Attrazione, Motivazione e Retenzione delle Professioni Sanitarie
Perché mancano infermieri e OSS? Lo psicologo del lavoro Stefano Gheno spiega perché lo stipendio non basta e cosa serve per attrarre e trattenere chi cura.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Stefano Gheno — Psicologo del lavoro
Ultimo aggiornamento: 2026-09-24
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Nell'episodio 11 di Skeptical Health, Guido Magrin e Cristian Valeri parlano con Stefano Gheno, psicologo del lavoro, docente di Gestione e psicologia delle risorse umane all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presidente di CdO Opere Sociali. Il tema è la carenza di personale sanitario e sociosanitario: perché è così difficile attrarre e trattenere chi lavora nella cura. Ospedali, RSA, cooperative e servizi domiciliari faticano a trovare infermieri, OSS e medici, e molti operatori lasciano del tutto il settore. Secondo Gheno, gli stipendi bassi non bastano a spiegare il problema.
Cosa emerge dall'episodio
Non è solo una questione di soldi. Le retribuzioni contano, ma sono un problema che riguarda tutti i lavoratori italiani. Nella cura c'è qualcosa in più: «prendersi cura è difficile, è impegnativo e non è così appetibile» nella cultura di oggi. Alla domanda su come un ragazzo di 19 o 20 anni possa scegliere oggi di fare l'OSS, Gheno risponde che le professioni di cura di base non danno soddisfazione, retribuzione e soprattutto riconoscimento sociale.
Vocazione, ripiego e fatica. Gheno individua tre fattori culturali. La cura è vista come una vocazione più morale che professionale, e questo seleziona molto chi entra. A lungo è stata considerata un ripiego per chi non aveva altre possibilità. Il terzo fattore, per lui il più rilevante, è la fatica fisica e psicologica: «Non è un caso che i primi studi sul burnout siano nati dall'osservazione, dall'esperienza di personale sanitario e assistenziale».
Le persone vanno "manutenute". Nessuno dubita che un dispositivo tecnico vada manutenuto, ma sulle persone siamo molto più incerti. In Italia il welfare aziendale è un tema recente e le piccole strutture, assediate dai costi, non riescono a occuparsene. Per questo, dice, «parlare invece di investimento sul capitale umano è ancora oggi argomento da congressi, non è nella realtà». Cita come esempio positivo le cooperative che mantengono la loro vocazione mutualistica.
Aspettative e senso di colpa. La conflittualità sociale è cresciuta, fino alle aggressioni nei pronto soccorso. Oggi si pensa che si possa fare tutto, e se qualcosa va storto si cerca un colpevole esterno, spesso il professionista della cura. Gheno propone di spostare il discorso: parlare di diritto alla cura, cioè di qualcuno che accompagna nella fragilità, invece che di diritto alla salute.
Cosa fa restare. La retribuzione, dice, «può essere il fattore motivazionale per scegliere, ma non è mai quello che poi ti fa tenere nel tempo». Alle organizzazioni chiede una governance centrata sulle persone, l'uso della tecnologia come supporto e non come sostituzione, e alleanze tra comunità, imprese e istituzioni.
Il contesto in breve
Secondo l'OMS, entro il 2030 mancheranno nel mondo 11 milioni di operatori sanitari. Lo studio europeo RN4CAST, pubblicato sull'International Journal of Nursing Studies nel 2013 su oltre 23.000 infermieri di 10 Paesi, ha trovato che in media il 9% intendeva lasciare la professione, e che il burnout raddoppiava circa questa probabilità; contavano anche leadership, rapporto con i medici e partecipazione alle decisioni. Una revisione pubblicata su JAMA nel 2018 ha trovato stime di burnout nei medici tra 0% e 80,5%, con almeno 142 definizioni diverse di burnout. Una meta-analisi pubblicata su Occupational and Environmental Medicine nel 2019 ha stimato che il 61,9% degli operatori sanitari aveva subito una forma di violenza sul lavoro nell'ultimo anno, e il 24,4% violenza fisica.
Da portare a casa
- Chi gestisce una struttura chieda perché le persone se ne vanno: l'ascolto regolare dice più di un aumento una tantum.
- Investire su leadership e coinvolgimento: coordinatori formati e operatori coinvolti nelle decisioni aiutano a trattenere il personale.
- Per i familiari, la cura non è sempre guarigione: parlare apertamente di limiti e obiettivi riduce i conflitti.
La carenza di personale sanitario e sociosanitario non si spiega solo con gli stipendi bassi. È la tesi di Stefano Gheno, psicologo del lavoro, docente di Gestione e psicologia delle risorse umane all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presidente di CdO Opere Sociali. Con Guido Magrin e Cristian Valeri parla di perché è così difficile attrarre e trattenere chi lavora nella cura, e di cosa potrebbe cambiare.
Perché il tema è urgente oggi
Senza personale non si fa assistenza. Ospedali, RSA, cooperative e servizi domiciliari faticano a trovare infermieri, OSS e medici, e spesso si contendono le stesse persone. Molti operatori, invece di cambiare struttura, lasciano del tutto il settore.
Il problema non è solo italiano. L'Organizzazione mondiale della sanità stima una carenza di 11 milioni di operatori sanitari entro il 2030. Nei Paesi europei la popolazione invecchia, la domanda di assistenza cresce e chi dovrebbe garantirla è sempre più stanco. Capire perché le persone scelgono, o non scelgono più, un lavoro di cura è il primo passo per trovare soluzioni che durino.
Cosa emerge dall'episodio
Stefano Gheno si presenta come psicologo del lavoro. Si è formato all'Università Cattolica, dove insegna nella facoltà di Scienze politiche e sociali. Da oltre trent'anni affianca all'attività accademica quella di consulente nello sviluppo delle risorse umane. Molti dei suoi clienti lavorano nel settore socioassistenziale e sanitario.
Non è solo una questione di soldi
Il problema, dice, è sotto gli occhi di tutti, anche grazie a una forte attenzione dei media. Ma considerarlo innanzitutto un problema economico è, a suo parere, un po' fuorviante. Il tema delle retribuzioni esiste ed è importante: in Italia il rapporto tra stipendi e potere d'acquisto è più basso di quello di molti Paesi, anche inattesi. È però un problema che riguarda tutti i lavoratori. Nella cura, osserva, c'è un problema in più: «prendersi cura è difficile, è impegnativo e non è così appetibile» nella cultura di oggi.
Uno dei conduttori gli chiede come possa un ragazzo di 19 o 20 anni scegliere oggi di diventare OSS. La risposta di Gheno è netta: «la risposta vera dovrebbe essere non può». In Italia le professioni di cura di base non sono considerate lavori che danno soddisfazione, retribuzione e soprattutto riconoscimento sociale.
Vocazione, ripiego e fatica
Gheno individua tre fattori culturali. Il primo è l'idea che la cura sia una vocazione più morale che professionale: un compito per persone con una chiamata, non per professionisti. «Io credo che non si possa fare questo mestiere senza un po' di vocazione», riconosce, ma questo seleziona molto chi entra. Il secondo è che il lavoro di assistenza è stato a lungo considerato un ripiego per chi non aveva altre possibilità. Nelle organizzazioni che si occupano di assistenza, racconta, si vedono spesso lavoratori arrivati lì perché era l'unica cosa che potevano fare.
Il terzo fattore, per lui il più rilevante, è la fatica. Fisica, perché pochi settori conservano un lavoro manuale così pesante. E psicologica: «Non è un caso che i primi studi sul burnout siano nati dall'osservazione, dall'esperienza di personale sanitario e assistenziale». La fatica cresce quando si assistono persone fragili, croniche, avviate alla fine della vita.
Le persone vanno "manutenute"
Dovremmo prenderci cura di chi si prende cura? Gheno usa una parola volutamente meccanica: usura. «Noi non abbiamo dubbi sul fatto che una tecnologia, un dispositivo tecnico, vada manutenuto». Sull'idea di "manutenere" anche le persone, invece, siamo molto più incerti.
Qui vede un corto circuito. Si sopravvaluta la retribuzione come unico fattore motivazionale, ma «se è davvero l'unico fattore motivazionale, allora io in un settore in cui pago poco le persone e gli chiedo molto c'è qualcosa che non torna». Chi lavora in condizioni difficili, spesso con meno risorse personali, avrebbe bisogno di un investimento ancora maggiore.
Welfare aziendale, piccole imprese e cooperative
In Italia, spiega, il welfare aziendale è un tema recente. Il Paese ha una forte tradizione di welfare pubblico e le organizzazioni non si sono mai sentite chiamate a occuparsene. Nel sociosanitario c'era anche la dimensione vocazionale: quando ospedali e case di riposo erano gestiti dalle suore, il welfare per i dipendenti non era un tema. Il problema è emerso quando il settore ha iniziato ad assumere professionisti, senza essere culturalmente preparato.
Poi ci sono le dimensioni. Un'organizzazione grande può investire sulle persone anche con margini bassi. Una piccola, assediata dai costi ordinari, non ci pensa nemmeno. Quando si parla di welfare aziendale, osserva, si pensa ai grandi gruppi industriali, ma la realtà dei lavoratori italiani è un'altra: è l'officina con una dozzina di addetti, il titolare e la sua famiglia. Da qui la frase che apre la puntata: «parlare invece di investimento sul capitale umano è ancora oggi argomento da congressi, non è nella realtà».
Gheno cita la cooperativa, che per legge in Italia è un'impresa mutualistica: il suo primo scopo è prendersi cura dei propri soci lavoratori. Tra i suoi clienti ci sono grandi cooperative che, dice, assumono persone che nessun altro assumerebbe. Ammette che crescendo alcune perdono l'anima originaria, ma ne ha viste molte mantenere la vocazione mutualistica, con impegno e coraggio degli amministratori. Sulla polemica tra profit e non profit taglia corto: «La vera verità è che oggi in Italia fare impresa è difficile per tutti perché nessuno ti aiuta».
Aspettative, conflitti e senso di colpa
I conduttori portano il discorso sulla pressione quotidiana: il rapporto con i residenti e con le famiglie. Non si lavora in un fast food, osserva: ne va della vita di qualcuno, e dietro c'è una famiglia che si aspetta risposte. Gheno allarga lo sguardo. La conflittualità sociale è aumentata oltre ogni aspettativa, fino alle aggressioni nei pronto soccorso. I media, avverte, ne amplificano la percezione, ma il fenomeno è reale.
C'è poi la rimozione del limite. Oggi si operano persone molto anziane e in condizioni precarie, cosa impensabile qualche decennio fa. Questo ha indotto a ritenere che, «siccome si può fare tutto, se poi qualcosa va storta è colpa di qualcuno». Gheno cita il romanzo dello scrittore danese Henrik Stangerup L'uomo che voleva essere colpevole: un protagonista che rivendica la propria colpa per affermare la propria responsabilità. Oggi, dice, succede il contrario: nessuno vuole essere colpevole e si cerca sempre un colpevole esterno. Spesso è il professionista della cura.
Le recensioni online delle RSA ne sono un esempio: "ho portato la mamma e dopo sei mesi stava peggio". Ma sono passati sei mesi, osserva Gheno. Umanamente si capisce: il figlio vede il genitore declinare, sa di non poterlo impedire e consegna questa responsabilità a qualcun altro, salvo poi arrabbiarsi se non è all'altezza. Lo stesso vale per le badanti.
La cultura della morte e la qualità della vita
Uno dei conduttori racconta la difficoltà, alle dimissioni, di spiegare a una famiglia che per una paziente di 95 anni, allettata e con molte patologie, è il momento delle cure palliative. La reazione è come se si parlasse di un figlio ventenne. Manca, dice, una cultura del limite e della morte.
Gheno è d'accordo. Ricorda che nella tradizione cristiana la cura dei più deboli era centrale e che in Europa gli ospedali li hanno inventati i monaci. Con il calo della dimensione spirituale, se la vita è pura materia si cerca di prolungarla il più possibile. Aggiunge un concetto che considera fuorviante se preso in assoluto: la qualità della vita, che per lui dovrebbe essere sempre un concetto relativo. Per un malato cronico significa una cosa, per un ventenne sportivo un'altra. «Abbiamo sostituito la fede in un'entità trascendente con la fede nella tecnologia». E quando le aspettative vengono tradite, ci si arrabbia.
La proposta è spostare il discorso: «dovremmo parlare non di diritto alla salute, ma di diritto alla cura». La cura non è necessariamente guarigione: è qualcuno che accompagna nella fatica e nella fragilità. Se la società facesse questo passaggio, dice, cambierebbe il rispetto verso chi dedica la vita a prendersi cura degli altri.
Le nuove generazioni e ciò che fa restare
Sui giovani Gheno rifiuta il luogo comune. Insegnando in università, vede una generazione di 20-23enni «molto meno schiava dell'ansia» rispetto a qualche anno fa, capaci di stare di fronte alla realtà per quella che è. Il rischio è che evitino l'ansia con l'indifferenza. Per questo bisogna aiutarli a chiedersi che cosa c'è di interessante in un lavoro.
Qui torna al punto di partenza. La retribuzione, dice, «può essere il fattore motivazionale per scegliere, ma non è mai quello che poi ti fa tenere nel tempo». E ancora: «quello che ti fa tenere è l'attrazione, non l'economia». Il senso del dovere e il sacrificio sono necessari, ma non sono elementi motivazionali.
Cosa possono fare le aziende
Alle organizzazioni chiede un salto di qualità nel governo: una governance centrata sulla risorsa primaria, che è l'uomo, non la tecnologia. L'intelligenza artificiale va usata «in una logica di supporto, non di sostituzione», anche per liberare risorse da investire sulle persone. E serve un partenariato tra comunità, imprese e istituzioni, perché in un sistema complesso nessuno governa da solo.
Come prossimo ospite suggerisce una figura con uno sguardo di sistema: Luca Degani, già direttore generale di un'importante organizzazione socioassistenziale milanese e impegnato nella rappresentanza del settore.
Cosa dice la scienza
Una carenza globale
L'OMS stima che entro il 2030 mancheranno nel mondo 11 milioni di operatori sanitari. I sistemi sanitari, ricorda l'organizzazione, funzionano solo se ci sono persone disponibili, accessibili e qualificate. Formare nuovi professionisti richiede anni. Per questo trattenere chi già lavora è altrettanto importante che attrarre nuove persone.
Cosa spinge gli infermieri a lasciare
Lo studio europeo RN4CAST (Heinen e colleghi, International Journal of Nursing Studies, 2013) ha coinvolto 23.159 infermieri di 385 ospedali in 10 Paesi europei. In media il 9% intendeva lasciare la professione, con valori tra il 5% e il 17% a seconda del Paese. Il fattore più forte era il burnout, che raddoppiava circa la probabilità di voler lasciare. Contavano anche la qualità della leadership, il rapporto con i medici e la partecipazione alle decisioni dell'ospedale. È un risultato vicino a quanto dice Gheno: oltre allo stipendio, pesano l'ambiente di lavoro e il modo in cui le persone vengono coinvolte.
Il burnout nasce nelle professioni di aiuto
Il concetto di burnout è stato sviluppato soprattutto dalla psicologa Christina Maslach. In una revisione del 2016 su World Psychiatry, Maslach e Leiter ricordano che la maggior parte della ricerca si è concentrata sulle professioni di aiuto e in particolare sulla sanità. Lo strumento più usato per misurarlo, il Maslach Burnout Inventory, considera tre dimensioni: esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale. Gli autori sottolineano anche che mancano ancora valutazioni solide degli interventi per prevenirlo.
Quanto sono stressati i medici
La revisione sistematica di Rotenstein e colleghi (JAMA, 2018) ha raccolto 182 studi su oltre 109.000 medici in 45 Paesi. Le stime di burnout variavano da 0% all'80,5%. La variabilità dipende anche dai metodi: gli autori hanno contato almeno 142 definizioni diverse di burnout. Il dato conferma che il fenomeno è diffuso, ma anche che serve un modo condiviso per misurarlo.
La violenza sul lavoro
Il tema delle aggressioni, citato nell'episodio, ha una base solida. Una meta-analisi di Liu e colleghi (Occupational and Environmental Medicine, 2019), con 253 studi e oltre 331.000 operatori, ha stimato che il 61,9% aveva subito una forma di violenza sul lavoro nell'ultimo anno. Il 24,4% aveva subito violenza fisica e il 57,6% abusi verbali. I valori erano più alti in pronto soccorso e psichiatria, e tra infermieri e medici.
Le criticità reali
Una domanda per riflettere. Se la retribuzione non basta a trattenere le persone, quante strutture misurano davvero il benessere, la motivazione e le ragioni per cui i propri operatori se ne vanno?
Il personale visto come costo. Nei bilanci il lavoro compare come spesa da contenere. Investire su formazione, benessere e crescita delle persone resta difficile, soprattutto per le strutture piccole.
Il riconoscimento sociale. Le professioni di cura di base restano poco considerate. Finché un lavoro è visto come vocazione o ripiego, sarà difficile renderlo una scelta attraente per i giovani.
Aspettative irrealistiche. Quando si pretende la guarigione anche dove non è possibile, il conflitto con le famiglie aumenta e ricade su chi lavora in prima linea.
Pochi dati sugli interventi. Anche la ricerca sul burnout riconosce che mancano prove solide su cosa funziona per prevenirlo.
Cosa può cambiare
L'episodio e gli studi indicano alcune direzioni concrete. Passare dall'idea di costo a quella di investimento sulle persone. Curare la leadership e coinvolgere gli operatori nelle decisioni, fattori che gli studi europei associano a una minore intenzione di lasciare. Prevenire il burnout e proteggere il personale dalla violenza. Usare la tecnologia per alleggerire il lavoro, non per sostituire le persone. Costruire alleanze tra strutture, istituzioni e comunità locali. E, sul piano culturale, parlare di diritto alla cura, riconoscendo il valore di chi accompagna le persone nella fragilità.
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Conclusione
Stefano Gheno porta in questo episodio lo sguardo di uno psicologo del lavoro sulla crisi del personale sanitario e sociosanitario. Lo stipendio conta, ma non spiega tutto: pesano il riconoscimento sociale, la fatica fisica e psicologica, le aspettative delle famiglie e il modo in cui le organizzazioni trattano le persone. Gli studi europei sugli infermieri vanno nella stessa direzione: burnout, leadership e partecipazione pesano sulla scelta di restare o andarsene. La sua proposta è semplice da dire e difficile da fare: investire su chi cura, come si fa con una tecnologia preziosa.
→ Ascolta l'episodio 11 di Skeptical Health con Stefano Gheno per il racconto completo.
I dati chiave
- 11 milioni: la carenza di operatori sanitari stimata dall'OMS nel mondo entro il 2030 (OMS)
- 9%: gli infermieri europei che intendono lasciare la professione, dal 5% al 17% a seconda del Paese (Heinen et al., 2013)
- Circa il doppio: l'aumento della probabilità di voler lasciare la professione negli infermieri con burnout (Heinen et al., 2013)
- 0-80,5%: l'intervallo delle stime di burnout nei medici, in 182 studi e 45 Paesi (Rotenstein et al., 2018)
- 142: le diverse definizioni di burnout trovate in letteratura (Rotenstein et al., 2018)
- 61,9%: gli operatori sanitari che hanno subito una forma di violenza sul lavoro nell'ultimo anno (Liu et al., 2019)
- 24,4%: quelli che hanno subito violenza fisica (Liu et al., 2019)
Takeaway
Se gestisci una struttura, chiedi perché le persone se ne vanno. Colloqui di uscita e ascolto regolare dicono più di un aumento una tantum.
Investi su leadership e coinvolgimento. Coordinatori formati e operatori coinvolti nelle decisioni aiutano a trattenere il personale.
Se sei un familiare, ricorda che la cura non è sempre guarigione. Parlare apertamente di limiti e obiettivi con gli operatori riduce i conflitti.
Se stai scegliendo un lavoro di cura, chiediti cosa ti attrae. Secondo Gheno è l'interesse per il lavoro, non solo lo stipendio, che fa restare nel tempo.
Domande frequenti
Perché manca personale sanitario e sociosanitario?
Le cause sono diverse. Secondo lo psicologo del lavoro Stefano Gheno, ospite dell'episodio 11, contano le retribuzioni basse, ma soprattutto lo scarso riconoscimento sociale dei lavori di cura, l'idea che siano una vocazione o un ripiego e la fatica fisica e psicologica del prendersi cura. L'OMS stima una carenza globale di 11 milioni di operatori sanitari entro il 2030.
Lo stipendio basta a trattenere infermieri e OSS?
Da solo no. Nell'episodio Stefano Gheno spiega che la retribuzione può motivare la scelta di un lavoro, ma non è quella che fa restare nel tempo. Lo studio europeo RN4CAST su oltre 23.000 infermieri ha trovato che l'intenzione di lasciare la professione è legata a burnout, qualità della leadership, rapporto con i medici e partecipazione alle decisioni.
Che cos'è il burnout e perché colpisce chi lavora in sanità?
Il burnout è una sindrome legata al lavoro, descritta soprattutto dalla psicologa Christina Maslach. Si misura di solito su tre dimensioni: esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale. La maggior parte della ricerca riguarda le professioni di aiuto e la sanità, dove la fatica emotiva del prendersi cura degli altri è parte del lavoro.
Quanto è diffusa la violenza contro gli operatori sanitari?
Molto. Una meta-analisi pubblicata nel 2019 su Occupational and Environmental Medicine, con 253 studi e oltre 331.000 operatori, ha stimato che il 61,9% aveva subito una forma di violenza sul lavoro nell'ultimo anno e il 24,4% violenza fisica. I valori più alti riguardano pronto soccorso, psichiatria, infermieri e medici.
Cosa possono fare le strutture per trattenere il personale?
Secondo Stefano Gheno serve un salto di qualità nel governo delle organizzazioni: passare dal 'costo del personale' all'investimento sul capitale umano, curare il benessere di chi lavora, usare la tecnologia come supporto e costruire alleanze tra imprese, istituzioni e comunità. Gli studi indicano che leadership e partecipazione alle decisioni riducono l'intenzione di lasciare.
Cosa significa 'diritto alla cura' invece di 'diritto alla salute'?
È una proposta di Stefano Gheno. La salute, dice, non si può garantire a nessuno, perché dipende anche da fattori che non controlliamo. Si può invece garantire la cura, cioè qualcuno che accompagna la persona nella fragilità e nella sofferenza. Secondo lui, spostare così le aspettative aumenterebbe il rispetto verso chi lavora nella cura.
Fonti
- World Health Organization: Health workforce (health topic)
- Heinen MM et al.: Nurses' intention to leave their profession: a cross sectional observational study in 10 European countries. International Journal of Nursing Studies (2013)
- Rotenstein LS et al.: Prevalence of Burnout Among Physicians: A Systematic Review. JAMA (2018)
- Liu J et al.: Prevalence of workplace violence against healthcare workers: a systematic review and meta-analysis. Occupational and Environmental Medicine (2019)
- Maslach C, Leiter MP: Understanding the burnout experience: recent research and its implications for psychiatry. World Psychiatry (2016)