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Medici vs Infermieri: Conflitti, Sfide e il Futuro della Sanità

Perché medici e infermieri si vivono come lobby rivali? Lorenzo Guzzetti, manager del Terzo Settore, parla di competenze, burocrazia e regole da rifare.

Medici vs Infermieri: Conflitti, Sfide e il Futuro della Sanità
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Lorenzo Guzzetti — Esperto comunicazione scientifica

Ultimo aggiornamento: 2026-09-24

Quanto tempo hai?

«Conoscerò 200, 300 medici per il lavoro che faccio: mi farei toccare da due. Mentre conosco 200 infermieri: mi farei toccare da 198». Parte da qui, con una battuta volutamente provocatoria, la seconda chiacchierata di Skeptical Health con Lorenzo Guzzetti. Manager del Terzo Settore, dirige strutture sanitarie e socioassistenziali per anziani, persone con disabilità e malati psichiatrici. Con Cristian Valeri e Guido Magrin parla del rapporto difficile tra medici e infermieri, della managerializzazione della sanità e di regole che, dice, non raccontano più la realtà.


Perché il tema è urgente oggi

Medici e infermieri lavorano fianco a fianco ogni giorno, ma spesso si percepiscono come controparti. Il tema non è solo di clima nei reparti. Riguarda chi fa cosa, chi decide e quanto tempo resta per curare davvero le persone.

I numeri aiutano a capire perché la questione è delicata. Secondo il profilo sanitario dell'Italia pubblicato nel 2023 da OCSE e Osservatorio europeo sui sistemi sanitari, nel 2021 in Italia c'erano 4,1 medici ogni 1.000 abitanti, in linea con la media europea. Gli infermieri erano circa 6,2 ogni 1.000 abitanti, circa un quarto in meno della media dell'Unione. Lo stesso rapporto segnala che più del 55% dei medici ha oltre 55 anni.

Con una popolazione sempre più anziana e con più malattie croniche, il modo in cui le professioni si dividono il lavoro diventa una questione di sostenibilità. È il filo che attraversa tutta la puntata.


Cosa emerge dall'episodio

Lorenzo Guzzetti, classe 1982, era già stato ospite nell'episodio 2. Oltre a dirigere strutture sociosanitarie, è stato sindaco di Uboldo, in provincia di Varese, dal 2007 al 2019, uno dei più giovani d'Italia. Ha scritto di Terzo Settore sul quotidiano Il Riformista, conduce un programma radiofonico e ha fondato l'associazione Quelli che… con Luca, che finanzia la ricerca sulla leucemia infantile. In questa seconda parte il tema sono le politiche sociosanitarie. Il tono è diretto, a tratti volutamente sopra le righe.

Nato in corsia, non in aula

Guzzetti tiene a dire da dove viene: «Io ho avuto la fortuna di nascere in corsia». Ha imparato il mestiere accanto ad ASA e OSS, e rivendica di sapere cosa fa ciascuna figura. Per questo diffida di una managerializzazione fatta solo di titoli e slide.

Racconta di un giovane arrivato da lui per un tirocinio dopo un master. Gli chiede di girare la struttura per qualche giorno e di dirgli cosa vede. Il ragazzo torna con quaranta pagine di slide piene di termini inglesi. Guzzetti lo porta allora in una comunità: «Senti questo odore? Questa qua è pipì e pupù, che è il KPI: vuol dire che non stanno cambiando i pazienti». Il punto, spiega, è l'attitudine. Il rischio del settore è diventare così "industriale" da perdere lo sguardo su ciò che succede davvero accanto al letto.

Due professioni che non si parlano

Il cuore della puntata è il rapporto tra medici e infermieri. Guzzetti lo descrive come un tema antico, che si trascina da anni: i medici trattano gli infermieri come segretari, gli infermieri si arrabbiano. Secondo lui gli infermieri sono cresciuti in modo esponenziale dal punto di vista formativo e professionale, mentre la categoria medica continua a fare cose che non dovrebbe fare. «I medici oggi fanno tutto, ma non curano la gente», dice, citando il medico di medicina generale che dovrebbe accompagnare il paziente e spesso non riesce, sommerso dalla carta.

La sua proposta è una provocazione: «Prendere un capannone a Milano, tipo la Fiera di Milano: vi chiudete dentro tre giorni, tutti gli infermieri e tutti i medici, e la fate fuori una volta per tutte». Poi il ragionamento si fa serio. «Sono due lobby che non riescono a dialogare», e il risultato è che le due professioni sono diventate concorrenti, mentre secondo lui dovrebbero essere complementari. Anche la carta, osserva, pesa su tutti: un coordinatore infermieristico passa buona parte del tempo a compilare documenti. Tecnologie e innovazione dovrebbero aiutare proprio lì.

L'infermiere, figura centrale che rischia di perdersi

Guzzetti non nasconde la sua stima per gli infermieri: «Per me l'infermiere è la figura più importante nella sanità». Racconta di essere entrato in una struttura dove di notte non c'era un infermiere e di averlo inserito dal giorno dopo.

Proprio per questo è duro su un punto. Critica le "aste al rialzo" sugli stipendi tra strutture, a cui dice di non partecipare, e avverte: «Credo che proprio la figura dell'infermiere tra qualche anno si pentirà di questa cosa». Il ragionamento riguarda il futuro. Se l'infermiere perde l'aspetto relazionale e si riduce a fare carte e dare medicine, quei compiti potranno farli l'intelligenza artificiale e i robot. A quel punto, dice, si finirà per pagare di più educatori e OSS.

Dai conduttori arriva un'osservazione che lega il tema alla formazione. Molti pensano che il lavoro infermieristico sia prestazionale, fatto di medicazioni e iniezioni, quando in realtà il suo cuore è la presa in carico della persona.

Scienza e stregoneria: il ricordo del Covid

Guzzetti porta un episodio dei mesi del Covid. Durante l'apertura di un centro vaccinale, un medico gli chiede di intervenire perché un paziente mandato in ospedale è stato rimandato indietro. Lui risponde che la struttura cura le persone e che il medico ha una laurea in medicina e chirurgia. Il medico gli dice che non si sentono in grado. Per tre anni, racconta, ha visto medici più occupati a discutere di mascherine che a curare, e a qualcuno ricordava: «Guarda che è scienza, non è stregoneria».

Aggiunge una riflessione sulla comunicazione. Pur avendo fatto tutte le vaccinazioni, dice di avere idee diverse dal pensiero prevalente su come è stata gestita la campagna vaccinale. Secondo lui si è persa l'occasione di spiegare davvero le cose ai cittadini.

I manager "che non esistono"

C'è poi una terza figura, spesso dimenticata: chi amministra. Guzzetti riprende un post di Guido Magrin su LinkedIn e dice di aver fatto i conti: dalle sue mani sono passate più di 3.000 persone. Non le ha toccate, perché non ne ha i titoli, ma senza il lavoro amministrativo quelle cure non ci sarebbero state. Medici e infermieri hanno il riconoscimento delle famiglie. Gli amministrativi no: «Noi siamo quelli che non esistono», finché non c'è un problema.

Racconta di lavorare di fatto 24 ore al giorno, anche il 25 dicembre, perché la malattia non prende appuntamento. E sostiene che chi fa un ruolo simile nell'industria metalmeccanica guadagni il doppio, con metà dei rischi. La sua conclusione è netta: «Gli infermieri facciano gli infermieri, i medici facciano i medici, i manager facciano i manager». E soprattutto non bisogna mettere i medici a fare i manager.

Un problema culturale e due direzioni parallele

Per Guzzetti la radice è culturale. Quarant'anni fa il direttore di struttura non esisteva: c'erano il ragioniere o il commercialista del paese, oppure la suora. Oggi ci sono manager formati, ma molte proprietà pensano ancora che l'ultima parola spetti al medico o all'infermiere.

Nota anche un'anomalia organizzativa: secondo lui non esiste un altro settore in cui, nella stessa azienda, due direzioni fanno in parallelo lo stesso lavoro. In sanità convivono direzione amministrativa e direzione sanitaria, spesso senza una direzione generale sopra. L'obiettivo finale è lo stesso, il benessere del paziente, ma le logiche sono diverse. Medici e infermieri, dice, sono formati per cercare sempre il meglio per la persona, e questo è giusto. Poi però serve qualcuno che ricordi che le risorse non sono infinite.

Spendere meglio, non solo di più

Sulle risorse Guzzetti è volutamente controcorrente. Ai tagli alla sanità risponde che il punto è un altro: smettere di ragionare solo sui tagli e iniziare a ragionare su come spendere meglio i soldi. Porta l'esempio della sua zona, dove racconta di contare una ventina di ospedali in pochi chilometri, costruiti per i bisogni degli anni Settanta. La domanda da farsi, dice, è se servono ancora così.

Nel mondo della disabilità vede un cambiamento enorme. La vita delle persone con disabilità si è allungata grazie alla ricerca, ai farmaci e a un'assistenza migliore, e oggi si pone con forza il tema del "dopo di noi". Il Terzo Settore, aggiunge, deve imparare una cosa: «Il benessere dell'ospite non è dato solo dalla cura che gli do, ma anche dal fatto che io pago gli stipendi ai miei dipendenti».

Regole vecchie di vent'anni

Qui arriva la proposta più concreta. I conduttori ricordano la battaglia di tante associazioni di settore, a partire da UNEBA, per aumentare i minutaggi, cioè il tempo di assistenza per ospite. E si chiedono quanto di quel tempo vada in scartoffie. Guzzetti rilancia: si lavora ancora con regole pensate a fine anni Novanta ed emanate nei primi anni Duemila.

Il suo esempio è generazionale. Negli anni Duemila entravano in RSA persone nate negli anni Venti, che avevano fatto la guerra e lavorato nei campi. Oggi entrano persone dell'età di suo padre, nato nel 1947, che usa PC, smartphone e compra online. Tra dieci anni, dice, servirà meno educazione e più fisioterapia. Senza capire questo, nessuna riforma riformerà davvero.

Le sue priorità sono tre. Rivedere le regole e i minutaggi. Superare le "unità d'offerta" rigide, per cui disabili, salute mentale e anziani seguono percorsi separati: «Dobbiamo partire dal paziente, capire qual è il suo percorso di cura migliore», con l'ospedale in fondo al percorso e non all'inizio. E riorganizzare prima di chiedere soldi. Sulla salute mentale è provocatorio: con rapporti di un infermiere ogni due pazienti anche di notte, e con le tecnologie di monitoraggio disponibili, sostiene che cambiando le regole si potrebbe liberare da subito la metà degli infermieri del settore.

Chiesa, volontariato e la pelle della gente

Alla domanda su quanto la Chiesa abbia influito sul Terzo Settore, Guzzetti riconosce che l'idea stessa di volontariato nasce da lì, e che bisogna conoscere la strada da cui si arriva. Oggi però quel mondo sta cambiando: mancano le vocazioni, molti oratori chiudono.

Non fa nomi per i prossimi ospiti, promette di portare degli amici. Chiede però di invitare persone che sappiano di cosa parlano, senza interessi di bottega o di lobby: «Noi parliamo della pelle della gente». E torna alla sua immagine iniziale, quella di medici e infermieri chiusi in un padiglione a pane e acqua, come nei conclavi di una volta, finché non trovano un accordo.


Cosa dice la scienza

La collaborazione si può migliorare, ma le prove sono ancora poche

La revisione Cochrane di Reeves e colleghi (2017) ha cercato studi randomizzati su interventi pratici per migliorare la collaborazione tra professionisti sanitari e sociali. Ne ha trovati 9, con 6.540 partecipanti, in cinque Paesi ad alto reddito. Gli interventi erano attività facilitate da esterni, giri visita interprofessionali, riunioni e checklist. I risultati sono incoraggianti, per esempio un possibile lieve miglioramento dell'autonomia nei pazienti con ictus, ma la certezza delle prove è bassa o molto bassa. Gli autori concludono che servono studi più ampi e con un follow-up più lungo. In altre parole: che la collaborazione conti è intuitivo, ma misurare come migliorarla è ancora un cantiere aperto.

Quando l'infermiere fa parte del lavoro del medico

La revisione Cochrane di Laurant e colleghi (2018) ha analizzato 18 studi randomizzati in cui infermieri sostituivano i medici nelle cure primarie. Riguardavano il primo contatto, anche urgente, i disturbi fisici in corso e il follow-up di malattie croniche come il diabete. Le cure date da infermieri formati hanno portato probabilmente a esiti di salute simili o migliori. La pressione arteriosa è risultata leggermente migliore, la soddisfazione dei pazienti un po' più alta. Le visite erano più lunghe. Non ci sono state differenze nel numero di prescrizioni e di accessi al pronto soccorso. Resta incerto quale livello di formazione infermieristica dia i risultati migliori e quale sia l'effetto sui costi.

Quanti pazienti per infermiere

Lo studio di Aiken e colleghi pubblicato su The Lancet nel 2014 ha analizzato 422.730 pazienti operati in 300 ospedali di nove Paesi europei e ha coinvolto 26.516 infermieri. Ogni paziente in più assegnato a un infermiere si associava a un aumento del 7% della probabilità di morire entro 30 giorni dal ricovero. Ogni aumento del 10% di infermieri laureati si associava invece a una riduzione del 7%. È uno studio osservazionale, ma mostra bene perché organici e formazione non sono dettagli.

Il quadro italiano

Il profilo sanitario dell'Italia di OCSE e Commissione europea (2023) conferma lo squilibrio: medici in linea con la media europea, infermieri sotto di circa un quarto. Il rapporto segnala anche la carenza di medici di medicina generale, calati del 5,4% tra il 2019 e il 2021, e l'età molto alta dei medici italiani, tra le più elevate d'Europa.


Le criticità reali

Confini dei ruoli poco chiari. Le professioni sono cambiate più in fretta delle regole che ne definiscono compiti e responsabilità. Dove i confini sono incerti, la collaborazione diventa competizione.

Troppa carta per tutti. Medici, coordinatori infermieristici e amministrativi descrivono la stessa esperienza: il tempo speso in documenti viene tolto alla cura.

Standard assistenziali datati. Minutaggi e requisiti pensati vent'anni fa faticano a seguire ospiti con bisogni, abitudini e aspettative diverse.

Percorsi separati per categorie. Anziani, disabilità e salute mentale seguono spesso binari distinti, mentre le persone hanno bisogni che attraversano più servizi.

Una domanda per riflettere. Se medici e infermieri si sedessero davvero allo stesso tavolo per ridisegnare i propri compiti, su quali attività sarebbe più facile trovare un accordo, e su quali più difficile?


Cosa può cambiare

Dalla puntata emergono alcune direzioni concrete. Chiarire chi fa cosa, riconoscendo le competenze cresciute degli infermieri e liberando i medici da compiti che non richiedono un medico. Ridurre il carico burocratico con strumenti digitali, così che la tecnologia tolga carta invece di aggiungerla. Rivedere minutaggi e requisiti delle strutture partendo dai bisogni reali degli ospiti di oggi. Costruire percorsi di cura attorno alla persona, con l'ospedale come tappa e non come punto di partenza.

Le revisioni Cochrane suggeriscono che assegnare più responsabilità agli infermieri formati, in alcuni ambiti delle cure primarie, può funzionare. Gli studi sugli organici ricordano che qualsiasi riorganizzazione deve tenere conto di quanti pazienti ogni infermiere segue davvero.


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Conclusione

Lorenzo Guzzetti porta in questo episodio lo sguardo di chi dirige strutture ogni giorno e si sente, parole sue, tra "quelli che non esistono". Le sue provocazioni, dal padiglione della Fiera per medici e infermieri alle regole da buttare, hanno un messaggio semplice. Ognuno deve fare il proprio mestiere, le professioni devono smettere di vivere come concorrenti, e il sistema va riorganizzato partendo dalla persona. Le ricerche disponibili confermano che organici, formazione e divisione dei compiti incidono sugli esiti delle cure.

→ Ascolta l'episodio 7 di Skeptical Health con Lorenzo Guzzetti per il racconto completo.


I dati chiave

  1. 4,1 medici ogni 1.000 abitanti in Italia nel 2021, in linea con la media UE (OCSE, 2023)
  2. 6,2 infermieri ogni 1.000 abitanti, circa un quarto sotto la media UE (OCSE, 2023)
  3. Oltre il 55% dei medici italiani ha più di 55 anni (OCSE, 2023)
  4. -5,4%: il calo dei medici di medicina generale tra il 2019 e il 2021 (OCSE, 2023)
  5. +7%: l'aumento della probabilità di morte a 30 giorni per ogni paziente in più per infermiere (Aiken et al., The Lancet 2014)
  6. 18 studi randomizzati: le prove sugli infermieri che sostituiscono i medici nelle cure primarie (Cochrane, 2018)
  7. 9 studi, 6.540 partecipanti: le prove sugli interventi per migliorare la collaborazione tra professionisti (Cochrane, 2017)

Takeaway

  1. Guarda al team, non alla gerarchia. Medici, infermieri, OSS e amministrativi lavorano per lo stesso paziente: la qualità delle cure dipende da come si coordinano.

  2. Riconosci il valore della presa in carico. Il lavoro infermieristico non è solo una serie di prestazioni: è seguire la persona nel tempo.

  3. Chiedi regole aggiornate. Standard e minutaggi delle strutture dovrebbero rispecchiare gli ospiti di oggi, non quelli di vent'anni fa.

  4. Parti dal percorso della persona. Quando cerchi un servizio per un familiare, chiedi come si integrano ospedale, territorio e struttura.

Domande frequenti

Perché c'è tensione tra medici e infermieri?

Nell'episodio 7 di Skeptical Health, Lorenzo Guzzetti descrive medici e infermieri come due lobby che non riescono a dialogare. Gli infermieri sono cresciuti molto dal punto di vista formativo e professionale, mentre i confini dei ruoli non sono stati ridefiniti. Secondo lui le due professioni sono diventate concorrenti, mentre dovrebbero essere complementari.

La collaborazione tra professionisti migliora le cure?

Le prove sono ancora limitate. Una revisione Cochrane del 2017 ha raccolto 9 studi randomizzati con 6.540 partecipanti su interventi per migliorare la collaborazione tra professionisti, come giri visita congiunti e riunioni interprofessionali. I risultati sono incoraggianti ma la certezza delle prove è bassa, e gli autori chiedono studi più ampi e più lunghi.

Un infermiere può sostituire il medico nelle cure primarie?

Per alcuni problemi sì. Una revisione Cochrane del 2018 su 18 studi randomizzati ha trovato che infermieri formati, per disturbi acuti, controlli e malattie croniche come il diabete, ottengono probabilmente esiti di salute simili o migliori dei medici di medicina generale, con pazienti un po' più soddisfatti e visite più lunghe.

Quanti infermieri ci sono in Italia?

Secondo il profilo sanitario dell'Italia pubblicato da OCSE e Commissione europea nel 2023, nel 2021 in Italia c'erano circa 6,2 infermieri ogni 1.000 abitanti, circa un quarto in meno della media dell'Unione europea. I medici erano invece 4,1 ogni 1.000 abitanti, in linea con la media europea.

Perché il numero di pazienti per infermiere è importante?

Uno studio pubblicato su The Lancet nel 2014 su oltre 422.000 pazienti chirurgici in 300 ospedali di nove Paesi europei ha trovato che ogni paziente in più assegnato a un infermiere si associa a un aumento del 7% della probabilità di morire entro 30 giorni dal ricovero. Più infermieri laureati si associano invece a una mortalità più bassa.

L'intelligenza artificiale sostituirà gli infermieri?

Nell'episodio Lorenzo Guzzetti avverte che, se l'infermiere perde l'aspetto relazionale e si riduce a carte e somministrazione di farmaci, quei compiti potranno essere svolti da tecnologie e robot. Per lui la parte che resta insostituibile è la relazione con la persona, cioè la presa in carico.

Fonti

  1. Reeves S et al.: Interprofessional collaboration to improve professional practice and healthcare outcomes. Cochrane Database of Systematic Reviews (2017)
  2. Laurant M et al.: Nurses as substitutes for doctors in primary care. Cochrane Database of Systematic Reviews (2018)
  3. Aiken LH et al.: Nurse staffing and education and hospital mortality in nine European countries: a retrospective observational study. The Lancet (2014)
  4. OECD, European Observatory on Health Systems and Policies: State of Health in the EU. Italy: Country Health Profile 2023 (2023)
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