffinati e lasciano proteine e verdure. Il problema nasce quando il menù standard mette in fila bastoncini di pesce, lasagne, gateau di patate e colomba: non va bene per una persona sana, figuriamoci per un paziente fragile. Il rischio, osserva, è compensare con più farmaci, come l'insulina, invece di intervenire sulla causa.

Lo stesso accade nell'ambulatorio del medico di famiglia. Le linee guida chiedono prima lo stile di vita e poi il farmaco, ma spesso «è più comodo il farmaco», anche perché non chiede cambiamenti al paziente. Viola dice di lavorare con medici che collaborano con lui su questo.

Sarcopenia e obesità sarcopenica

Uno dei conduttori porta il discorso sulla sarcopenia, la perdita di massa muscolare con aumento della quota di grasso. Non riguarda solo le RSA: con lavori sedentari, poca attività e stress, dice, ci sono trentenni che biologicamente sembrano cinquantenni. E le persone che arrivano a 90-95 anni ancora autonome hanno tutte una cosa in comune: conservano la massa magra.

Viola rilancia con l'obesità sarcopenica: persone formalmente sovrappeso o obese che hanno la massa magra di una persona sottopeso, cioè malnutrite in modo nascosto. «Fra un po' ci sarà un sacco di obesità sarcopenica», avverte, anche tra i 40 e i 45 anni. Culturalmente guardiamo al peso totale, non alla composizione corporea. Ai pazienti che vogliono dimagrire ripete che la massa magra è come «il conto in banca e la pensione»: più ne hai, meglio vivi da anziano. Per questo, spiega, in una persona di 65-70 anni con 15 chili in più a volte è più prudente mantenere il peso che farla dimagrire, per non intaccare il muscolo.

Il muscolo, aggiunge, alza il consumo energetico di base, aiuta la regolazione ormonale e toglie dal sangue il glucosio in eccesso. «I tuoi muscoli sono i pancreas ausiliari», dice ai pazienti: basta una passeggiata dopo mangiato o fare le scale. I conduttori collegano il tema alle strutture in cui l'uso eccessivo di contenzioni costringe le persone a letto o in carrozzina: meno movimento, meno muscolo, più cadute, fino al declino. E alle lesioni da pressione, dove la nutrizione è uno dei fattori di prevenzione insieme alla postura e all'idratazione.

Chi può prescrivere una dieta

Un infermiere può dare indicazioni nutrizionali? In linea di massima, spiega Viola, la pianificazione personalizzata spetta al medico, al biologo nutrizionista e al dietista. L'infermiere è autonomo e prezioso nella somministrazione, nella vigilanza e nell'educazione del paziente. Può dare indicazioni generali, per esempio sul fabbisogno calorico, ma non redigere un piano nutrizionale personalizzato. In pratica, spiega, significa aiutare il paziente a capire che pesce, carne, legumi e uova fanno bene al suo muscolo più del purè.

Colazioni e merende: occasioni sprecate

Infine, i prodotti proteici. Nelle strutture colazione e merenda sono quasi sempre latte e biscotti, tè o camomilla. Per anziani con poco appetito, dice Viola, «sono delle occasioni sprecate per fornirgli nutrienti essenziali». Un budino proteico che sa di crème caramel potrebbe fare molto più di uno pieno di zuccheri. Un tempo esistevano quasi solo prodotti tecnici sanitari, più costosi. Oggi budini e frullati proteici diffusi su larga scala costano meno. Viola spera che si usino di più, magari con protocolli regionali o delle ATS che indirizzino le strutture. Il divario, ricorda, è ancora più grande nei pazienti con lesioni da pressione, che hanno bisogni più alti.

Come prossimo ospite suggerisce Matteo Giuseppe De Rosa, medico di medicina generale con cui collabora, per raccontare la medicina di famiglia vista da dentro.


Cosa dice la scienza

Quanto è diffusa la malnutrizione

La meta-analisi di Cereda e colleghi (Clinical Nutrition, 2016) ha raccolto 240 studi su 113.967 anziani valutati con il Mini Nutritional Assessment. La malnutrizione era del 3,1% tra chi vive a casa, dell'8,7% tra chi riceve assistenza domiciliare, del 17,5% nelle case di riposo, del 22% in ospedale e del 28,7% nelle lungodegenze. Più alto era il livello di dipendenza, più frequenti erano la malnutrizione e il rischio di svilupparla.

Le proteine dopo i 65 anni

Il gruppo PROT-AGE (Bauer e colleghi, JAMDA, 2013) raccomanda agli over 65 almeno 1,0-1,2 grammi di proteine per chilo di peso al giorno. Per chi fa attività fisica suggerisce almeno 1,2 grammi, per chi ha malattie acute o croniche 1,2-1,5 grammi. L'eccezione riguarda chi ha un'insufficienza renale grave (filtrato sotto 30) e non è in dialisi: in questi casi l'apporto può dover essere limitato. È lo stesso quadro descritto da Viola.

Le linee guida ESPEN per l'anziano

Le linee guida della Società europea di nutrizione clinica e metabolismo (Volkert e colleghi, Clinical Nutrition, 2019) contengono 82 raccomandazioni. Chiedono di controllare di routine il rischio di malnutrizione in tutti gli anziani. L'alimentazione per bocca va sostenuta con interventi infermieristici, educazione, consulenza nutrizionale, modifiche dei cibi e supplementi orali. Solo se non basta si passa alla nutrizione enterale. Le restrizioni dietetiche vanno in generale evitate. Le diete dimagranti vanno considerate solo negli anziani obesi con problemi di salute legati al peso, sempre insieme all'esercizio fisico.

Sarcopenia: una malattia del muscolo

Il consenso europeo EWGSOP2 (Cruz-Jentoft e colleghi, Age and Ageing, 2019) definisce la sarcopenia una malattia del muscolo che si accumula nel corso della vita. È frequente negli anziani ma può comparire anche prima. La bassa forza muscolare è la caratteristica principale; la ridotta quantità o qualità del muscolo conferma la diagnosi, e le scarse prestazioni fisiche indicano una forma grave. Gli autori chiedono ai professionisti di cercarla attivamente per intervenire presto.

Peso e mortalità negli anziani

La meta-analisi di Winter e colleghi (American Journal of Clinical Nutrition, 2014) ha analizzato 32 studi con 197.940 persone sopra i 65 anni. Rispetto a un indice di massa corporea di 23-23,9, il rischio di morte era più alto del 12% con un indice di 21-21,9 e del 19% con 20-20,9. Il sovrappeso non era associato a una mortalità più alta; il rischio iniziava a crescere oltre 33. Gli autori consigliano di tenere sotto controllo il peso degli anziani sotto 23 e di intervenire presto su un calo di peso.


Le criticità reali

Si guarda se ha mangiato, non cosa. Nelle consegne e nella pianificazione la composizione dei pasti resta spesso in secondo piano.

Si interviene tardi. Sondino e nutrizione artificiale arrivano quando il paziente non mangia più, mentre il calo dell'apporto proteico si potrebbe vedere prima.

Costi e forniture. I menù dipendono molto da cosa offre il fornitore e dal budget. Colazioni e merende sono pensate a basso costo e hanno poco valore nutrizionale.

Formazione. In un corso universitario di infermieristica, ricorda Cristian, su 90 studenti solo lui alzò la mano quando si chiese chi conoscesse i macronutrienti.

Una domanda per riflettere. Se la nutrizione è un bisogno assistenziale come gli altri, perché in molte strutture non c'è un indicatore che misuri quante proteine ricevono davvero gli ospiti?


Cosa può cambiare

Le proposte emerse nell'episodio sono concrete. Valutare l'apporto proteico e il rischio di malnutrizione in modo regolare, prima che il paziente smetta di mangiare. Menù divisi per profili clinici, con una base nutrizionalmente densa e spazio per gli sfizi. Colazioni e merende usate come occasioni per portare proteine, anche con prodotti proteici di largo consumo. Protocolli regionali o delle ATS che indirizzino le strutture. Più formazione su nutrizione per infermieri e operatori, che sono al letto del paziente ogni giorno. E attenzione alla massa muscolare lungo tutta la vita, non solo in RSA.


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Conclusione

Nicola Viola porta un messaggio semplice: nelle strutture l'alimentazione è parte della cura, non un servizio accessorio. Per gli anziani fragili servono più proteine, menù costruiti sui profili clinici e un'attenzione che arrivi prima dell'emergenza. Le linee guida e gli studi vanno nella stessa direzione: controllare la malnutrizione in tutti gli anziani, garantire un apporto proteico adeguato, proteggere la massa muscolare ed evitare restrizioni e diete inutili. Chiedersi cosa ha mangiato un paziente, e non solo se ha mangiato, può cambiare il suo percorso.

→ Ascolta l'episodio 6 di Skeptical Health con Nicola Viola per il racconto completo.


I dati chiave

  1. 17,5% e 28,7%: la malnutrizione negli anziani in casa di riposo e in lungodegenza, contro il 3,1% di chi vive a casa (Cereda et al., 2016)
  2. 22%: la malnutrizione negli anziani ricoverati in ospedale (Cereda et al., 2016)
  3. 1,0-1,2 g/kg: l'apporto proteico minimo raccomandato sopra i 65 anni, fino a 1,5 g/kg in caso di malattia (PROT-AGE, 2013)
  4. 82 raccomandazioni: le linee guida ESPEN su nutrizione e idratazione nell'anziano, con lo screening di routine per tutti (Volkert et al., 2019)
  5. +19%: il rischio di morte negli over 65 con indice di massa corporea tra 20 e 20,9 rispetto a 23-23,9 (Winter et al., 2014)
  6. 197.940 persone: gli anziani inclusi nella meta-analisi su peso e mortalità, in cui il sovrappeso non aumentava il rischio (Winter et al., 2014)

Takeaway

  1. Chiedi cosa mangia, non solo se mangia. Se un tuo familiare è in struttura, guarda se lascia sempre carne, pesce, legumi o uova.

  2. Dopo i 65 anni, più proteine. L'obiettivo è almeno 1-1,2 grammi per chilo di peso al giorno. Chi ha una malattia renale deve parlarne con il medico.

  3. Non dimagrire a tutti i costi da anziano. Un calo di peso può togliere muscolo: meglio valutarlo con un professionista.

  4. Proteggi la massa magra a ogni età. Camminare dopo i pasti, fare le scale e allenare la forza è un investimento per la vecchiaia.

Domande frequenti

Quante proteine servono a una persona anziana?

Il gruppo internazionale PROT-AGE raccomanda sopra i 65 anni almeno 1,0-1,2 grammi di proteine per chilo di peso al giorno, e 1,2-1,5 grammi per chi ha malattie acute o croniche. Fa eccezione chi ha un'insufficienza renale grave senza dialisi. Nell'episodio 6 di Skeptical Health il nutrizionista Nicola Viola definisce il calo della quota proteica un dramma per i pazienti anziani.

Quanto è diffusa la malnutrizione negli anziani?

Dipende dal contesto. Una meta-analisi su oltre 113.000 anziani valutati con il Mini Nutritional Assessment ha stimato una malnutrizione del 3,1% tra chi vive a casa, del 17,5% nelle case di riposo, del 22% in ospedale e del 28,7% nelle strutture di lungodegenza. Più alto è il livello di dipendenza, più è frequente.

Cos'è la sarcopenia?

La sarcopenia è una malattia del muscolo: perdita di forza e di massa muscolare che si accumula nel corso della vita. Secondo il consenso europeo EWGSOP2 del 2019 è comune negli anziani ma può comparire anche prima, e la bassa forza muscolare ne è la caratteristica principale. Riduce l'autonomia e aumenta il rischio di cadute.

Cos'è l'obesità sarcopenica?

È la presenza insieme di troppo grasso corporeo e poca massa muscolare. Nell'episodio Nicola Viola la descrive come una forma di malnutrizione nascosta: persone formalmente sovrappeso o obese che hanno la massa magra di una persona sottopeso. Secondo lui sarà uno dei grandi problemi dei prossimi anni, anche tra i 40 e i 45 anni.

La dieta mediterranea va bene per gli anziani in RSA?

Il modello mediterraneo resta di riferimento, ma secondo Nicola Viola va adattato. La sua base è uno stile di vita attivo, che giustifica un'alta quota di carboidrati, e prevede cereali integrali, legumi, frutta e verdura freschi. Un anziano che si muove poco, con cibi raffinati come semolino e purè, rischia di assumere troppi carboidrati e poche proteine.

Un anziano in sovrappeso deve dimagrire?

Non sempre. Una meta-analisi su quasi 198.000 persone sopra i 65 anni non ha trovato un aumento della mortalità nel sovrappeso, mentre il rischio cresceva con un indice di massa corporea sotto 23. Le linee guida ESPEN riservano le diete dimagranti agli anziani obesi con problemi legati al peso, sempre insieme all'esercizio fisico.

Fonti

  1. Bauer J et al.: Evidence-based recommendations for optimal dietary protein intake in older people: a position paper from the PROT-AGE Study Group. JAMDA (2013)
  2. Cereda E et al.: Nutritional status in older persons according to healthcare setting: a systematic review and meta-analysis of prevalence data using MNA. Clinical Nutrition (2016)
  3. Volkert D et al.: ESPEN guideline on clinical nutrition and hydration in geriatrics. Clinical Nutrition (2019)
  4. Cruz-Jentoft AJ et al.: Sarcopenia: revised European consensus on definition and diagnosis. Age and Ageing (2019)
  5. Winter JE et al.: BMI and all-cause mortality in older adults: a meta-analysis. American Journal of Clinical Nutrition (2014)
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