Essere Medico in Territorio di Guerra
Murad Odeh, chirurgo d'urgenza, racconta le missioni in Congo, Afghanistan e Centrafrica: preparazione, triage, stress e l'accesso alle cure che manca.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Murad Odeh — Medico
Ultimo aggiornamento: 2026-09-24
Quanto tempo hai?
Fare il chirurgo in una zona di guerra non vuol dire saper fare di meno con meno strumenti, ma saper fare di più. Nell'episodio 39 di Skeptical Health, Cristian Valeri e Guido Magrin ne parlano con Murad Odeh, chirurgo d'urgenza e del trauma all'ASST dei Sette Laghi di Varese, con un percorso nella cooperazione internazionale. Racconta le sue missioni in Congo, Burundi, Afghanistan e Repubblica Centrafricana, le scelte da fare in pochi secondi e alcune storie di pazienti. Il tema conta perché la chirurgia è una delle cure più diseguali al mondo, e nei Paesi in guerra il problema si aggrava.
Cosa emerge dall'episodio
Prepararsi per fare di più. Odeh ha iniziato con un master in chirurgia umanitaria e delle catastrofi e uno stage in Burundi, prima delle missioni vere e proprie. Operare in contesti a basse risorse, spiega, «non implica saper far di meno, anzi implica saper far di più». Spesso mancano gli strumenti e gli altri specialisti, e il chirurgo generale deve occuparsi anche di ortopedia, ginecologia e radiografie. Servono improvvisazione e strategie per uscire dalle situazioni in cui si rischia di perdere il paziente.
Una squadra intorno al paziente. Il chirurgo, dice, è solo una piccola parte di una catena fatta di infermieri, fisioterapisti, psicologi e logisti. In Congo il logista teneva i contatti con i gruppi armati, perché i mezzi potessero passare. In ospedale arrivavano civili e combattenti, e per lo staff erano tutti pazienti: «tutti i feriti sono pazienti fino a prova contraria».
Responsabilità e stress. Nell'ultima missione, a Bangui, era l'unico chirurgo dell'organizzazione nella capitale, reperibile 24 ore su 24. La responsabilità è la stessa che in Italia: «per noi il paziente è il paziente, che sia un paziente in un posto dimenticato dal mondo o che sia un paziente in un ospedale italiano». Per reggere lo stress aveva la videochiamata serale con il figlio e la moglie, e dopo gli afflussi massivi di feriti la squadra si riuniva in cerchio a raccontare la giornata.
Il triage e le storie. Con una sola sala operatoria, portare per primo il più grave non è sempre la scelta migliore, e la decisione va poi spiegata alla squadra. Odeh racconta di una madre con un'emorragia dopo il cesareo, che al mattino ha ritrovato mentre allattava il figlio. E di Malak, una bambina di 4 anni con una zip in trachea, morta sul tavolo operatorio. «Un caso di questo tipo in un contesto diverso avrebbe avuto un decorso completamente differente, non sarebbe finito così».
Il consiglio ai giovani. Chi cura bene un paziente, dice, lo cura bene ovunque. A chi vuole fare chirurgia di guerra consiglia di partire molto preparati, perché lanciarsi senza preparazione rischia di bruciare un possibile futuro.
Il contesto in breve
Secondo la Lancet Commission on Global Surgery, 5 miliardi di persone non hanno accesso a chirurgia e anestesia sicure quando servono, e nei Paesi più poveri nove persone su dieci non possono ricevere nemmeno la chirurgia di base. Solo il 6% degli interventi eseguiti nel mondo avviene nei Paesi più poveri. L'OMS stima che nel 2023 siano morte circa 260.000 donne durante o dopo la gravidanza e il parto, il 92% nei Paesi a basso e medio-basso reddito, spesso per emorragie gravi. Nel 2025 l'OMS ha confermato 1.426 attacchi contro la sanità, con 1.991 morti tra operatori e pazienti. Una revisione del 2012 indica che gli operatori umanitari sembrano soffrire più spesso di stress post-traumatico, depressione e ansia.
Da portare a casa
- Prepararsi prima di partire: master dedicati, stage sul campo e basi di ostetricia e ortopedia.
- Conoscere il contesto culturale: le regole dell'organizzazione e le usanze locali vanno rispettate sempre.
- Curare anche chi cura: debriefing, squadre affiatate e uno psicologo raggiungibile aiutano a reggere lo stress.
Fare il chirurgo in una zona di guerra non vuol dire saper fare di meno con meno strumenti. Vuol dire saper fare di più. È il messaggio che Murad Odeh, chirurgo d'urgenza e del trauma a Varese, porta in questo episodio di Skeptical Health con Cristian Valeri e Guido Magrin. Racconta le sue missioni in Congo, Burundi, Afghanistan e Repubblica Centrafricana, le scelte da fare in pochi secondi e alcune storie di pazienti che non ha mai dimenticato.
Perché il tema è urgente oggi
La chirurgia è una delle cure più diseguali al mondo. Secondo la Lancet Commission on Global Surgery, 5 miliardi di persone non hanno accesso a interventi chirurgici e anestesia sicuri e sostenibili quando servono. Nei Paesi più poveri nove persone su dieci non possono ricevere nemmeno la chirurgia di base.
Nei Paesi in guerra il problema si aggrava. Gli ospedali vengono colpiti, i professionisti locali fuggono, le strade diventano pericolose. Secondo il sistema di sorveglianza dell'Organizzazione mondiale della sanità, nel 2025 ci sono stati 1.426 attacchi confermati contro strutture e operatori sanitari nei Paesi in emergenza, con 1.991 morti tra operatori e pazienti.
In questo scenario lavorano medici, infermieri e logisti delle organizzazioni umanitarie. Di loro si sa poco. Come ci si prepara, come si decide, come si regge lo stress? Sono le domande da cui parte l'episodio.
Cosa emerge dall'episodio
Murad Odeh è un medico chirurgo italo-palestinese, con origini a Nablus, in Cisgiordania. È arrivato in Italia nel 1994, a 18 anni, per studiare medicina. Si è specializzato in chirurgia generale d'urgenza e oggi lavora all'ASST dei Sette Laghi di Varese, nell'Unità operativa di Chirurgia d'urgenza, con un incarico di alta specializzazione in chirurgia del trauma. Accanto al lavoro in Italia ha costruito un percorso nella cooperazione internazionale, in progetti di chirurgia in contesti a basse risorse e di guerra.
Una scelta presa a 18 anni
La scelta della chirurgia, racconta, era chiara fin dall'inizio. Riconosce che fu una scelta un po' spensierata: oggi la chirurgia è forse uno dei lavori più stressanti rispetto ad altre discipline. Ma a 18 anni cercava qualcosa che potesse fare la differenza. E la chirurgia, dice, rappresenta ancora per lui «il metodo più incisivo per curare i pazienti».
La guerra, per Odeh, non è solo un luogo di lavoro. Racconta di aver vissuto da bambino la guerra del Libano, a Beirut, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, quando la sua famiglia scappava dai combattimenti. Anni dopo è tornato negli scenari di guerra, questa volta come chirurgo. Ha scritto circa cento pagine di racconti su queste esperienze, insieme a molte fotografie, per tenere traccia del suo percorso.
La preparazione: non di meno, ma di più
Il primo punto su cui insiste è la preparazione. Ha iniziato con un master biennale di secondo livello in chirurgia umanitaria e delle catastrofi, poi uno stage di un mese in Burundi. Solo dopo sono arrivate le missioni vere e proprie. Ogni organizzazione ha regole di sicurezza precise, da rispettare sempre, e ogni Paese ha le sue usanze. Una volta, in Repubblica Centrafricana, tirò fuori la macchina fotografica per fotografare un bambino: i genitori si infastidirono subito, perché per loro la foto poteva rubare l'anima al bambino. Operare in contesti a basse risorse, spiega, «non implica saper far di meno, anzi implica saper far di più».
L'esempio che porta è la ginecologia. Un chirurgo generale italiano, anche esperto di trauma, non si occupa di patologie ginecologiche. In molti ospedali africani il taglio cesareo lo fanno anche i medici locali, ma le complicanze finiscono spesso al chirurgo in missione. Nella formazione italiana questa parte manca. In più mancano gli strumenti: in un villaggio del Nord Kivu, in Congo, a due ore di sterrato tra le montagne, non avevano nemmeno il bisturi elettrico, perché non c'era modo di ripararlo se si rompeva.
Servono allora improvvisazione e le cosiddette bail out strategies, le strategie per uscire da una situazione in cui si rischia di perdere il paziente. In Italia c'è la radiologia interventistica, ci sono altri specialisti da chiamare in sala. In quei contesti no. «L'ortopedico lo fa il chirurgo generale, il ginecologo lo fa il chirurgo generale», riassume. Anche la lettura delle radiografie spesso tocca al chirurgo.
Il chirurgo è solo una parte della squadra
Questo non significa lavorare da soli. Odeh descrive una catena di persone intorno al paziente: infermieri, fisioterapisti per la riabilitazione, lo psicologo del progetto, gli addetti all'acqua potabile, i logisti che procurano il carburante. «Il chirurgo è una piccola parte di tutto questo», dice. I ruoli restano definiti, anche nell'emergenza.
Il logista, in particolare, ha un compito che dall'Italia si immagina poco. In Congo, racconta, c'erano molti gruppi armati, come i Mai-Mai e l'M23. Il logista teneva i contatti con i loro capi, li informava ogni giorno delle attività e dei movimenti dell'organizzazione. Così i mezzi della cooperazione potevano passare più facilmente da un territorio all'altro. Ogni membro dello staff aveva anche i cosiddetti security money, una piccola somma sempre in tasca per far fronte a un fermo o a una minaccia.
Tutti i feriti sono pazienti
I rapporti con le fazioni, dice, sono stati quasi sempre buoni. In ospedale arrivavano civili, ma spesso anche combattenti. «Per noi il militare diventava un civile perché lasciava fuori dalla portineria dell'ospedale la sua divisa e si metteva la casacca dell'ospedale». Ricorda il bombardamento dell'ospedale di Kunduz, nel nord dell'Afghanistan, nel 2015. Per chi lavorava lì, spiega, i feriti erano semplicemente pazienti: «tutti i feriti sono pazienti fino a prova contraria».
Quando non c'era il coprifuoco usciva a fare due passi in centro. Capitava di incontrare al bar soldati che erano stati ricoverati da loro, che lo salutavano: «Salut mon frère, ciao fratello».
Le missioni e il peso della responsabilità
Odeh ha iniziato in Congo nel 2012, con una missione di tre mesi. Poi il Burundi, in un trauma center nella capitale Bujumbura, e nel 2014 l'Afghanistan, sempre in un trauma center chirurgico, a cavallo di Capodanno. Ha lavorato anche in Libano, per seguire progetti in Medio Oriente e Nord Africa. L'ultima missione è stata nel 2023 a Bangui, nella Repubblica Centrafricana: un mese in cui era l'unico chirurgo dell'organizzazione nella capitale, reperibile 24 ore su 24.
Un mese così, conferma, vale quasi un anno di lavoro in Italia per impegno e fatica. La responsabilità verso il paziente è la stessa: «per noi il paziente è il paziente, che sia un paziente in un posto dimenticato dal mondo o che sia un paziente in un ospedale italiano». Anzi, lì può pesare di più, perché è meno condivisa.
Come si regge lo stress
La sua strategia personale era semplice: ogni sera una videochiamata con il figlio Omar, che oggi ha 8 anni, e con la moglie. Il bambino voleva sapere cosa faceva il papà. Per Odeh era un modo per annullare lo stress della giornata e ritrovare il senso della missione.
Poi ci sono gli strumenti strutturati. Lo psicologo del progetto segue soprattutto i pazienti, ma in alcuni progetti c'è la possibilità di chiamare uno psicologo anche via telefono satellitare. Non risolve un burnout, osserva, però aiuta ad affrontare la giornata. Il supporto più forte viene dalla squadra, quando è affiatata. Dopo gli afflussi massivi di feriti, frequenti in Afghanistan, il gruppo si riuniva in cerchio: ognuno raccontava come aveva vissuto la giornata.
Il triage: chi entra per primo in sala
Quei debriefing servivano anche a spiegare le scelte più dure. Con una sola sala operatoria e molti feriti, spiega, «la scelta più azzeccata non è quella di portare quello più grave che ha meno chance di sopravvivenza». Il rischio è perdere lui e, nell'attesa, far peggiorare chi era meno grave. Durante l'emergenza la decisione è quasi istantanea e non c'è spazio per discutere. Dopo, però, va spiegata a tutta la squadra.
La maratona verso l'ospedale
Uno dei suoi racconti si intitola "Maratona". Dal compound, a 400-500 metri dall'ospedale, si sentivano spari e missili. La popolazione iniziava a correre: chi con del cibo, un uomo con un materasso sulle spalle, un ragazzino che si trascinava dietro una pecora. E correvano verso l'ospedale: «non correva a caso, correva verso l'ospedale perché l'ospedale è la zona più sicura della città». Anche il personale correva nella stessa direzione. Odeh racconta di aver rallentato per non superare chi gli correva accanto, e di essere arrivato con quella persona fino al cancello dell'ospedale. Poi hanno cominciato ad arrivare i feriti.
La madre salvata e il pianto del bambino
Un'altra notte, verso le due, lo chiamano via walkie-talkie. Una donna ha partorito con un cesareo, eseguito da una suora medico dell'ospedale, e ha un'emorragia massiva. Il bambino è già nato e piange. Per Odeh quel pianto era quasi una richiesta di aiuto, e dava forza a tutti in sala. Restano due ore a cercare di fermare il sanguinamento. Era un giovane chirurgo, ammette, e fece anche procedure che fino ad allora non erano nelle sue capacità.
Alle quattro l'anestesista gli dice: «Chiudi la signora perché quello che hai fatto hai fatto». Lui non vuole, l'emorragia non gli sembra sotto controllo. Alla fine si fida, mette i drenaggi e chiude. Torna a casa convinto che al mattino avrebbe trovato il bambino senza la madre. Alle sette è già in reparto. Il letto è vuoto. L'infermiera gli indica un altro punto della stanza: la donna è seduta e sta allattando il figlio.
Malak, la bambina con la zip in trachea
La storia più dura riguarda una bambina di 4 anni, arrivata una sera al trauma center in Afghanistan con il padre. Odeh non ricorda il suo vero nome e l'ha chiamata Malak, che in arabo vuol dire angelo. Respirava male: si pensava all'asma, ma il padre spiegò che aveva ingoiato la zip della maglietta. La radiografia la mostrò in trachea.
Il centro non trattava casi pediatrici, ma nessuno poteva tirarsi indietro. Il tentativo di estrarla fece crollare l'ossigeno, così eseguirono un'incisione della trachea per ventilarla. Un vicino ospedale militare tedesco, con strumenti più adatti, rimosse il corpo estraneo e riportò la bambina. Restava da chiudere il foro nella trachea. Quella notte però la bambina peggiorò. In sala operatoria non riuscirono più a intubarla né a ossigenarla, e morì sul tavolo operatorio.
«Un caso di questo tipo in un contesto diverso avrebbe avuto un decorso completamente differente, non sarebbe finito così», dice Odeh. È il tema dell'accesso alle cure: un problema che altrove sembra banale, lì si può pagare molto caro. Avvolsero la bambina in un lenzuolo e la consegnarono al padre, che li ringraziò per tutto quello che avevano fatto e se ne andò con lei in braccio.
Il consiglio ai giovani medici
I consigli per chi vuole seguire questa strada sono due. Il primo vale per tutti: impegnarsi nel proprio mestiere. «Chi cura bene un paziente lo cura bene a prescindere di dov'è», che sia in Italia, in Afghanistan o in Repubblica Centrafricana. Il secondo è per chi vuole fare chirurgia di guerra: partire molto preparati, perché «la chirurgia in alcuni contesti non si fa con il meno, ma si fa con il più». Vede molti giovani con tanta motivazione, ma lanciarsi senza preparazione, dice, è controproducente e rischia di bruciare un possibile futuro. Con una preparazione adeguata, invece, è un'esperienza bellissima.
Come prossimo ospite suggerisce Giuseppe Ietto, chirurgo dei trapianti a Varese, per raccontare il percorso dei pazienti in lista d'attesa per un trapianto di rene.
Cosa dice la scienza
Il divario nell'accesso alla chirurgia
La Lancet Commission on Global Surgery (Meara e colleghi, The Lancet, 2015) ha misurato quanto sia diseguale l'accesso alla chirurgia. Le sue conclusioni principali:
- 5 miliardi di persone non hanno accesso a chirurgia e anestesia sicure e sostenibili quando servono;
- nei Paesi a basso e medio-basso reddito nove persone su dieci non possono accedere alla chirurgia di base;
- servirebbero 143 milioni di interventi in più ogni anno nei Paesi a basso e medio reddito;
- dei 313 milioni di interventi eseguiti ogni anno nel mondo, solo il 6% avviene nei Paesi più poveri, dove vive oltre un terzo della popolazione mondiale.
Secondo la Commissione, nel 2010 circa 16,9 milioni di morti erano dovute a condizioni che richiedono cure chirurgiche, più di HIV, tubercolosi e malaria messi insieme. È il quadro in cui si inserisce la frase di Odeh sull'accesso alle cure.
Ostetricia: un compito anche per il chirurgo
La stessa Commissione ricorda che almeno il 15% delle gravidanze ha complicanze che richiedono cure ostetriche d'urgenza, compresa la chirurgia. L'OMS stima che nel 2023 siano morte circa 260.000 donne durante o dopo la gravidanza e il parto. Il 92% di queste morti è avvenuto nei Paesi a basso e medio-basso reddito, circa il 70% nell'Africa subsahariana. Tra le cause principali ci sono le emorragie gravi, soprattutto dopo il parto. È il tipo di urgenza che Odeh racconta nella storia della madre salvata, e spiega perché insiste sulla formazione ginecologica di chi parte.
Gli attacchi contro la sanità
L'OMS definisce attacco alla sanità qualsiasi atto di violenza verbale o fisica, ostruzione o minaccia che interferisce con la disponibilità, l'accesso e l'erogazione dei servizi sanitari nelle emergenze. Dal 2017 li registra con un sistema di sorveglianza dedicato. Nel 2025 ha confermato 1.426 attacchi, con 1.991 morti e 1.189 feriti tra operatori sanitari e pazienti. Le conseguenze, secondo l'OMS, sono tre: le persone restano senza cure urgenti, gli operatori sono in pericolo, i sistemi sanitari si indeboliscono.
La salute mentale di chi presta soccorso
La revisione di Connorton e colleghi (Epidemiologic Reviews, 2012) ha analizzato gli studi sugli operatori umanitari e sulle organizzazioni che li impiegano. Pur con metodi diversi tra gli studi, emerge che chi lavora nel soccorso umanitario è esposto a più traumi della popolazione generale e sembra soffrire più spesso di disturbo da stress post-traumatico, depressione e ansia. Le organizzazioni si preparano a questi rischi in modi diversi, e gli autori concludono che serve più supporto sul campo. Debriefing di gruppo, psicologi raggiungibili e squadre affiatate, come quelli descritti da Odeh, vanno in questa direzione.
Le criticità reali
Una domanda per riflettere. Odeh dice che la chirurgia umanitaria si fa «con il più». Quanti percorsi formativi in Italia preparano davvero un chirurgo a occuparsi anche di complicanze ostetriche, ortopedia e radiologia di base?
La formazione è frammentata. La specializzazione italiana è sempre più verticale. Chi vuole lavorare in contesti a basse risorse deve costruirsi da solo, con master e stage, le competenze trasversali che servono.
Il supporto psicologico non è uniforme. Dipende dall'organizzazione e dal progetto. Dove non c'è rete telefonica, anche una chiamata a casa richiede di camminare fino a una collina.
L'accesso alle cure resta diseguale. La morte di Malak racconta in una sola storia quello che i numeri della Lancet Commission descrivono per miliardi di persone.
La sicurezza di ospedali e operatori. Gli attacchi contro la sanità continuano, e ogni struttura colpita lascia intere comunità senza cure.
Cosa può cambiare
Dall'episodio emergono alcune direzioni concrete. Per chi vuole partire: formazione specifica in chirurgia umanitaria e delle catastrofi, stage sul campo prima delle missioni, competenze anche fuori dalla propria specialità. Per le organizzazioni: preparazione culturale sul Paese di destinazione, debriefing strutturati dopo le maxi emergenze, accesso garantito a un supporto psicologico anche per il personale espatriato. Sul piano globale, la Lancet Commission indica come obiettivi l'aumento degli specialisti in chirurgia, anestesia e ostetricia e la presenza di piani chirurgici nazionali nei Paesi più poveri. Tutelare gli ospedali in guerra resta una condizione di base.
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Conclusione
Murad Odeh racconta una medicina diversa da quella che si vede ogni giorno in Italia, ma con lo stesso centro: il paziente. In Congo, in Afghanistan o in Centrafrica il chirurgo lavora con pochi strumenti, dentro una squadra, in contesti dove anche un trasferimento dipende da un accordo con un gruppo armato. La sua lezione principale riguarda la preparazione: chi parte deve saper fare di più, non di meno. Le sue storie, dalla madre salvata alla piccola Malak, rendono concreto un dato che i rapporti internazionali confermano: l'accesso alla chirurgia è ancora un privilegio per gran parte del mondo.
→ Ascolta l'episodio 39 di Skeptical Health con Murad Odeh per il racconto completo.
I dati chiave
- 5 miliardi: le persone senza accesso a chirurgia e anestesia sicure e sostenibili (Lancet Commission on Global Surgery, 2015)
- 9 su 10: le persone che nei Paesi a basso e medio-basso reddito non accedono alla chirurgia di base (Lancet Commission, 2015)
- 143 milioni: gli interventi chirurgici in più necessari ogni anno nei Paesi a basso e medio reddito (Lancet Commission, 2015)
- Almeno il 15%: le gravidanze con complicanze che richiedono cure ostetriche d'urgenza (Lancet Commission, 2015)
- 260.000: le donne morte per cause legate a gravidanza e parto nel 2023, il 92% nei Paesi a basso e medio-basso reddito (OMS, 2025)
- 1.426: gli attacchi confermati contro la sanità nel 2025, con 1.991 morti tra operatori e pazienti (OMS)
Takeaway
Prepararsi prima di partire. Chi vuole lavorare in chirurgia umanitaria ha bisogno di competenze in più: master dedicati, stage sul campo, basi di ostetricia e ortopedia.
Conoscere il contesto culturale. Un gesto normale in Europa, come fotografare un bambino, può essere offensivo altrove. Le regole dell'organizzazione vanno rispettate sempre.
Curare anche chi cura. Debriefing, squadre affiatate e accesso a uno psicologo aiutano a reggere lo stress delle missioni.
Ricordare che il paziente è sempre il paziente. Curare bene, dice Odeh, vale allo stesso modo in Italia e nei posti dimenticati dal mondo.
Domande frequenti
Come si diventa chirurgo nelle zone di guerra?
Non esiste un percorso unico, ma serve prima di tutto una solida formazione chirurgica. Nell'episodio 39 Murad Odeh racconta di essersi specializzato in chirurgia generale d'urgenza, di aver frequentato un master biennale di secondo livello in chirurgia umanitaria e delle catastrofi e di aver fatto uno stage di un mese in Burundi prima delle prime missioni. Il suo consiglio è partire molto preparati.
Cosa fa un chirurgo in una missione umanitaria?
Oltre ai traumi, il chirurgo in missione affronta spesso problemi che in Italia sono di altri specialisti: complicanze ostetriche, ortopedia, lettura degli esami radiologici. Murad Odeh spiega che in questi contesti il chirurgo generale è un medico a 360 gradi, ma inserito in una squadra con infermieri, fisioterapisti, logisti, psicologi e addetti all'acqua potabile.
Perché nelle maxi emergenze non si opera sempre il paziente più grave?
Quando c'è una sola sala operatoria e molti feriti, portare per primo il paziente più grave e con meno probabilità di sopravvivere rischia di far perdere sia lui sia un paziente meno grave che nel frattempo peggiora. È il principio del triage nelle maxi emergenze che Murad Odeh descrive nell'episodio: scelte rapide, da spiegare poi alla squadra.
Quante persone nel mondo non hanno accesso alla chirurgia?
Secondo la Lancet Commission on Global Surgery (2015), 5 miliardi di persone non hanno accesso a cure chirurgiche e anestesiologiche sicure e sostenibili quando servono. Nei Paesi a basso e medio-basso reddito nove persone su dieci non possono accedere alla chirurgia di base, e servirebbero 143 milioni di interventi in più ogni anno.
Gli operatori umanitari rischiano problemi di salute mentale?
Sì. Una revisione pubblicata su Epidemiologic Reviews (2012) indica che chi lavora nel soccorso umanitario è esposto più della popolazione generale a traumi e sembra soffrire più spesso di disturbo da stress post-traumatico, depressione e ansia. Gli autori concludono che serve più supporto sul campo. Nell'episodio Murad Odeh descrive debriefing di gruppo e contatti con lo psicologo.
Quali sono le principali cause di morte materna nel mondo?
Secondo l'OMS circa tre quarti delle morti materne sono dovuti a emorragie gravi, soprattutto dopo il parto, infezioni, ipertensione in gravidanza, complicanze del parto e aborto non sicuro. Nel 2023 sono morte circa 260.000 donne, il 92% nei Paesi a basso e medio-basso reddito.
Fonti
- Meara JG et al.: Global Surgery 2030: evidence and solutions for achieving health, welfare, and economic development. The Lancet (2015)
- Connorton E et al.: Humanitarian relief workers and trauma-related mental illness. Epidemiologic Reviews (2012)
- World Health Organization: Maternal mortality, fact sheet (2025)
- World Health Organization: Stopping attacks on health care, Surveillance System for Attacks on Health Care