Emergenza & SoccorsoEP44 12 min di lettura

Il Futuro del Pronto Soccorso si gioca sul Territorio

Solange Fugger, responsabile di un DEA a Roma, spiega perché il pronto soccorso si salva sul territorio: triage, infermieri, gettonisti e formazione dei medici.

Il Futuro del Pronto Soccorso si gioca sul Territorio
C
G

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Solange Fugger — Minerva Salute — Medicina d'urgenza

Ultimo aggiornamento: 2026-09-24

Quanto tempo hai?

Il pronto soccorso, dice Solange Fugger, è una macchina ben oliata. Il problema è tutto quello che gli sta intorno. Medico internista, responsabile di un DEA di primo livello a Roma e divulgatrice seguita da centinaia di migliaia di persone come Minerva Salute, in questo episodio di Skeptical Health racconta a Cristian Valeri e Guido Magrin la vita in pronto soccorso. Parla di triage, infermieri, gettonisti, specializzandi, e spiega perché secondo lei il futuro dell'emergenza si decide fuori dall'ospedale.


Perché il tema è urgente oggi

Il pronto soccorso è la porta dell'ospedale sempre aperta. Ci arrivano infarti e traumi gravi, ma anche problemi che potrebbero essere gestiti altrove. Quando gli accessi superano la capacità della struttura si crea il sovraffollamento: attese lunghe, pazienti in barella nei corridoi, personale sotto pressione.

Il fenomeno è studiato da anni in tutto il mondo. Una revisione sistematica pubblicata negli Annals of Emergency Medicine ha individuato tra le cause più studiate gli accessi non urgenti, il personale insufficiente, la mancanza di posti letto e i pazienti che restano in pronto soccorso in attesa di ricovero. Tra gli effetti, ritardi nei trattamenti e aumento della mortalità.

In Italia a questo si aggiunge la fatica a trovare medici disposti a lavorare in emergenza-urgenza. Capire come funziona davvero un pronto soccorso, e cosa potrebbe alleggerirlo, riguarda tutti.


Cosa emerge dall'episodio

Solange Fugger è specialista in medicina interna dal dicembre 2019, formata alla Sapienza di Roma. Si definisce internista, ma la medicina d'emergenza-urgenza, dice, «è diventata parte di me». Oggi è responsabile del DEA di primo livello di una struttura privata accreditata a Roma. Nel 2025 è stata invitata al Parlamento europeo, nella Gender Equality Week, per parlare di parità di genere e talento femminile in sanità. È arrivata al podcast grazie a Giancarlo Caiazzo, già ospite di Skeptical Health.

Un ruolo, e una precisazione

In apertura chiarisce la terminologia. "Primario" è un termine che non si usa più, e "direttore" spetta a chi guida un'unità operativa del servizio pubblico dopo un concorso. Lei è responsabile di un DEA in una struttura privata accreditata, un ruolo di grande responsabilità che, sottolinea, «di sicuro non l'ho ottenuto grazie a TikTok». Dopo la specializzazione ha lavorato in pronto soccorso a partita IVA, poi per due anni con un contratto a tempo indeterminato al Campus Bio-Medico, poi di nuovo da libera professionista, al Santo Spirito di Roma e a Viterbo.

Ha avuto, racconta, la fortuna di avere dei mentori. Sono loro a darti un metodo e la sicurezza di dire che «le cose si fanno veramente così», pur restando al passo con tecnologie e linee guida. E trasmettere la passione per il lavoro, dice, è il modo migliore per attirare giovani: quest'anno all'Università Cattolica di Roma le 22 borse di specializzazione in medicina d'urgenza sono state tutte assegnate, cosa che non succedeva da anni.

Non solo soldi: la qualità della vita

Come si fa a non essere frustrati lavorando in pronto soccorso? Negli anni del Covid, risponde, la questione era soprattutto economica, con il boom delle cooperative. Oggi prevale un'altra esigenza: una qualità della vita adeguata. «È un compromesso, vita e stipendio, non è solo i soldi». Il medico d'urgenza lavora turni di 6 o 12 ore, di giorno o di notte, sempre sotto pressione, e non ha un'attività privata per compensare. Racconta giornate da 12 ore finite alle 22, senza mangiare, senza più riuscire a parlare, dopo aver visto così tante persone da non ricordarne i volti.

Contesta la retorica del medico d'urgenza che deve sacrificarsi senza sosta, come un frate. Può, dice, prendersi mezz'ora di pausa pranzo, andare in palestra, uscire a cena, fare un weekend al mare. Negli Stati Uniti un medico d'urgenza guadagna 140-150 mila all'anno, ricorda. Qui sembra quasi un peccato volerne guadagnare di più, come se l'assistenza dovesse essere gratuita.

Specializzandi: formazione, non forza lavoro

A chi le chiede se a 30 anni sia troppo tardi per iscriversi a medicina risponde che dipende dalla storia di ciascuno. L'età in sé non è un ostacolo, ma servono consapevolezza e un impegno di circa 11 anni tra laurea e specializzazione. Porta l'esempio di un amico, ex fisioterapista, che si è laureato a 42 anni e ora entra nella specializzazione in medicina d'urgenza.

Sulla specializzazione, a una domanda di Giancarlo Caiazzo, individua due problemi. Il primo è che chi dovrebbe formare spesso non si dedica a farlo, per stanchezza o per la logica di tenere per sé il proprio sapere. «Bisogna uscire fuori da questa ottica antica del nonnismo», dice. Lei, da strutturata, metteva a disposizione slide e appunti e lasciava fare le procedure agli specializzandi. Il secondo è l'equilibrio tra formazione e sfruttamento: non è giusto che uno specializzando stia in ospedale 12 ore al giorno tutti i giorni, perché «tu dovresti essere formato, non dovresti essere forza lavoro».

Gravi pochi, ma tanti da gestire

Con onestà ridimensiona l'immagine eroica del pronto soccorso. «Su 80 accessi che tu fai in 24 ore, i gravi, cioè gli iperacuti, sono 8, ecco, 10 massimo», stima. Salvare vite capita, ma su una parte minore del lavoro. La difficoltà vera è un'altra: gestire contemporaneamente una trentina di pazienti, ciascuno con un problema diverso, senza lasciarsi sfuggire niente.

Il triage e il ruolo degli infermieri

Dentro l'ospedale, sostiene, il percorso funziona. «Il pronto soccorso di per sé è una macchina che in realtà è molto ben oliata»: triage con cinque codici, in alcuni casi triage avanzato con prelievi ed elettrocardiogramma, visita medica, poi dimissione, osservazione o ricovero.

Spiega perché al triage c'è un infermiere. Il triage non è il momento della diagnosi, ma quello in cui si stabilisce la priorità della visita. Un codice verde a chi poi scopre di avere cinque costole rotte non è di per sé un errore: il verde indica quando essere visitati, la diagnosi arriva dopo la visita e gli esami. Ammette che, come ovunque, ci sono professionisti più e meno preparati. Ma sugli infermieri è netta: «io senza infermieri sarei inutile». In un codice rosso i primi ad arrivare sul paziente sono loro, e spesso sono loro a segnalare al medico un paziente da rivedere. È una collaborazione continua.

Il collo di bottiglia è fuori

Il vero problema, per lei, è il territorio. «Un collo di bottiglia importante sia il territorio, ma non perché dobbiamo demonizzare il territorio, è perché va riorganizzato». Vale prima dell'accesso e dopo: i pazienti che non possono tornare a casa aspettano posti in strutture per post-acuti e RSA.

La sua proposta è netta. In pronto soccorso dovrebbe arrivare chi ha bisogno di essere osservato o ricoverato. Chi poi viene dimesso dovrebbe trovare risposta altrove: nelle case della salute, o con medici di continuità assistenziale e di famiglia dotati di strumenti. «Come puoi pensare che nel 2025 un medico di medicina generale possa fare una diagnosi col fonendoscopio?», chiede. Servono point of care, emogasanalizzatore, radiologia di base. Senza mezzi, anche il territorio si tutela e manda tutti in pronto soccorso.

Porta l'esempio del modello inglese raccontato da un'infermiera che ha lavorato con lei e ora è a Londra: in pronto soccorso entrano i casi gravi, il resto è gestito in strutture vicine con diversi specialisti. E descrive casi concreti: un cinquantenne con tre fratture costali ed esami buoni, o una ferita da taglio a un dito da suturare con la profilassi antitetanica. Perché, chiede, devono passare dal pronto soccorso? Potrebbe gestirli una guardia medica h24 dentro o vicino all'ospedale, con la possibilità di prescrivere una radiografia. Anche Guido Magrin racconta di aver proposto un progetto simile, con un mezzo medicalizzato a supporto dei medici di base.

Nota anche un cambiamento: fino a qualche anno fa molti pazienti arrivavano in pronto soccorso perché l'ecografia gliela davano dopo nove mesi. Oggi, nella sua regione, ha la percezione che questo succeda meno. E lancia un appello: chi prende un appuntamento nel servizio pubblico e non può andarci, lo disdica.

Gettonisti: una scelta personale

Sui medici a gettone invita a guardare oltre lo scandalo. I famosi 85 euro l'ora, al massimo, vanno ridotti di contributi e tasse, e il libero professionista non ha ferie, malattia, maternità, TFR né scatti di carriera. Chi sceglie la partita IVA cerca spesso flessibilità, un ambiente di lavoro non tossico, la libertà di scegliere le ferie. Per lei la professionalità viene prima del contratto: «che tu lo faccia con la partita IVA o col contratto non cambia niente».

Il consiglio a chi apre la partita IVA è di lavorare al massimo in due ospedali, per conoscere colleghi, specialisti e procedure. Più ospedali si frequentano, più cresce il rischio di non sapere come funzionano. E fare dieci notti di fila, anche se oggi è regolamentato, non fa bene né al medico né ai pazienti.

Tecnologia: prima il fascicolo, poi l'IA

Sull'intelligenza artificiale è prudente. Più dell'IA le servirebbe il fascicolo sanitario elettronico funzionante: molti pazienti sono grandi anziani con tante malattie, che non riescono a raccontare la propria storia clinica. Poter leggere subito l'ultima lettera di dimissione «per me sarebbe vita». Non crede invece ai sistemi che suggeriscono diagnosi o scrivono l'esame obiettivo: la cartella deve essere scritta da chi visita il paziente. Vede utilità, in futuro, nella radiologia e nella traduzione automatica con pazienti stranieri.

Psicologo, calma e comunicazione

È favorevole alla presenza di uno psicologo per il personale, come nella serie tv The Pitt. È una questione culturale, e confida nella generazione Z. La caratteristica che considera indispensabile nel suo lavoro è la «calma interiore» e non alzare mai la voce, nemmeno davanti a un paziente in shock. Da giovane, ammette, succedeva, ma per insicurezza. Critica invece i contenuti social che fanno ironia facile sui pazienti: allargano una crepa tra sanitari e cittadini che andrebbe ricucita. Come prossimi ospiti suggerisce un farmacista e un chirurgo plastico attivi nella divulgazione.


Cosa dice la scienza

Come funziona il triage in Italia

Le linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero, approvate in Conferenza Stato-Regioni nel 2019, hanno sostituito i quattro codici colore con cinque codici numerici:

  • 1, emergenza (rosso): accesso immediato;
  • 2, urgenza (arancione): entro 15 minuti;
  • 3, urgenza differibile (azzurro): entro 60 minuti;
  • 4, urgenza minore (verde): entro 120 minuti;
  • 5, non urgenza (bianco): entro 240 minuti.

Il documento precisa che il codice è una decisione infermieristica e che non corrisponde necessariamente alla gravità del paziente: la valutazione della gravità arriva con la visita medica. È esattamente la distinzione tra priorità e diagnosi spiegata da Solange Fugger. La valutazione sulla porta deve iniziare di norma entro 5 minuti dall'arrivo, e il percorso in pronto soccorso non dovrebbe superare le 8 ore. L'osservazione breve intensiva (OBI) può durare al massimo 44 ore dal triage.

Cause ed effetti del sovraffollamento

La revisione sistematica di Hoot e Aronsky (Annals of Emergency Medicine, 2008) ha analizzato 93 studi. Le cause più studiate sono gli accessi non urgenti, i pazienti che tornano spesso, la stagione influenzale, il personale insufficiente, i pazienti in attesa di ricovero e la carenza di posti letto. Tra gli effetti: mortalità, ritardi nei trattamenti e nei trasporti, pazienti che se ne vanno prima della visita. Tra le soluzioni studiate: più personale, unità di osservazione, accesso ai posti letto e l'indirizzamento dei pazienti non urgenti verso altri servizi, la direzione indicata anche nell'episodio.

Affollamento e mortalità

Uno studio australiano (Richardson, Medical Journal of Australia, 2006) ha confrontato oltre 66.000 accessi in turni affollati e non affollati. Nei turni più affollati la mortalità in ospedale a 10 giorni era dello 0,42% contro lo 0,31%, con un rischio relativo di 1,34. L'autore stima circa 13 morti in più all'anno nel solo ospedale studiato. Il sovraffollamento non è solo un disagio: può incidere sugli esiti dei pazienti.

Burnout dei medici e qualità delle cure

La meta-analisi di Hodkinson e colleghi (BMJ, 2022) ha raccolto 170 studi su oltre 239.000 medici. Il burnout è associato a:

  • un rischio doppio di incidenti per la sicurezza dei pazienti;
  • un'intenzione di lasciare il lavoro tre volte più alta;
  • un rischio doppio di scarsa professionalità e di insoddisfazione dei pazienti.

L'associazione tra burnout e incidenti era particolarmente forte nella medicina d'urgenza, e gli autori raccomandano interventi soprattutto per l'emergenza e per i medici in formazione. È il quadro in cui si inserisce la richiesta di Fugger di tempo, pause e qualità della vita per chi lavora in pronto soccorso.


Le criticità reali

Una domanda per riflettere. Se i casi davvero gravi sono una minoranza degli accessi, quanto del lavoro del pronto soccorso potrebbe essere svolto altrove, se il territorio avesse medici e strumenti adeguati?

Il territorio non filtra. Medici di famiglia e continuità assistenziale spesso non hanno strumenti diagnostici di base, e molti pazienti non trovano alternative al pronto soccorso.

L'uscita dall'ospedale è lenta. I pazienti che non possono tornare a casa aspettano posti in strutture per post-acuti e RSA, occupando spazio in pronto soccorso.

Il lavoro in emergenza attira poco. Carichi pesanti e qualità della vita bassa spingono molti medici verso altre specialità o verso la libera professione.

La formazione dipende dalle persone. Senza tempo e cultura dell'insegnamento, gli specializzandi rischiano di essere usati come forza lavoro.

I dati clinici non circolano. Senza un fascicolo sanitario elettronico consultabile in tempo reale, ricostruire la storia di un paziente anziano richiede tempo prezioso.


Cosa può cambiare

Le proposte che emergono dall'episodio sono concrete. Riorganizzare il territorio con case della salute attrezzate, dove medici di famiglia e di continuità assistenziale possano fare esami di base. Prevedere percorsi dedicati per i codici minori, anche dentro l'ospedale, con una guardia medica h24 in grado di prescrivere accertamenti semplici. Rendere il fascicolo sanitario elettronico davvero utilizzabile in pronto soccorso. Migliorare la qualità della vita di chi lavora in emergenza, con turni sostenibili e supporto psicologico. Rilanciare la formazione degli specializzandi, con strutturati che abbiano il tempo per insegnare. E, da parte dei cittadini, disdire gli appuntamenti che non si possono rispettare.


Approfondisci: articoli correlati

Ho abbandonato il pubblico, per rispetto del paziente, l'episodio con Giancarlo Caiazzo, che ha presentato Solange Fugger

Il medico di base: pilastro della sanità o specie in via d'estinzione?, il ruolo del territorio

Qual è il Futuro dell'Infermiere?, competenze e autonomia infermieristica

Parliamo di Tutela dei Medici, contratti, specializzandi e condizioni di lavoro

Allenarsi a Salvare Vite: perché l’Emergenza non si Improvvisa, la formazione in emergenza


Conclusione

Solange Fugger racconta il pronto soccorso dall'interno, senza retorica eroica. Dentro l'ospedale il percorso è codificato e funziona: triage infermieristico, cinque codici, tempi massimi definiti. Il sovraffollamento nasce soprattutto fuori, da un territorio che non ha i mezzi per gestire i casi minori e da un'uscita lenta verso le strutture di cura. Le prove scientifiche confermano che l'affollamento pesa sugli esiti dei pazienti e che il burnout dei medici, in particolare in emergenza, riduce la sicurezza delle cure. Per questo, dice Fugger, il futuro del pronto soccorso si gioca sul territorio.

→ Ascolta l'episodio 44 di Skeptical Health con Solange Fugger per il racconto completo.


I dati chiave

  1. 5 codici: la codifica di priorità del triage in Italia dal 2019, da accesso immediato a 240 minuti (Ministero della Salute, 2019)
  2. 8 ore: il tempo massimo raccomandato per il percorso in pronto soccorso (Ministero della Salute, 2019)
  3. 44 ore: la permanenza massima in osservazione breve intensiva dal triage (Ministero della Salute, 2019)
  4. +34%: il rischio di morte a 10 giorni per chi arriva nei turni di maggiore affollamento (Richardson, 2006)
  5. 93 studi: le prove raccolte su cause, effetti e soluzioni del sovraffollamento (Hoot e Aronsky, 2008)
  6. 2 volte: l'aumento degli incidenti per la sicurezza dei pazienti associato al burnout dei medici (Hodkinson et al., 2022)

Takeaway

  1. Il codice di triage è una priorità, non una diagnosi. Un verde non significa che non hai nulla: significa entro quanto sarai visitato.

  2. Usa il pronto soccorso per le urgenze. Per problemi minori chiedi prima al medico di famiglia o alla continuità assistenziale, quando possibile.

  3. Porta la tua storia clinica. L'ultima lettera di dimissione e l'elenco dei farmaci fanno risparmiare tempo, soprattutto per un familiare anziano.

  4. Disdici gli appuntamenti che non usi. Liberare un posto nel servizio pubblico riduce le attese per tutti.

Domande frequenti

Quali sono i codici del triage in pronto soccorso?

Dal 2019 le linee di indirizzo nazionali prevedono 5 codici numerici: 1 emergenza (rosso, accesso immediato), 2 urgenza (arancione, entro 15 minuti), 3 urgenza differibile (azzurro, entro 60 minuti), 4 urgenza minore (verde, entro 120 minuti) e 5 non urgenza (bianco, entro 240 minuti). Il codice indica la priorità di visita, non la diagnosi.

Chi assegna il codice di triage in pronto soccorso?

Il codice di priorità è assegnato dall'infermiere di triage, specificamente formato. Secondo le linee di indirizzo del Ministero della Salute il codice non corrisponde necessariamente alla gravità del paziente, che si definisce solo con la visita medica. Nell'episodio 44 Solange Fugger ricorda che in un codice rosso i primi ad arrivare sul paziente sono gli infermieri.

Quanto si può restare in pronto soccorso?

Le linee di indirizzo nazionali raccomandano che il percorso in pronto soccorso non superi le 8 ore dall'arrivo, anche nei casi complessi. L'eventuale ammissione in osservazione breve intensiva (OBI) deve avvenire entro 8 ore dalla presa in carico, e la permanenza non deve superare le 44 ore dal triage.

Il sovraffollamento del pronto soccorso è pericoloso?

Sì. Uno studio australiano pubblicato sul Medical Journal of Australia (2006) ha trovato che presentarsi nei turni di maggiore affollamento era associato a un rischio di morte in ospedale a 10 giorni più alto del 34%. Una revisione sistematica del 2008 ha collegato il sovraffollamento a ritardi nei trattamenti e a esiti peggiori.

Chi sono i medici gettonisti del pronto soccorso?

Sono medici liberi professionisti, con partita IVA, pagati a turno o a ora per coprire i turni in pronto soccorso. Nell'episodio 44 Solange Fugger, che ha lavorato sia a partita IVA sia da dipendente, spiega che la differenza la fa la professionalità e consiglia a chi sceglie la libera professione di lavorare al massimo in due ospedali, per conoscerne persone e procedure.

Il burnout dei medici incide sulla sicurezza dei pazienti?

Sì. Una meta-analisi pubblicata sul BMJ nel 2022, su oltre 239.000 medici, ha trovato che il burnout raddoppia gli incidenti per la sicurezza dei pazienti e triplica l'intenzione di lasciare il lavoro. L'associazione con gli incidenti era particolarmente forte nella medicina d'urgenza.

Fonti

  1. Ministero della Salute: Linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero (2019)
  2. Hoot NR, Aronsky D: Systematic review of emergency department crowding: causes, effects, and solutions. Annals of Emergency Medicine (2008)
  3. Richardson DB: Increase in patient mortality at 10 days associated with emergency department overcrowding. Medical Journal of Australia (2006)
  4. Hodkinson A et al.: Associations of physician burnout with career engagement and quality of patient care: systematic review and meta-analysis. BMJ (2022)
#pronto soccorso sovraffollamento#codici triage pronto soccorso#tempi di attesa pronto soccorso#medicina d'emergenza urgenza#medici gettonisti pronto soccorso#case della comunità pronto soccorso#infermiere di triage