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“Il Medico di Base”: Pilastro della Sanità o Specie in via d'Estinzione?

1.750 pazienti, 14.000 email l'anno, certificati e visite a casa: Matteo De Rosa, medico di medicina generale a Monza, racconta il suo lavoro ogni giorno.

“Il Medico di Base”: Pilastro della Sanità o Specie in via d'Estinzione?
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Matteo De Rosa — Medico di medicina generale

Ultimo aggiornamento: 2026-09-24

Quanto tempo hai?

Il medico di famiglia è solo quello che fa le ricette? La provocazione arriva in apertura, e Matteo De Rosa la raccoglie con calma. Medico di medicina generale a Monza, da dieci anni segue le famiglie del quartiere San Giuseppe. Con Cristian Valeri e Guido Magrin racconta una giornata tipo tra 1.750 pazienti, email, certificati e visite a casa. E spiega perché, secondo lui, il cuore del suo lavoro è una cosa difficile da misurare: conoscere le persone nel tempo.


Perché il tema è urgente oggi

Trovare un medico di famiglia è diventato difficile in molte zone d'Italia. Secondo il profilo sanitario dell'Italia pubblicato nel 2023 da OCSE e Osservatorio europeo sui sistemi sanitari, la medicina generale è una delle specialità con la carenza più grave. Il numero di medici di medicina generale è calato del 5,4% tra il 2019 e il 2021, con forti differenze tra Regioni e una popolazione di medici molto anziana. Più del 55% dei medici italiani ha oltre 55 anni.

Intanto la riforma dell'assistenza territoriale punta sulle Case della Comunità. Secondo il monitoraggio AGENAS, al 30 giugno 2025 su 1.723 Case della Comunità programmate, 660 dichiaravano almeno un servizio attivo.

In questo quadro si discute se i medici di famiglia debbano diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale. La puntata guarda il tema dal punto di vista di chi lo vive ogni giorno in ambulatorio.


Cosa emerge dall'episodio

Matteo De Rosa arriva a Skeptical Health su suggerimento di Nicola Viola, infermiere e nutrizionista, già ospite del podcast, che lavora nel suo studio. I conduttori lo accolgono ricordando che la medicina generale è stata spesso criticata nelle puntate precedenti e nei commenti social. Lui scherza: i guantoni li ha portati, ma non serviranno.

Non chiamatelo "medico di base"

La prima precisazione riguarda il nome. Per De Rosa «medico di base in realtà è una terminologia sbagliata, anacronistica». Dalla metà degli anni Novanta per fare questo lavoro serve, dopo la laurea, una formazione specifica in medicina generale di tre anni. A differenza delle specializzazioni ospedaliere, che dipendono dall'università, questo corso è gestito dal Ministero della Salute e organizzato dalle Regioni. La dicitura corretta è medico di medicina generale. A lui piace molto "medico di famiglia", perché descrive bene il ruolo. In ambito amministrativo si usa anche MAP, medico di assistenza primaria.

Dalla neurologia al quartiere

De Rosa si è laureato in Medicina all'Università di Milano-Bicocca. Racconta che l'università forma soprattutto per l'ospedale: chi insegna, dice, raramente ha visitato un paziente fuori da un reparto. Anche lui aveva scelto neurologia, faceva ricerca sulla SLA nei laboratori del dipartimento di neuroscienze. Poi alcune sostituzioni sul territorio gli hanno fatto scoprire un altro modo di essere medico.

In ospedale, spiega, il paziente è in pigiama, in una stanza con altri tre, fuori dal suo contesto. In ambulatorio arriva con la sua personalità, il suo modo di vestire, e il rapporto è più paritario. E poi ci sono le visite a casa, nei quartieri. Ha scoperto il lato umano della medicina e ha scelto la medicina generale.

1.750 pazienti e una lista d'attesa per iscriversi

Oggi segue circa 1.750 persone. Il massimale, spiega, sulla carta prevede dei limiti, ma i medici sono così pochi che è difficile rispettarli. Ha anche una lista d'attesa di oltre 100 persone che vorrebbero iscriversi da lui. «Il rapporto è come avere 1.750 clienti», dice ai conduttori, abituati a gestire un'azienda, con la differenza che dall'altra parte c'è un bisogno di salute dato per scontato.

Nel suo studio lavorano tre medici, lui, il dottor Bonanno e il dottor Picone. Hanno una segreteria aperta mattina e pomeriggio e un infermiere. Ma è stato un traguardo sudato. All'inizio ha lavorato quattro o cinque mesi in pratica gratis per pagare la segretaria, perché i rimborsi della ATS arrivano, racconta, anche un anno e mezzo dopo. I medici di famiglia sono liberi professionisti convenzionati: sono pagati a paziente, più alcuni progetti legati a obiettivi di salute. Per esempio vaccinare oltre il 70% degli over 80, o controllare i piedi di tutti i pazienti diabetici. L'affitto di uno studio però costa molto di più in centro città che in un paese della Brianza, mentre il compenso è lo stesso. Per questo certe zone restano scoperte.

Il suo giudizio sul modello è chiaro: «Secondo me il sistema attuale è buono, ma ci vogliono il doppio dei medici».

300-400 accessi a settimana e 14.000 email

De Rosa non si riconosce nella narrazione di un medico di famiglia snobbato dai cittadini. Nel suo studio contano tra 300 e 400 accessi a settimana. Lui gestisce 40-50 contatti al giorno, di cui 25-30 visite in presenza, più visite a domicilio, telefonate ed email. Circa metà riguarda rinnovi di terapie, l'altra metà problemi di salute.

Poi c'è la telemedicina, che nessuno paga: «Come studio medico noi eroghiamo circa tra le 13 e le 14.000 email all'anno. Questo è un lavoro che facciamo gratuitamente, perché non è prevista la telemedicina». Per un giovane che manda gli esami del sangue di controllo, spiega, è più utile leggerli via email che occupare un appuntamento. Così lo spazio in studio resta alla persona anziana con molte patologie. È, di fatto, un triage.

La visita a domicilio e l'infermiere di studio

Sulle visite domiciliari c'è un malinteso, dice, ereditato dagli anni Ottanta e Novanta, quando c'erano più medici e meno anziani. La visita a casa garantita dal Servizio sanitario nazionale riguarda le persone non trasportabili, per le quali lo spostamento potrebbe peggiorare la situazione: anziani invalidi, persone costrette a letto. Una febbre a 38 non basta. Ogni domiciliare gli costa almeno tre quarti d'ora tra andata, visita e ritorno.

Qui entra in gioco Nicola Viola. Grazie a un progetto dell'ATS Brianza lo studio ha potuto assumerlo. Nicola visita tutti i pazienti allettati, più di trenta, e ogni mese fa un report. «Di questi 30 devi vedere questi cinque che stanno peggiorando», gli dice, e De Rosa va da quei cinque con più attenzione. Anche con gli infermieri a domicilio la collaborazione è preziosa: una videochiamata su una lesione, un parere sull'antibiotico, un secondo filtro.

Un sapere orizzontale

Cosa distingue un medico di medicina generale? Due cose, risponde. La prima è lavorare da solo sul territorio: in studio o a casa del paziente non puoi chiamare il cardiologo dal piano di sopra, te la devi cavare. La seconda è gestire più malattie insieme. Gli specialisti hanno competenze sempre più settoriali. «Noi scendiamo giù di mezzo metro sotto terra, ma su una superficie molto più ampia». Quando un paziente di 95 anni con dieci patologie torna da una consulenza, è il medico di famiglia a dover adattare quel consiglio alle altre nove. E quando firma una ricetta, anche se suggerita da altri, se ne prende tutta la responsabilità. «Tu lavori sul malato, non lavori sulla patologia».

Da qui la differenza tra quantificare e prendersi cura. Se passa mezz'ora a spiegare a un paziente perché un farmaco non gli serve, il paziente esce consapevole e contento, «ma per l'ASL io non ho fatto niente». Nessuna prestazione registrata, anche se forse ha fatto risparmiare denaro pubblico. Sugli antibiotici, aggiunge, la situazione è molto cambiata: lui e i colleghi ne prescrivono pochi.

Malattie, certificati e responsabilità

Uno dei conduttori, datore di lavoro di oltre 30 persone, chiede dei certificati di malattia. De Rosa ammette che il lunedì e il venerdì lo studio si ingolfa. La segreteria ha dovuto togliere appuntamenti destinati a persone davvero malate per fare spazio ai certificati. Conta molto la conoscenza delle famiglie: «Io so perfettamente chi ci marcia e chi, se ti chiama, è perché è in fin di vita». Esagera, precisa, per rendere l'idea. Alcune situazioni, come un presunto mobbing, sono difficili da verificare: allora approfondisce, procede con gradualità, magari con una malattia ridotta e un nuovo colloquio.

Molti non sanno che i certificati gratuiti sono essenzialmente due tipi, quelli per INPS e INAIL. Tutti gli altri sono a pagamento, perché nessuno paga il medico per farli. Il certificato per la palestra o quello anamnestico per la patente possono sembrare poche crocette. Ma se il medico non segnala un diabete o un'epilessia che conosce, e succede un incidente, la responsabilità è sua. Per questo, dice, conta che a certificare sia chi conosce davvero il paziente.

La continuità di cura

È il tema su cui torna di più. «Il segreto è proprio la continuità di cura». Come con il macellaio o il meccanico di fiducia, dice, il rapporto nel tempo fa la differenza. I suoi pazienti sono gli stessi da dieci anni: qualche anziano è morto, qualche nipote è arrivato, ma le famiglie sono quelle. Oggi, sostiene, la medicina generale è l'unica continuità di cura garantita dal sistema. Negli ambulatori specialistici non è più così: «Chi può paga per avere che cosa? La continuità di cura».

La cartella clinica aiuta, ma non basta. Se un paziente iperteso ma ansioso arriva con palpitazioni, chi lo conosce sa che deve soprattutto tranquillizzarlo. Chi non lo conosce parte con elettrocardiogramma, ecocardiogramma, test da sforzo e holter: «C'è un'esplosione della spesa sanitaria che poi non porterà a nulla», in nome della medicina difensiva.

Liste d'attesa, fretta e aggressività

Sulle liste d'attesa, per De Rosa la verità sta nel mezzo. Servirebbero più strutture pubbliche, ma pesa anche la prescrizione difensiva: un esame fatto altrove dopo un anno e mezzo di attesa, con un referto che per sicurezza chiede di ripetere l'ecografia dopo sei mesi. Vede una società stanca e tesa, con un'aggressività diffusa, anche sui social, che fa paura ai professionisti. Si fatica ad accettare la malattia e la morte. E i primi appuntamenti a esaurirsi sono quelli dopo le 18:30, perché molti non riescono a lasciare il lavoro per curarsi.

Medici dipendenti e Case della Comunità

Sulla proposta di rendere i medici di famiglia dipendenti del Servizio sanitario nazionale, De Rosa è netto: per lui è una scelta profondamente sbagliata, perché sarebbe «il là per partire con la privatizzazione anche delle cure primarie». Chi potrà, pagherà il proprio medico di fiducia nel quartiere. Chi non potrà andrà nella Casa della Comunità più vicina, magari a dieci chilometri, dal medico di turno, per una prestazione pura e semplice.

Non è contrario a rafforzare il territorio. Immagina però le Case della Comunità come luoghi di consulenze specialistiche e diagnostica con tempi accettabili. Un cardiologo di riferimento a cui mandare un paziente per aggiustare un beta-bloccante, invece di un grande centro lontano. Non vuole invece che i medici vengano portati via dai quartieri. Pensa alle tante anziane di San Giuseppe che oggi vengono in studio a piedi. Se dovessero andare in centro, dove non si trova parcheggio, «lei non ci va più, semplicemente non ci va più».

Assicurazioni e prossimi ospiti

A una domanda secca sull'assicurazione sanitaria per un giovane o un quarantenne, risponde: «La verità è che non è fondamentale», anche se sulle piccole cose aiuta. Nel suo studio si fanno elettrocardiogrammi, holter ed ecografie, con strumenti comprati dai medici. Un ecografo costa circa 30.000 euro. Per questo non tutto si può offrire gratis, e chi ha un'assicurazione riesce a farlo lì, nel quartiere.

Come prossimi ospiti suggerisce due geriatri: il collega Domenico Picone, con doppia specializzazione in medicina generale e geriatria, e Irene Setola, che lavora in RSA.


Cosa dice la scienza

Continuità di cura e mortalità

La revisione sistematica di Pereira Gray e colleghi (BMJ Open, 2018) ha cercato gli studi che collegano la continuità con lo stesso medico alla mortalità. Su 726 articoli, 22 rispettavano i criteri, da nove Paesi con sistemi sanitari molto diversi. In 18 studi su 22 (81,8%) una maggiore continuità si associava a una riduzione significativa della mortalità, in 16 casi per tutte le cause. Tre studi non hanno trovato associazioni, uno ha dato risultati misti. L'effetto valeva sia per i medici generalisti sia per gli specialisti. Gli studi sono tutti osservazionali, ma molti autori chiedono di dare più priorità alla continuità nella programmazione sanitaria.

Il caso norvegese: più anni con lo stesso medico

Lo studio di Sandvik e colleghi (British Journal of General Practice, 2022) ha usato i registri nazionali su 4.552.978 norvegesi iscritti al proprio medico di famiglia. Rispetto a chi aveva lo stesso medico da un anno, chi lo aveva da oltre 15 anni mostrava probabilità più basse di usare la guardia medica (odds ratio 0,70), di avere un ricovero urgente (0,72) e di morire nell'anno (0,75). L'effetto cresceva con la durata del rapporto. Per gli autori, questo andamento suggerisce che il legame sia causale.

L'infermiere nelle cure primarie

L'esperienza di Nicola Viola nello studio di De Rosa trova riscontro nella revisione Cochrane di Laurant e colleghi (2018). Su 18 studi randomizzati, infermieri formati che seguivano disturbi acuti, controlli e malattie croniche come il diabete ottenevano probabilmente esiti simili o migliori dei medici di medicina generale, con pazienti un po' più soddisfatti. Le visite erano più lunghe, mentre prescrizioni e accessi al pronto soccorso non cambiavano.

Il quadro italiano

Il profilo OCSE del 2023 descrive la medicina generale come una delle aree con la carenza più grave in Italia, aggravata dalla distribuzione disomogenea dei medici tra Regioni e dalla loro età. Il monitoraggio AGENAS del primo semestre 2025 mostra che la rete delle Case della Comunità è ancora in costruzione: 660 strutture con almeno un servizio attivo su 1.723 programmate. Il DM 77/2022 prevede nelle Case della Comunità hub una presenza medica 24 ore su 24, 7 giorni su 7.


Le criticità reali

Troppi pazienti per pochi medici. Con carichi di quasi 1.800 persone e liste d'attesa per iscriversi, il tempo per ciascun paziente si riduce.

Lavoro invisibile. Email, telefonate, spiegazioni e letture di esami non sono registrati come prestazioni. Il sistema misura ciò che si conta, non ciò che si cura.

Costi a carico del medico. Segreteria, infermieri, affitti e strumenti diagnostici pesano sullo studio, e i rimborsi arrivano in ritardo. Nelle zone più care o più periferiche questo lascia buchi.

Burocrazia e responsabilità. Certificati e prescrizioni suggerite da altri portano responsabilità legali, che spingono verso una medicina più difensiva.

Una domanda per riflettere. Se la continuità con lo stesso medico si associa a meno ricoveri e a una mortalità più bassa, come si può rafforzare il territorio senza allontanare il medico dalle persone che conosce?


Cosa può cambiare

Dalla puntata emergono alcune proposte concrete. Più medici di medicina generale, a partire dalla formazione. Sostegno rapido e certo agli studi che assumono segretarie e infermieri. Riconoscere e pagare la telemedicina che già si fa ogni giorno. Case della Comunità pensate come poli di consulenze specialistiche e diagnostica con tempi accettabili, a supporto degli studi di quartiere e non al loro posto.

Le prove sulla continuità di cura suggeriscono di proteggere il rapporto stabile tra medico e paziente in ogni riforma. Quelle sugli infermieri nelle cure primarie indicano che un team ben organizzato può seguire meglio i pazienti più fragili, come fa lo studio di De Rosa con i pazienti allettati.


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Conclusione

Matteo De Rosa racconta la medicina generale dall'interno: tanti pazienti, un lavoro in gran parte invisibile e una responsabilità che non si vede nelle statistiche delle prestazioni. Il suo messaggio è semplice. Il modello del medico di famiglia nel quartiere funziona, ma servono più medici e più sostegno agli studi. La continuità di cura, il conoscere le persone negli anni, è ciò che rende questo lavoro prezioso, e la letteratura la associa a meno ricoveri e a una mortalità più bassa.

→ Ascolta l'episodio 9 di Skeptical Health con Matteo De Rosa per il racconto completo.


I dati chiave

  1. -5,4%: il calo dei medici di medicina generale in Italia tra il 2019 e il 2021 (OCSE, 2023)
  2. Oltre il 55% dei medici italiani ha più di 55 anni (OCSE, 2023)
  3. 660 su 1.723: le Case della Comunità con almeno un servizio attivo al 30 giugno 2025 (AGENAS, 2025)
  4. 18 studi su 22: associano più continuità con lo stesso medico a una mortalità più bassa (Pereira Gray et al., BMJ Open 2018)
  5. 0,72: l'odds ratio di ricovero urgente per chi ha lo stesso medico da oltre 15 anni, in uno studio su 4,5 milioni di norvegesi (Sandvik et al., 2022)
  6. 18 studi randomizzati: le prove sugli infermieri nelle cure primarie (Cochrane, 2018)

Takeaway

  1. Scegli un medico e restaci. La continuità con lo stesso medico si associa a meno ricoveri e a una salute migliore nel tempo.

  2. Usa il medico con criterio. La visita a domicilio è pensata per chi non può muoversi; per esami di routine chiedi se si possono inviare per email.

  3. Sappi quali certificati si pagano. Quelli per INPS e INAIL sono gratuiti; palestra, patente e molti altri sono a pagamento.

  4. Chiedi del team dello studio. Segreteria e infermiere di studio possono rendere il medico più raggiungibile e seguire meglio i pazienti fragili.

Domande frequenti

Perché non si dice più medico di base?

Perché dalla metà degli anni Novanta per fare il medico di famiglia serve, dopo la laurea in medicina, un corso di formazione specifica in medicina generale di tre anni, gestito da Ministero della Salute e Regioni. Nell'episodio 9 Matteo De Rosa spiega che la dicitura corretta è medico di medicina generale; si usano anche medico di famiglia e medico di assistenza primaria.

Quanti pazienti segue un medico di famiglia?

Dipende dalla zona e dal massimale. Nell'episodio Matteo De Rosa, medico di medicina generale a Monza, racconta di seguire circa 1.750 persone, con oltre 100 persone in lista d'attesa per iscriversi da lui, e di gestire 40-50 contatti al giorno, di cui 25-30 visite in presenza.

Quando il medico di famiglia deve fare la visita a domicilio?

Secondo quanto spiega Matteo De Rosa, la visita domiciliare garantita dal Servizio sanitario nazionale riguarda le persone non trasportabili, cioè quelle per cui lo spostamento potrebbe peggiorare la condizione, come anziani invalidi o costretti a letto. Una febbre a 38 in una persona che può muoversi non rientra in questi casi.

Quali certificati fa gratis il medico di famiglia?

Secondo Matteo De Rosa, i certificati che il medico di medicina generale deve fare gratuitamente per contratto sono essenzialmente quelli per INPS e INAIL, come il certificato di malattia. Altri certificati, come quelli per la palestra o il certificato anamnestico per la patente, sono a pagamento perché non rientrano nei compiti pagati dal sistema.

La continuità con lo stesso medico migliora la salute?

Gli studi dicono di sì, anche se sono osservazionali. Una revisione sistematica pubblicata su BMJ Open nel 2018 ha trovato che 18 studi su 22 associavano una maggiore continuità con lo stesso medico a una mortalità più bassa. Uno studio norvegese su oltre 4,5 milioni di persone ha visto meno ricoveri urgenti e meno decessi con rapporti più lunghi con il proprio medico.

Cosa sono le Case della Comunità?

Sono le strutture previste dalla riforma dell'assistenza territoriale (DM 77/2022) per riunire in un unico luogo servizi sanitari e sociali di base. Secondo il monitoraggio AGENAS, al 30 giugno 2025 su 1.723 Case della Comunità programmate, 660 risultavano avere almeno un servizio attivo.

Fonti

  1. Pereira Gray DJ et al.: Continuity of care with doctors: a matter of life and death? A systematic review of continuity of care and mortality. BMJ Open (2018)
  2. Sandvik H et al.: Continuity in general practice as predictor of mortality, acute hospitalisation, and use of out-of-hours care: a registry-based observational study in Norway. British Journal of General Practice (2022)
  3. Laurant M et al.: Nurses as substitutes for doctors in primary care. Cochrane Database of Systematic Reviews (2018)
  4. OECD, European Observatory on Health Systems and Policies: State of Health in the EU. Italy: Country Health Profile 2023 (2023)
  5. AGENAS: Report nazionale di sintesi dei risultati del monitoraggio DM 77/2022, I semestre 2025 (2025)
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