Sara Trasciatti: l'Infermiera Speleologa e le Sfide del Soccorso in Grotta
Come si soccorre un ferito a centinaia di metri sottoterra? L'infermiera Sara Trasciatti racconta squadre, ipotermia, dolore e farmaci nel soccorso in grotta.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Sara Trasciatti — Infermiera, soccorso speleologico
Ultimo aggiornamento: 2026-09-24
Quanto tempo hai?
Sara Trasciatti è un'infermiera di area critica e, nel tempo libero, una soccorritrice del Soccorso alpino e speleologico: interviene in grotta, in montagna e nelle forre. A Cristian Valeri e Guido Magrin racconta come si assiste un ferito sottoterra, al buio e al freddo, a ore di distanza dall'uscita. Nel dicembre 2024 era nell'équipe sanitaria che ha assistito la speleologa Ottavia Piana nell'Abisso Bueno Fonteno. Il tema conta perché dietro questi interventi c'è un sistema fatto quasi solo di volontari, che deve funzionare dove ospedale e ambulanza non arrivano.
Cosa emerge dall'episodio
Dove non arriva l'ambulanza. Un ambiente impervio, spiega, è semplice da definire: «dove non arriva l'ambulanza arriva il soccorso alpino speleologico». Per diventare soccorritrice bisogna prima di tutto amare la montagna e la grotta, saper progredire da soli e poi imparare le tecniche avanzate con le scuole nazionali. In grotta la comunicazione con l'esterno è difficile, quindi si lavora con protocolli e flowchart che tutelano i sanitari.
Come parte un soccorso. In grotta si va idealmente in cinque: se qualcuno si fa male, due restano con il ferito e due escono a dare l'allarme. Conta più la distanza dall'ingresso che la profondità, e quando i soccorritori raggiungono il ferito possono essere passate sei ore. Alcuni interventi richiedono 150 persone invece di 15.
Sacchi, tende e candele. I sacchi di primo intervento sono standardizzati in tutta Italia: valutazione e trattamento, comfort con cibo e tuta di ricambio, immobilizzazione. Una piccola tenda con candele fa guadagnare 2-3 gradi, perché in grotta le temperature vanno in media dai 4 ai 10 gradi e l'ipotermia arriva facilmente. Scaldare i liquidi è un problema: infondere un liquido a 4 gradi, dice, la «manda automaticamente in ipotermia».
Un recupero lungo e un cavo sicuro. Il recupero di un ferito è in genere «10 volte più lungo rispetto a un recupero in ambiente esterno». La barella è rigida e le strettoie vanno allargate, a volte con cariche esplosive, a volte a mano. Per comunicare, dice, «il cavo telefonico è sempre quello più sicuro».
Farmaci e volontari. Il problema principale per il futuro è l'approvvigionamento dei farmaci, perché le convenzioni per rifornire i sacchi medici non sono attive in tutte le regioni. Per il dolore si sta rivalutando la via sottocutanea, perché trovare una vena in grotta è complicato. Tutti i soccorritori sono volontari, e una legge garantisce ai dipendenti di assentarsi durante gli interventi.
Il contesto in breve
Una revisione pubblicata nel 2022 sull'International Journal of Environmental Research and Public Health definisce l'ipotermia accidentale come una temperatura interna sotto i 35 °C e ricorda che i feriti si raffreddano in fretta. Uno studio pubblicato su Wilderness & Environmental Medicine nel 2012 ha analizzato 1.356 vittime di incidenti in grotta negli Stati Uniti: la causa più comune di trauma era la caduta, e gli arti inferiori la zona più colpita. Una revisione Cochrane del 2015 mostra che i liquidi endovenosi riscaldati mantengono la temperatura corporea circa mezzo grado più alta, in sala operatoria. Per curiosità, uno studio svizzero del 2023 su 177 traumatizzati ha visto il dolore ridursi in media di 3 punti con il fentanil transmucosale.
Da portare a casa
- Se vai in grotta, non andarci da solo: il gruppo ideale è di cinque persone.
- Lascia detto dove vai e quando pensi di tornare: e indica chi chiamare se non rientri.
- Proteggi il ferito dal freddo: isolarlo da terra e coprirlo è il primo aiuto.
«In grotta sai quando entri ma non sai quando esci, perché può succedere di tutto». Sara Trasciatti è un'infermiera di area critica. Nel tempo libero è una soccorritrice del Soccorso alpino e speleologico: interviene in grotta, in montagna e nelle forre. A Cristian Valeri e Guido Magrin racconta come si assiste un ferito sottoterra, al buio e al freddo, a ore di distanza dall'uscita.
Perché il tema è urgente oggi
Il soccorso in grotta è poco conosciuto finché non finisce in prima pagina. Nel dicembre 2024 l'Italia ha seguito per giorni il recupero della speleologa Ottavia Piana, ferita nell'Abisso Bueno Fonteno, in provincia di Bergamo. Sara Trasciatti era nell'équipe sanitaria che l'ha assistita.
Dietro questi interventi c'è un sistema fatto quasi solo di volontari, con competenze sanitarie e tecniche rare. In montagna le chiamate crescono, anche per escursionisti poco attrezzati. In grotta gli interventi sono pochi, ma lunghi e complessi. In entrambi i casi l'assistenza deve funzionare dove l'ospedale e l'ambulanza non possono arrivare.
Cosa emerge dall'episodio
Sara Trasciatti viene dall'Umbria ed è la prima ospite del podcast arrivata da fuori regione. Da bambina medicava il fratello dopo un brutto incidente e si immaginava nel wound care. Poi ha scoperto l'area critica. Dopo la laurea in infermieristica ha completato anche una triennale in ostetricia, e al momento della registrazione sta finendo la laurea magistrale. Ha lavorato alcuni anni in terapia intensiva, poi in medicina interna, e da poco è tornata in terapia intensiva.
Dove non arriva l'ambulanza
La speleologia è nata come una sfida personale. Si era iscritta a un corso di introduzione quasi per gioco, perché gli ambienti chiusi la incuriosivano invece di spaventarla. Ha trovato un mondo in cui, dice, «ogni volta che si va in grotta si conosce qualcosa un po' di se stessi».
Cos'è un ambiente impervio? La risposta è semplice: «dove non arriva l'ambulanza arriva il soccorso alpino speleologico». Quindi le grotte, la montagna e le forre, cioè le gole scavate dall'acqua. Le sfide sono la fatica fisica, le competenze tecniche da aggiornare di continuo e la tenuta mentale. Per diventare soccorritrice, spiega, prima di tutto «devi essere soprattutto un amante della montagna e un amante della grotta». Servono capacità autonome di progressione. Poi si aggiungono le tecniche avanzate di soccorso, apprese con le scuole nazionali, e un corso sulla gestione dello stress tenuto dagli psicologi del soccorso.
Per medici e infermieri non esistono master abilitanti: chi ha le competenze professionali e sa muoversi in grotta può entrare negli interventi. La formazione continua passa dalla Scuola nazionale medici del soccorso.
Protocolli quando il medico non c'è
Il rapporto tra medico e infermiere, in grotta, è diverso da quello in ambulanza. «Uno dei tanti problemi è la comunicazione con l'esterno», spiega. In ambulanza basta una chiamata alla centrale per un'autorizzazione. Sottoterra il telefono non sempre è disponibile. Per questo si lavora con protocolli e flowchart che indicano come agire in determinate situazioni e che, dice, tutelano i sanitari.
Come parte un soccorso in grotta
I conduttori chiedono di partire da un caso concreto: una persona bloccata a 300 metri di profondità. In grotta, spiega Trasciatti, si va idealmente in cinque. Se qualcuno si fa male, due restano con il ferito e due escono a dare l'allarme. Conta più la distanza dall'ingresso che la profondità: si può essere a meno 300 metri ma a due o tre chilometri dall'uscita, e servire 3-4 ore solo per uscire. Poi si attiva la centrale e la delegazione della regione, che chiede aiuto alle regioni vicine se servono più forze. Alcuni interventi hanno richiesto dieci volte le persone di un soccorso su strada: non 15, ma 150. I soccorritori devono poi rifare il percorso al contrario. Quando raggiungono il ferito, possono essere passate sei ore.
Nella prima squadra si cerca di far arrivare medici e infermieri, o formatori laici con una preparazione sanitaria in più. La squadra ideale, per lei, è un medico e un infermiere con almeno un tecnico e due telefonisti che stendono il cavo. Prima di entrare si scarica dal catasto delle grotte la pianta della cavità, per sapere dove si trova il ferito e cosa serve per arrivarci.
Sacchi, tende e candele
I sacchi di primo intervento sono standardizzati in tutta Italia. Il sacco 1 contiene il materiale per la valutazione e il trattamento secondo lo schema XABCDE: vie aeree, respirazione, circolazione. Il sacco 2 è il sacco comfort: igiene personale, presidi assorbenti, cateteri, cibo e il "tutone", una tuta di ricambio contro l'ipotermia. Il sacco K contiene i presidi per l'immobilizzazione, come steccobende e collare cervicale. Nei sacchi c'è anche una piccola tenda senza fondo: si aggancia alle pareti, si mette un materassino e si accendono candele, per guadagnare 2-3 gradi rispetto all'esterno. In grotta, spiega, le temperature vanno in media dai 4 ai 10 gradi, a volte sotto zero. E a quelle temperature, per un traumatizzato, l'ipotermia arriva facilmente.
I soccorritori portano fuori anche i propri rifiuti, per rispetto dell'ecosistema della grotta. Si mangiano barrette, cioccolato, frutta secca, e con un fornellino si preparano tè, brodo e zuppe liofilizzate. Il materiale non si perde: «tutto quello che entra poi esce».
Cosa si trova sottoterra
La maggior parte degli interventi riguarda traumi lievi: scivolamenti, massi che cadono e colpiscono spalle, caviglie, ginocchia. I traumi gravi del bacino, con il rischio di grandi emorragie, per fortuna sono rari. Il casco protegge la testa, ma restano i traumi del viso. A volte è la grotta stessa a cedere: in una grotta in esplorazione il pavimento può crollare all'improvviso. In quei casi la zona spesso non è ancora accatastata, e le informazioni arrivano dai compagni del ferito.
Poi c'è il problema delle trasfusioni e dei liquidi. Portare una sacca di sangue non è difficile. Difficile è scaldarla: infondere un liquido a 4 gradi in una persona a 36-37, dice, la «manda automaticamente in ipotermia». Si può avvolgere la sacca con scaldini chimici, ma il liquido si raffredda di nuovo nel deflussore, il tubicino che la collega alla vena. Con la Scuola nazionale medici si stanno valutando prototipi per scaldare proprio il deflussore.
Il recupero e la disostruzione
Il recupero di un ferito è in genere «10 volte più lungo rispetto a un recupero in ambiente esterno». La barella è rigida, perché deve proteggere tutta la colonna, e il ferito va tenuto il più possibile in orizzontale. Ma spesso le strettoie non lo permettono. Qui entra la commissione disostruzione, che allarga i passaggi. A volte con cariche esplosive: se le correnti d'aria spingono verso l'interno, ai sanitari viene data una maschera antigas. Altrimenti si lavora con martello e scalpello, per tratti lunghi, tutto a mano.
Sulla comunicazione, spiega, è stato sviluppato un sistema di monitoraggio chiamato Hermes, che invia i dati del paziente all'esterno. Ma ce n'è uno solo, e il suo arrivo può essere ritardato. Il cavo telefonico resta il collegamento più affidabile: «il cavo telefonico è sempre quello più sicuro». All'uscita il ferito viene affidato ai sanitari del soccorso alpino, se si è ancora in ambiente impervio, o al 118 se l'uscita è in zona urbana.
Grotta e montagna: numeri diversi
In grotta, spiega, gli interventi sono in media circa venti l'anno in tutta Italia, quindi c'è il tempo per spostare sanitari da una regione all'altra. In montagna i numeri sono molto più alti: ricorda una media di circa tremila interventi in un anno recente, tra chiamate improprie ed escursionisti senza attrezzatura adeguata, a volte in infradito. In Umbria, spiega, gli interventi non si pagano, mentre in alcune regioni alpine sì.
Il dolore e i farmaci: «l'emergenza maggiore»
Sul futuro, Trasciatti non ha dubbi: il problema principale è «l'approvvigionamento farmaci». Accanto ai sacchi di primo intervento viaggiano sacchi medici con i farmaci. Ma le convenzioni con le centrali operative o le farmacie che permettono di rifornirli non sono attive in tutte le regioni. Per un infermiere è difficile giustificare una fiala in una sacca: chi l'ha prescritta, dove è stata presa. Quando intervengono medici anestesisti il problema non c'è. Quando c'è solo un infermiere, sì. Con la Scuola nazionale medici si lavora per uniformare le procedure.
Per il dolore lieve si usano paracetamolo e ibuprofene. Per quello più forte si è provato il fentanil in forma di lecca-lecca, con il rischio di nausea e vomito in un ferito che resta ore su una barella. Ora si sta rivalutando la via sottocutanea, anche con l'elastomero, un piccolo palloncino che rilascia il farmaco a velocità costante. Si può posizionare sul torace senza scoprire le braccia e disperdere calore. Trovare una vena in grotta, spiega, è complicato: si è inginocchiati o stesi al freddo, al buio, con due paia di guanti. Uno dei conduttori aggiunge che la sottocute si sta riscoprendo anche a domicilio, per idratare i grandi anziani che non sentono più la sete.
Volontari, famiglie e tempo libero
«Noi siamo tutti volontari», ricorda. Una legge garantisce ai dipendenti di assentarsi durante gli interventi senza perdere lo stipendio. Per i privati e le partite IVA è previsto un rimborso per il tempo perso. Il soccorso cerca di garantire il ricambio del personale, perché restare trenta ore in un intervento è molto pesante anche mentalmente. Non esiste un allenamento specifico: la preparazione si costruisce andando spesso in grotta con persone di cui ci si fida, molte delle quali fanno parte del soccorso.
E la famiglia? Sua madre conosce quasi tutti i compagni di squadra, quindi è tranquilla. Il problema è quando chiede quando torna. Un'uscita di sei ore può diventare di quindici, perché ci si ferma a bivaccare o a bere un tè. Così la risposta è sempre la stessa: «se domani non mi trovi a casa chiama qualcuno».
Sul suo futuro vorrebbe tenere insieme formazione e interventi, all'università e nel soccorso. Come prossimo ospite suggerisce Nicola Volpi, presidente dell'Ordine delle professioni infermieristiche di Perugia, e la coordinatrice del suo corso di laurea magistrale.
Cosa dice la scienza
Ipotermia: il nemico silenzioso
La revisione di Paal e colleghi (International Journal of Environmental Research and Public Health, 2022), scritta da esperti di medicina di montagna, definisce l'ipotermia accidentale come un calo della temperatura interna sotto i 35 °C. I pazienti feriti si raffreddano in fretta, anche in climi caldi, e per questo la prevenzione del raffreddamento è centrale. Il rischio di arresto cardiaco sale sotto i 30 °C nei giovani sani e sotto i 32 °C negli anziani o in chi ha più malattie. In questi casi gli autori raccomandano il trasferimento diretto in un centro con circolazione extracorporea. Nei soccorsi prolungati indicano l'uso di dispositivi meccanici per la rianimazione, se disponibili.
Quali infortuni in grotta
Lo studio di Stella-Watts e colleghi (Wilderness & Environmental Medicine, 2012) ha analizzato 877 segnalazioni di incidenti in grotta negli Stati Uniti tra il 1980 e il 2008, con 1.356 vittime. La causa più comune di trauma era la caduta (74% degli incidenti con lesioni). Gli arti inferiori erano la zona più colpita (29%), seguiti da arti superiori e testa. Le fratture erano il 41% delle lesioni. La maggior parte degli infortuni non era pericolosa per la vita, ma in 28 anni i decessi documentati sono stati 81. È un quadro simile a quello descritto da Trasciatti: soprattutto traumi degli arti da caduta o scivolamento.
Esplosivi e collaborazione tra squadre
Un caso descritto da Sette e colleghi (Wilderness & Environmental Medicine, 2015) mostra quanto possano essere complesse queste operazioni. Nel giugno 2012, nelle Alpi orientali, un alpinista di 52 anni è rimasto schiacciato da un masso. La stabilizzazione e l'estricazione hanno richiesto 6 ore, con l'aiuto della sezione speleologica del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico e l'uso di esplosivi. Gli autori sottolineano il valore della collaborazione tra squadre e della capacità di adattarsi in ambienti ostili.
Fentanil transmucosale in ambiente alpino
Per curiosità, uno studio svizzero (Pietsch e colleghi, Scandinavian Journal of Trauma, Resuscitation and Emergency Medicine, 2023) ha seguito 177 pazienti traumatizzati trattati con fentanil transmucosale in tre località sciistiche e di mountain bike. Il dolore si è ridotto in media di 3 punti su una scala da 0 a 10, senza eventi avversi maggiori. Gli autori lo considerano un'alternativa utile quando mettere un accesso venoso richiede tempo, come nelle aree remote.
Scaldare i liquidi
Una revisione Cochrane (Campbell e colleghi, 2015) su 24 studi e 1.250 pazienti in sala operatoria ha trovato che i liquidi endovenosi riscaldati mantengono la temperatura corporea circa mezzo grado più alta rispetto ai liquidi a temperatura ambiente, e riducono i brividi. Il contesto è diverso da una grotta, ma il principio è lo stesso di cui parla Trasciatti: un liquido freddo infuso in vena sottrae calore al paziente.
Le criticità reali
I farmaci. Le regole per rifornire i sacchi medici cambiano da regione a regione. Per gli infermieri, che spesso sono i primi sanitari a raggiungere il ferito, questo limita la gestione del dolore.
Poche persone, tanto lavoro. I sanitari con questa specializzazione sono pochi. Negli interventi lunghi servono spesso colleghi da altre regioni, tutti volontari.
Linee guida da costruire. Per l'ambiente speleologico molte indicazioni sono ancora in via di aggiornamento e si adattano quelle alpine.
Tecnologia scarsa. Sistemi come Hermes esistono in un solo esemplare e i dispositivi per scaldare i liquidi sono costosi.
Una domanda per riflettere. Chi va in grotta per passione non ha l'obbligo di portare con sé un kit di primo soccorso né di saperlo usare. Quanto cambierebbero le prime ore di un incidente se tutti lo avessero?
Cosa può cambiare
Nell'episodio emergono proposte concrete. Il soccorso sta lavorando a una checklist nazionale e a un sacchetto di primo intervento da inserire nei corsi di introduzione alla speleologia, con corsi di primo soccorso in grotta già avviati in Umbria. Si punta a uniformare in tutta Italia le procedure per i farmaci, con la Scuola nazionale medici. Si stanno valutando dispositivi per scaldare i liquidi, barelle scomponibili più facili da far passare nelle strettoie e sistemi di trasmissione dei dati dal fondo della grotta. La via sottocutanea e l'ecografo portatile possono semplificare l'assistenza quando trovare una vena è quasi impossibile.
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Conclusione
Sara Trasciatti racconta un'assistenza sanitaria che si svolge al buio, al freddo e con tempi che si misurano in ore e giorni. Sottoterra il paziente va protetto dall'ipotermia, il dolore va gestito senza una vena facile da trovare e ogni decisione dipende da un cavo telefonico. Le prove disponibili confermano i punti chiave: le cadute sono la prima causa di infortunio in grotta, il freddo è un rischio serio per chi è ferito e i liquidi freddi sottraggono calore. Tutto questo è affidato a volontari che, finito il turno in ospedale, tornano sottoterra.
→ Ascolta l'episodio 5 di Skeptical Health con Sara Trasciatti per il racconto completo.
I dati chiave
- Sotto i 35 °C: la soglia dell'ipotermia accidentale (Paal et al., 2022)
- 1.356 vittime: gli incidenti in grotta analizzati negli Stati Uniti in 28 anni, con le fratture al 41% delle lesioni (Stella-Watts et al., 2012)
- 74%: la quota di incidenti con lesioni in grotta dovuti a una caduta (Stella-Watts et al., 2012)
- 6 ore: la durata di stabilizzazione ed estricazione in un soccorso alpino con esplosivi nelle Alpi orientali (Sette et al., 2015)
- 177 pazienti: trattati con fentanil transmucosale in località alpine svizzere, con una riduzione mediana del dolore di 3 punti (Pietsch et al., 2023)
- Circa mezzo grado: la temperatura corporea in più con liquidi endovenosi riscaldati (Cochrane, 2015)
Takeaway
Se vai in grotta, non andarci da solo. Il gruppo ideale è di cinque persone: due restano con il ferito, due escono a dare l'allarme.
Lascia detto dove vai e quando pensi di tornare. E indica chi chiamare se non rientri.
Porta un kit minimo di primo soccorso. Garze sterili e pochi presidi di base possono fare la differenza nelle ore di attesa.
Proteggi il ferito dal freddo. In grotta e in montagna l'ipotermia è un danno che si aggiunge al trauma: isolarlo da terra e coprirlo è il primo aiuto.
Domande frequenti
Chi interviene quando qualcuno si fa male in grotta?
In Italia interviene il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico (CNSAS), formato da volontari. Nell'episodio 5 di Skeptical Health l'infermiera Sara Trasciatti spiega che, dove non arriva l'ambulanza, arriva il soccorso alpino e speleologico: in grotta, in montagna e nelle forre. In ogni intervento lavorano tecnici, sanitari, telefonisti e, se serve, esperti di disostruzione.
Quanto dura un soccorso in grotta?
Può durare molte ore o giorni. Secondo Sara Trasciatti, se un ferito è lontano dall'ingresso possono servire 3-4 ore solo perché i compagni escano a dare l'allarme, e altrettante perché i soccorritori lo raggiungano. Il recupero in barella è in genere circa dieci volte più lungo di un recupero all'esterno, per le strettoie, i pozzi e i passaggi da allargare.
Perché l'ipotermia è il pericolo principale in grotta?
Perché in molte grotte la temperatura è tra 4 e 10 gradi, a volte meno, con umidità alta e acqua. Un ferito immobile si raffredda in fretta. L'ipotermia accidentale è definita come una temperatura corporea sotto i 35 gradi. Per proteggere il ferito i soccorritori usano tute di ricambio, coperte termiche e una piccola tenda riscaldata con candele.
Quali sono gli infortuni più comuni in grotta?
Sono soprattutto traumi da caduta o scivolamento. Uno studio su 1.356 vittime di incidenti in grotta negli Stati Uniti tra il 1980 e il 2008 ha trovato che le fratture erano il 41% delle lesioni e gli arti inferiori la zona più colpita. Anche Sara Trasciatti descrive in prevalenza traumi minori a spalle, caviglie e ginocchia, mentre i traumi gravi del bacino sono rari.
Come si gestisce il dolore di un ferito in grotta?
Per il dolore lieve si usano analgesici comuni come paracetamolo e ibuprofene, per quello più intenso farmaci come il fentanil per via transmucosale. Sara Trasciatti racconta che il soccorso sta rivalutando la via sottocutanea, anche con elastomeri, perché trovare una vena al buio, al freddo e con due paia di guanti è molto difficile.
I volontari del soccorso alpino e speleologico sono pagati?
No, sono volontari. Una legge nazionale, la n. 162 del 1992, garantisce però ai soccorritori che lavorano come dipendenti di assentarsi dal lavoro durante gli interventi senza perdere la retribuzione. Sara Trasciatti spiega che per i lavoratori autonomi è previsto un rimborso per il tempo di lavoro perso.
Fonti
- Paal P et al.: Accidental Hypothermia: 2021 Update. International Journal of Environmental Research and Public Health (2022)
- Stella-Watts AC et al.: The epidemiology of caving injuries in the United States. Wilderness & Environmental Medicine (2012)
- Sette P et al.: Complex alpine extrication: case report of mountain and speleological rescue cooperation. Wilderness & Environmental Medicine (2015)
- Pietsch U et al.: Oral transmucosal fentanyl citrate analgesia in prehospital trauma care: an observational cohort study. Scandinavian Journal of Trauma, Resuscitation and Emergency Medicine (2023)
- Campbell G et al.: Warming of intravenous and irrigation fluids for preventing inadvertent perioperative hypothermia. Cochrane Database of Systematic Reviews (2015)