È Tutta una Questione di Titoli
Lorenzo Guzzetti risponde ai commenti: amministrativi e servizi che concorrono alla cura, carenza di personale, tecnologia, stipendi e prevenzione in sanità.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Lorenzo Guzzetti — Esperto comunicazione scientifica
Ultimo aggiornamento: 2026-09-24
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Nell'episodio 13 di Skeptical Health torna Lorenzo Guzzetti, direttore di strutture sociosanitarie, laureato in scienze politiche, da più di dieci anni nel mondo delle RSA e dei servizi alla persona. Con Guido Magrin e Cristian Valeri risponde ai commenti arrivati dopo la sua prima puntata, a partire dalla domanda più ripetuta: con che titolo parla chi non è un sanitario? Si parla di chi concorre alla cura senza indossare il camice, di carenza di personale, tecnologia, stipendi e prevenzione. Il tema conta perché l'Italia invecchia e il sistema fatica a trovare personale, e riguarda tutti quelli che fanno funzionare una struttura.
Cosa emerge dall'episodio
Tutti concorrono alla cura. Guzzetti chiarisce che non fa diagnosi né parla di farmaci. Ma nella sua carriera sono passati più di 3.000 pazienti alla cui assistenza è certo di aver contribuito. Per lui il punto è che «non è una questione di titoli, ma è una questione di lavoro all'interno di queste strutture, capendo bene che tutti insieme concorriamo alla cura». Gli OSS, aggiunge, vanno sempre nominati, perché sono fondamentali.
Il lavoro che non si vede. Amministrativi, flussi di dati verso la Regione, rendicontazione, rapporti con le famiglie: se non sono fatti bene, la struttura rischia la chiusura. Poi ci sono pulizie, pasti e lavanderia, perché stare in RSA è anche stare in albergo. Un direttore deve anche essere sempre reperibile: Guzzetti racconta di aver passato la vigilia di Natale in struttura dopo una chiamata alle 13:30.
La tecnologia come alleata. Per Guzzetti «la tecnologia, l'intelligenza artificiale è un'amica». Non deve sostituire il personale, ma aiutarlo, anche perché ai corsi di laurea in infermieristica, secondo lui, si iscrive circa la metà dei posti disponibili. Chiede la cartella informatizzata obbligatoria e di ripensare i turni di notte insieme alle nuove tecnologie, senza togliere infermieri.
Stipendi e scelta consapevole. Guzzetti è d'accordo che servano stipendi più adeguati e rifiuta l'idea che l'assistenza si faccia per sola vocazione. Ricorda però indennità e maggiorazioni già previste dai contratti, e che lavorare in sanità richiede una scelta consapevole. Il motivo, dice, è che questo lavoro è unico: «noi curiamo le persone e non facciamo i tondini di ferro».
Tenere sani i sani. La proposta più forte riguarda la spesa sanitaria: investire una quota importante, per esempio il 30%, nella prevenzione. «Il futuro di un sistema sanitario nazionale non dovrebbe essere quello di curare i malati, ma di tener sani i sani». In concreto: dietisti nelle Case di comunità, lo psicologo per chi lavora in sanità, programmi per smettere di fumare, incentivi all'attività fisica per gli over 60.
Il contesto in breve
Secondo il rapporto Health at a Glance 2025 dell'OCSE, in Italia ci sono 5,4 medici in attività ogni 1.000 abitanti, sopra la media OCSE di 3,9, ma solo 6,9 infermieri contro una media di 9,2. Nell'assistenza a lungo termine il divario è più ampio: 1,5 lavoratori ogni 100 over 65, contro una media di 5,0. Secondo l'Istat gli over 65 sono il 25,1% della popolazione. L'OMS stima che nel 2021 le malattie non trasmissibili abbiano causato il 75% dei decessi non legati alla pandemia, e indica fumo, alimentazione scorretta, sedentarietà e alcol tra i principali fattori di rischio. Una meta-analisi pubblicata sul Journal of Psychiatric Research nel 2020, su oltre 45.000 infermieri in 49 Paesi, ha trovato sintomi di burnout nell'11,23% dei casi.
Da portare a casa
- La cura è un lavoro di squadra: pulizie, pasti, amministrazione e direzione contano nell'esperienza del paziente.
- La tecnologia è uno strumento: cartella informatizzata e monitoraggio aiutano a usare meglio il personale che c'è.
- Chi assiste va assistito: burnout e fatica fisica di infermieri, ASA e OSS sono un problema del sistema, non del singolo.
«Ma lei che titolo ha?». È la domanda che ha riempito i commenti dopo la prima puntata con Lorenzo Guzzetti. Direttore di strutture sociosanitarie, laureato in scienze politiche, da più di dieci anni lavora nel mondo delle RSA e dei servizi alla persona. Torna a Skeptical Health con Guido Magrin e Cristian Valeri per rispondere: chi non indossa il camice concorre alla cura? E poi carenza di personale, tecnologia, stipendi, numero chiuso e un'idea provocatoria: il futuro della sanità è tenere sani i sani.
Perché il tema è urgente oggi
L'Italia invecchia. Secondo l'Istat, al 1° gennaio 2026 le persone con 65 anni e più sono 14 milioni e 821 mila, il 25,1% della popolazione, e l'età media dei residenti è 47,1 anni. Nello stesso tempo il sistema fatica a trovare personale. I dati dell'OCSE (Health at a Glance 2025) mostrano che in Italia ci sono 6,9 infermieri in attività ogni 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 9,2, e 1,5 lavoratori dell'assistenza a lungo termine ogni 100 persone sopra i 65 anni, contro una media di 5,0.
In questo quadro, il dibattito si concentra quasi sempre su medici e infermieri. Ma una struttura sanitaria funziona anche grazie a chi non si vede: direttori, amministrativi, cucina, pulizie, lavanderia. E la domanda su come organizzare il lavoro, con meno persone e più bisogni, riguarda tutti.
Cosa emerge dall'episodio
La puntata nasce dai commenti ricevuti dopo il primo episodio con Guzzetti, dedicato al rapporto tra medici e infermieri. I conduttori li hanno letti e raggruppati per temi. Il primo è sempre lo stesso: con che titolo parla chi non è un sanitario?
Non è una questione di titoli
Guzzetti risponde con ironia: «io non ho alcun titolo, faccio il bidello delle strutture dove lavoro». Poi spiega. È laureato in scienze politiche e lavora in questo mondo da più di dieci anni. «Non mi permetterei mai di fare una diagnosi o di parlare di farmaci». Ma in un suo post su LinkedIn, quello che ha dato lo spunto al podcast, aveva fatto un conto: sotto le sue mani sono passati «più di 3.000 pazienti» che non ha curato direttamente, ma alla cui assistenza è certo di aver contribuito.
Per lui il punto è un altro: «non è una questione di titoli, ma è una questione di lavoro all'interno di queste strutture, capendo bene che tutti insieme concorriamo alla cura». Senza voler togliere nulla ai sanitari, ricorda che durante la pandemia anche direttori e amministrativi andavano al lavoro ogni giorno. E che molti direttori della sua generazione vengono dalla corsia: sanno cosa fa un infermiere, un OSS, un medico. Anzi, gli OSS vanno sempre nominati, perché sono fondamentali per l'assistenza.
Il lavoro che non si vede
Anche un ragazzo ha scritto in privato al podcast per chiedere una puntata sugli amministrativi, perché «sembra che non facciamo assolutamente niente». In studio si elencano le attività invisibili: i flussi di dati verso la Regione, la rendicontazione, i rapporti con le famiglie, la fatturazione. Se non sono fatti bene, si rischia la chiusura della struttura alla prima visita della vigilanza.
Poi ci sono i servizi alberghieri: pulizie, pasti, lavanderia. Stare in ospedale o in RSA, osserva Guzzetti, è anche stare in albergo, e le famiglie giudicano la struttura anche da questo. «Possiamo avere gli infermieri più bravi del mondo, i medici più bravi del mondo», ma se il reparto è sporco, quando entri guardi quello.
Sempre reperibili
Uno dei commenti più ripresi riguardava la frase «lavoro 24 ore». Guzzetti chiarisce il senso: «noi non contiamo le ore». Un direttore deve essere sempre pronto a intervenire. Racconta che la registrazione della puntata precedente era del 21 dicembre. Il 24 dicembre, alle 13:30, mentre prendeva un caffè con un'amica, lo hanno chiamato dalla struttura e c'è rimasto fino a sera, alla vigilia di Natale. «Io non ho mai fatto i turni, ma so quando entro, non so quando esco». Per lui anche questa è una questione di responsabilità, non di titoli. E aggiunge una nota polemica: oggi ad alcuni lavoratori si riconosce il tempo della vestizione, mentre a lui nessuno paga il tempo per mettersi giacca e cravatta.
Tecnologia: amica, non sostituto
Il secondo grande tema dei commenti era la frase «non possiamo mettere la tecnologia e togliere il personale». Uno dei conduttori, fondatore di un'azienda che sviluppa tecnologia, è d'accordo: la tecnologia non sostituisce il personale. Ma se il personale manca, qualcosa bisogna fare.
Guzzetti è netto: «la tecnologia, l'intelligenza artificiale è un'amica». Cita una conferenza secondo cui oggi siamo come chi guardava i fratelli Wright e si chiedeva perché volessero volare: siamo «al primo volo dell'intelligenza artificiale». Fra cento anni ci chiederemo come si viveva senza. «Nessuno dice che le tecnologie sostituiranno, ma la tecnologia deve aiutare». Anche perché, ricorda, nonostante i proclami, ai corsi di laurea in infermieristica la gente non si iscrive: negli ultimi bandi, dice, si iscrive circa la metà dei posti disponibili.
Il nodo degli stipendi
Nei commenti la risposta alla carenza era una sola: basta pagarli di più. Guzzetti è d'accordo che servano stipendi più adeguati e rifiuta l'idea che l'assistenza debba essere fatta per sola vocazione. Ricorda però che nei contratti ci sono indennità di turno e maggiorazioni per festivi e superfestivi che altri contratti non hanno, e che si guadagna di più anche con la formazione e le specializzazioni. In studio si fa un confronto provocatorio: con circa 1.700 euro al mese oggi, da soli, si fa fatica, ma è comunque sopra lo stipendio medio nazionale. Il problema, conclude, è generale, e la domanda resta aperta: qual è lo stipendio giusto?
Poi porta la questione sulla storia. «Non siamo i figli del fordismo», dice. «Noi siamo figli di una storia di solidarietà, di assistenza, di cura», fatta per secoli da frati, suore e persone di buona volontà. Un mondo, tra virgolette, povero. Ma un lavoro unico, perché «noi curiamo le persone e non facciamo i tondini di ferro». E vale anche per i manager: chi fa il suo lavoro, dice, guadagna meno di un omologo nella chimica o nel commercio. Lavorare in sanità richiede una scelta consapevole. Anche chi è vicino alla Svizzera e decide di andare a lavorare lì, osserva, fa una scelta.
Numero chiuso e titoli che non bastano
Sull'apertura del numero chiuso a Medicina, Guzzetti è d'accordo in linea di principio. Conosce persone che sognavano di fare il medico e sarebbero state brave, e ricorda quanto potessero essere frustranti certi quiz di logica. Ma teme che, tolto il test, la selezione si sposti al primo anno. La responsabilità, dice, sarà dell'università: mantenere alto il livello e avere la capacità di accogliere tutti. E ricorda che Medicina significa circa dieci anni di studio, che non tutti possono permettersi.
Il discorso sui titoli torna con un fatto di cronaca: una donna di 62 anni morta a Roma dopo una liposuzione in uno studio improvvisato. Guzzetti cita la notizia di circa 900 medici radiati che continuerebbero a lavorare. Per lui anche questo dimostra che il titolo da solo non basta: servono coscienza, responsabilità, controlli rapidi e più cultura tra i cittadini su dove ci si fa curare.
Tenere sani i sani
La provocazione più forte arriva sulla spesa sanitaria. Guzzetti dice di non credere ai «tagli alla sanità»: per lui si tratta di ottimizzare risorse mentre cambiano bisogni ed esigenze. Porta l'esempio della Lombardia: su un bilancio regionale di circa 21 miliardi, dice, circa 17 vanno alla sanità, e la maggior parte serve a curare cronici e ricoverati. La sua proposta è investire davvero una quota importante, per esempio il 30%, nella prevenzione.
«Il futuro di un sistema sanitario nazionale non dovrebbe essere quello di curare i malati, ma di tener sani i sani». In concreto: un dietista nelle Case di comunità, lo psicologo obbligatorio per chi lavora in sanità, programmi seri per smettere di fumare. Lui stesso, fumatore, dice che sarebbe giusto essere incentivato a cambiare. Sul bonus psicologo è critico, perché «il primo principio della salute mentale è il tempo»: non si sistema tutto in cinque o dieci sedute. E cita Tony Blair, che nel suo ultimo libro, dice, sostiene idee simili.
Uno dei conduttori aggiunge la sfida demografica: si va in pensione a 65-67 anni con davanti anche trent'anni di vita. Guzzetti rilancia: incentivi agli over 60 che si iscrivono in palestra o in piscina, un incontro all'anno con un dietista per gli adulti, attenzione all'alimentazione dei bambini non solo nella mensa scolastica ma anche a casa.
Turni di notte e cartella informatizzata
L'ultima parte riprende il tema più discusso della puntata precedente: gli infermieri di notte. Guzzetti chiarisce che nessuno ha proposto di togliere gli infermieri. Racconta di essere entrato molte volte di notte nelle strutture, anche facendo qualche notte con il suo personale, e di aver visto infermieri riposare alle tre del mattino in una notte tranquilla: «non trovo niente di scandaloso». La sua domanda è organizzativa. In una struttura di salute mentale da 100 posti, un infermiere ogni 20 pazienti anche di notte è davvero necessario, se esistono tecnologie per monitorare i pazienti in tempo reale? Portarlo a uno ogni 25 o ogni 40, come si fa di solito in RSA, libererebbe persone per altri turni. «Io non ti dico di togliere gli infermieri, io ti dico di sederti, rivedere le regole insieme alle nuove tecnologie».
Chiede anche alle Regioni standard diversi per chi investe in tecnologia, e la cartella informatizzata obbligatoria. Con carta e penna, dice, si scrivono diari difficili da leggere, e le informazioni non arrivano a chi deve controllare. Con la cartella digitale il coordinatore o il direttore sanitario può vedere in tempo reale se le attività previste vengono fatte. Cita poi uno studio della Fondazione per la sussidiarietà, di novembre 2024, sulla ricerca di equilibrio tra vita e lavoro: sempre più persone chiedono di lavorare solo di giorno e nei giorni feriali. E ricorda la fatica fisica di ASA e OSS, che dopo anni di movimentazione dei pazienti arrivano a 55-60 anni con la schiena rotta.
La puntata si chiude con il senso delle provocazioni: «noi provochiamo per migliorare, non per peggiorare».
Cosa dice la scienza
Quanti professionisti ha l'Italia
Il rapporto Health at a Glance 2025 dell'OCSE, nella scheda dedicata all'Italia, fotografa uno squilibrio. I medici in attività sono 5,4 ogni 1.000 abitanti, sopra la media OCSE di 3,9. Gli infermieri sono 6,9 ogni 1.000 abitanti, sotto la media di 9,2. Il divario è ancora più ampio nell'assistenza a lungo termine: 1,5 lavoratori ogni 100 persone con più di 65 anni, contro una media OCSE di 5,0. È il contesto in cui si muove il discorso di Guzzetti sulle RSA e sulla necessità di ripensare l'organizzazione del lavoro.
Una popolazione che invecchia
Secondo gli Indicatori demografici 2025 dell'Istat, gli over 65 sono il 25,1% della popolazione e gli over 85 il 4,3%. La speranza di vita alla nascita nel 2025 è di 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne. L'Italia è anche il Paese dell'Unione europea con la quota più alta di anziani. Sono numeri che danno concretezza all'osservazione fatta in puntata: chi va in pensione oggi ha davanti molti anni, e arrivarci in salute diventa una priorità per tutto il sistema.
Prevenzione e malattie croniche
L'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2021 le malattie non trasmissibili, come quelle cardiovascolari, i tumori, le malattie respiratorie croniche e il diabete, abbiano causato almeno 43 milioni di morti, il 75% dei decessi non legati alla pandemia. Tra i principali fattori di rischio l'OMS indica fumo, alimentazione scorretta, sedentarietà e consumo dannoso di alcol, e sottolinea che il modo più importante per controllarle è ridurre questi fattori. È lo stesso approccio che Guzzetti propone con dietisti, programmi contro il fumo e incentivi all'attività fisica. Per curiosità, secondo l'OCSE l'Italia destina alla prevenzione il 4,6% della spesa sanitaria corrente, più della media OCSE del 3,4%.
Il burnout degli infermieri
La meta-analisi di Woo e colleghi (Journal of Psychiatric Research, 2020) ha raccolto 61 studi su 45.539 infermieri in 49 Paesi. La prevalenza complessiva di sintomi di burnout è risultata dell'11,23%, con forti differenze tra regioni del mondo e specialità: più alta tra gli infermieri pediatrici, più bassa in geriatria. Gli autori chiedono interventi sulle condizioni di lavoro. È un tema che nell'episodio torna più volte, dalla ricerca di equilibrio tra vita e lavoro alla fatica fisica di chi assiste.
Le criticità reali
Il lavoro invisibile non viene raccontato. Direttori, amministrativi e servizi alberghieri sono parte della qualità dell'assistenza, ma restano fuori dal dibattito pubblico.
Mancano infermieri e operatori dell'assistenza a lungo termine. I numeri dell'OCSE confermano un divario con gli altri Paesi, e ai corsi di laurea le iscrizioni non bastano a colmarlo.
Le regole organizzative cambiano lentamente. Standard di personale e modalità di lavoro faticano a tenere conto delle nuove tecnologie e delle nuove richieste dei lavoratori, come il bisogno di equilibrio tra vita e lavoro.
Una domanda per riflettere. Se la prevenzione costa oggi e rende tra molti anni, chi ha la forza di spostare risorse dalla cura dei malati di oggi alla salute di chi si ammalerà domani?
Cosa può cambiare
Dall'episodio emergono proposte concrete. Riconoscere il ruolo di tutte le figure che concorrono alla cura, non solo di quelle con il camice. Rendere obbligatoria la cartella informatizzata e usare la tecnologia per ripensare l'organizzazione dei turni, soprattutto di notte, liberando personale dove serve di più. Prevedere standard regionali che premino le strutture che investono in innovazione. Investire nella prevenzione con dietisti e psicologi nelle Case di comunità, programmi per smettere di fumare e incentivi all'attività fisica per chi va in pensione. E prendersi cura della salute fisica e mentale di chi lavora in sanità, a partire da ASA e OSS.
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Conclusione
Lorenzo Guzzetti usa la provocazione per portare al centro temi concreti: chi lavora senza camice concorre alla cura, la tecnologia può aiutare a gestire la carenza di personale, e il futuro della sanità passa dal tenere sane le persone. I dati confermano il contesto di cui parla: un Paese che invecchia, pochi infermieri e operatori dell'assistenza rispetto agli altri Paesi, malattie croniche legate in gran parte a stili di vita modificabili. La domanda che resta è come riorganizzare il sistema con le risorse che ci sono.
Ascolta l'episodio 13 di Skeptical Health con Lorenzo Guzzetti per il confronto completo.
I dati chiave
- 25,1%: la quota di over 65 nella popolazione italiana al 1° gennaio 2026 (Istat)
- 6,9 contro 9,2: gli infermieri in attività ogni 1.000 abitanti in Italia e nella media OCSE (OCSE, 2025)
- 5,4 contro 3,9: i medici in attività ogni 1.000 abitanti in Italia e nella media OCSE (OCSE, 2025)
- 1,5 contro 5,0: i lavoratori dell'assistenza a lungo termine ogni 100 over 65 in Italia e nella media OCSE (OCSE, 2025)
- 4,6%: la quota della spesa sanitaria corrente che l'Italia destina alla prevenzione (OCSE, 2025)
- 75%: i decessi non legati alla pandemia causati nel mondo da malattie non trasmissibili nel 2021 (OMS)
- 11,23%: la prevalenza di sintomi di burnout tra gli infermieri nel mondo (Woo et al., 2020)
Takeaway
La cura è un lavoro di squadra. Pulizie, pasti, amministrazione e direzione contano quanto le competenze cliniche nell'esperienza del paziente.
La tecnologia è uno strumento. Cartella informatizzata e monitoraggio possono aiutare a usare meglio il personale che c'è.
La prevenzione riguarda anche te. Alimentazione, attività fisica e stop al fumo sono le leve principali contro le malattie croniche.
Chi assiste va assistito. Burnout e fatica fisica di infermieri, ASA e OSS sono un problema del sistema, non del singolo.
Domande frequenti
Chi lavora in una struttura sanitaria senza essere medico o infermiere?
In ospedali, RSA e RSD lavorano direttori, amministrativi, impiegati, addetti alla rendicontazione e alla fatturazione, oltre a chi gestisce pulizie, cucina e lavanderia. Nell'episodio 13 Lorenzo Guzzetti, direttore di strutture sociosanitarie laureato in scienze politiche, spiega che queste figure non curano direttamente i pazienti, ma concorrono alla cura con il loro lavoro quotidiano.
Cosa fa il direttore di una RSA?
Il direttore di una RSA gestisce l'organizzazione della struttura: personale, budget, rapporti con le famiglie e con la Regione, rendicontazione, servizi alberghieri e risposta alle emergenze. Lorenzo Guzzetti racconta che è un lavoro senza orari fissi: «so quando entro, non so quando esco». Non fa diagnosi né prescrive farmaci, ma risponde del funzionamento della struttura.
Quanti infermieri ci sono in Italia rispetto agli altri Paesi?
Secondo Health at a Glance 2025 dell'OCSE, in Italia ci sono 6,9 infermieri in attività ogni 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 9,2. I medici invece sono 5,4 ogni 1.000 abitanti, sopra la media OCSE di 3,9. I lavoratori dell'assistenza a lungo termine sono 1,5 ogni 100 persone con più di 65 anni, contro 5,0 di media.
La tecnologia può aiutare contro la carenza di personale sanitario?
Secondo Lorenzo Guzzetti sì, se viene usata come strumento e non come sostituto. Nell'episodio porta l'esempio della cartella clinica informatizzata, che permette al coordinatore o al direttore sanitario di controllare in tempo reale le attività, e dei sistemi di monitoraggio notturno, che possono aiutare a ripensare l'organizzazione dei turni.
Quanto spende l'Italia in prevenzione sanitaria?
Secondo l'OCSE (Health at a Glance 2025), l'Italia destina alla prevenzione il 4,6% della spesa sanitaria corrente, più della media OCSE del 3,4%. Nell'episodio Lorenzo Guzzetti propone di spostare ancora più risorse sul tenere sani i sani, con dietisti e psicologi nelle Case di comunità e incentivi all'attività fisica per gli over 60.
Quanto è diffuso il burnout tra gli infermieri?
Una meta-analisi pubblicata sul Journal of Psychiatric Research nel 2020, su oltre 45.000 infermieri di 49 Paesi, ha stimato una prevalenza di sintomi di burnout dell'11,23%, con forti differenze tra aree geografiche e specialità. Nell'episodio si parla anche della fatica fisica di ASA e OSS, che dopo anni di movimentazione dei pazienti arrivano a fine carriera con la schiena provata.
Fonti
- OCSE: Health at a Glance 2025, Italy country note (2025)
- Istat: Indicatori demografici, anno 2025 (2026)
- Organizzazione Mondiale della Sanità: Noncommunicable diseases (fact sheet)
- Woo T et al.: Global prevalence of burnout symptoms among nurses: A systematic review and meta-analysis. Journal of Psychiatric Research (2020)