Speciale INFERMIERI: Cultura, Stipendi e Futuro
Meno candidati che posti a infermieristica, 78.000 pensionamenti entro il 2035, stipendi sotto la media OCSE. I numeri di una professione sotto pressione.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Cristian Valeri — Infermiere, conduttore di Skeptical Health
Ultimo aggiornamento: 2026-09-23
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Questa puntata è lo speciale di Natale del podcast, registrato il 25 dicembre da un infermiere che quel giorno era al lavoro. Non è un'intervista, ma un ragionamento in prima persona sulla professione infermieristica. Il punto di partenza sono tre documenti usciti nel 2025: il primo rapporto FNOPI realizzato con la Scuola Superiore Sant'Anna, il rinnovo del contratto del comparto sanità e il rapporto AGENAS sul personale del Servizio sanitario nazionale. Letti insieme, fotografano un sistema al limite.
Cosa emerge dall'episodio
Dire che cosa fa un infermiere. Il medico ha un'immagine chiara: visita, diagnostica, cura. L'infermiere resta invece quello che fa le punture e rifà il letto. Il lavoro vero è in larga parte intellettuale: valutare i bisogni della persona, ricomporli in un quadro clinico, comunicarli all'équipe, decidere. Il ruolo è cambiato moltissimo in venticinque anni, la narrazione pubblica quasi per niente. Perfino studenti di un istituto a indirizzo sociosanitario facevano fatica a descriverlo.
Lo stipendio è un problema nazionale. Un infermiere guadagna meno della media OCSE, ma il problema retributivo riguarda tutto il paese: i redditi reali italiani sono cresciuti pochissimo in ventitré anni. Portare lo stipendio a 2.500 euro al mese non risolverebbe comunque i problemi organizzativi che rendono insostenibile la giornata di lavoro. Serve l'aumento, e serve altro.
Il problema non è solo chi entra, ma chi se ne va. Per la prima volta i candidati a infermieristica sono meno dei posti. Eppure i laureati crescono. Il nodo è che ogni anno escono dalla professione molti più infermieri di quanti se ne laureino. La permanenza conta quanto l'ammissione.
Formazione e leadership. Il primo anno di università è quello in cui si decide se restare: servono docenti e tutor capaci di comunicare e un orientamento che parta dalle superiori. Secondo il rapporto FNOPI, dove le persone non se ne andavano c'era una leadership riconoscibile, con coordinatori chiari e un'équipe protagonista. È la leva più veloce, perché dipende da scelte aziendali.
Vale ancora la pena? La risposta è sì, con una precisazione: chi lavora in organizzazioni malate, con doppi e tripli turni, ha diritto di rispondere di no. Le ragioni del sì sono due: la sera sai di aver fatto una differenza concreta per qualcuno, e la relazione è la parte che l'automazione non sostituisce. Sul territorio, senza persone e cultura organizzativa, le case di comunità rischiano di restare edifici.
Il contesto in breve
Secondo il rapporto AGENAS sui dati 2023, gli infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale sono 277.138, con una densità di 6,86 ogni 1.000 abitanti contro una media europea di 8,26. La retribuzione media è di circa 32.400 euro lordi l'anno, contro circa 39.800 della media OCSE. Nel 2025 i posti a infermieristica erano 20.699 e le domande circa 19.000; i laureati sono passati da 8.866 nel 2004 a 11.404 nel 2024, mentre FNOPI stima circa 25.000 uscite l'anno. Sempre secondo AGENAS, circa 78.000 infermieri andranno in pensione entro il 2035. Il contratto del comparto sanità 2022-2024 prevede un aumento medio di 172,37 euro lordi al mese, mentre quello della sanità privata AIOP e ARIS, per oltre 250.000 lavoratori, è scaduto il 31 dicembre 2018. Secondo la Corte dei conti, solo 66 case della comunità su 1.722 garantiscono tutti i servizi obbligatori.
Da portare a casa
- Nel 2025, per la prima volta, i candidati a infermieristica sono stati meno dei posti disponibili.
- Il collo di bottiglia non è solo l'ingresso: ogni anno escono dalla professione molti più infermieri di quanti se ne laureino.
- Più attrattività significa più candidati, e più candidati permettono anche di selezionare sulle attitudini.
Il 2025 è stato un anno decisivo per la professione infermieristica, e non per le ragioni che sarebbe piaciuto raccontare. Nell'arco di dodici mesi sono usciti tre documenti che, letti insieme, fotografano un sistema al limite: il primo rapporto FNOPI realizzato con la Scuola Superiore Sant'Anna, il rinnovo del contratto del comparto sanità e il rapporto AGENAS sul personale del Servizio sanitario nazionale.
Questo articolo nasce dallo speciale di Natale del podcast, registrato il 25 dicembre da un infermiere che quel giorno era al lavoro. Non è un'intervista: è un ragionamento in prima persona su che cosa dicono quei tre documenti e su che cosa succede se nessuno li legge.
Il problema di dire che cosa fa un infermiere
Prima dei numeri viene un problema di definizione, e non è un dettaglio.
Il medico ha una connotazione popolare nitida: visita, fa una diagnosi, cura. Quello che viene dopo resta invece indistinto. La definizione formale, il professionista responsabile dell'assistenza e della presa in carico della persona in fase preventiva, acuta, post acuta e di fine vita, è corretta e allo stesso tempo dice tutto e niente.
Nella percezione comune l'infermiere resta così «quello che fa le punture, quello che fa le medicazioni», quello che rifà il letto. «E questa comunicazione nazionale popolare è così, anche perché non siamo stati bravi noi né le istituzioni anche a comunicare quello che è veramente il ruolo». Il lavoro vero è in larga parte intellettuale: valutare i bisogni della persona, ricomporli in un quadro clinico, comunicarli all'équipe, decidere. È anche il motivo per cui l'infermiere può lavorare in ospedale, sul territorio, in azienda, come consulente, sulle navi: non è legato a un gesto tecnico, è legato a un processo di presa in carico.
Sul piano istituzionale la professione è giovane. Il superamento del mansionario e il riconoscimento pieno dell'autonomia professionale arrivano con la normativa di fine anni Novanta, e la laurea nella forma attuale è poco più che venticinquennale. In quell'arco il ruolo è cambiato moltissimo. La narrazione pubblica quasi per niente.
Un dettaglio lo conferma meglio di qualsiasi argomento: a un evento di orientamento con Assolombarda, perfino studenti di un istituto a indirizzo sociosanitario, cioè quelli che in teoria ne sanno più degli altri, facevano fatica a dire che cosa fa un infermiere. È lo stesso vuoto emerso nell'episodio con gli studenti della serie Assolombarda.
Quanti sono, e dove
Gli infermieri iscritti all'albo al 30 giugno 2025 sono 461.313, con un'età media di 46,5 anni e una prevalenza femminile del 76,4%. I dipendenti del Servizio sanitario nazionale, secondo il rapporto AGENAS sui dati 2023, sono 277.138, su un totale di 701.170 dipendenti SSN di cui 109.024 medici.
Il dato che pesa è la densità: 6,86 infermieri ogni 1.000 abitanti contro una media europea di 8,26. E il rapporto FNOPI e Sant'Anna registra uno squilibrio interno pesante, con alcune fra le regioni più popolose molto sotto quelle di testa.
L'uscita dal pubblico, soprattutto al Nord, è stata consistente negli ultimi anni. Non sempre per scelta professionale: molto spesso per ragioni economiche, perché lo stipendio non basta più a coprire il costo della vita quotidiana.
Quanto si guadagna, e il confronto con il resto del paese
La retribuzione media di un infermiere in Italia è di circa 32.400 euro lordi l'anno, contro una media OCSE intorno ai 39.800. La forbice interna è ampia: 37.204 euro in Trentino-Alto Adige, 26.186 in Molise. In busta paga, contando indennità di turno, notturno e festivo, si arriva a cifre intorno ai 1.800 o 2.000 euro netti al mese, a seconda di quanto pesano i turni.
Qui c'è un ragionamento che raramente si sente fare da dentro una categoria: il problema retributivo non è solo infermieristico, è nazionale.
I dati del Ministero dell'Economia sui redditi 2024 dicono che il reddito medio dichiarato in Italia è di 24.890 euro, quello dei lavoratori dipendenti 26.940, e che la fascia fra i 25 e i 44 anni si ferma a 21.880. In ventitré anni, fra il 2001 e il 2024, la crescita reale dei redditi è stata del 6,8%, fra le più basse d'Europa. Chi porta a casa 2.500 euro netti al mese ha un lordo annuo intorno ai 50-55.000 euro: sta sulla soglia del 6,6% dei contribuenti che supera i 55.000.
Da cui la domanda che non ha una risposta semplice: «qual è lo stipendio corretto per un infermiere? La risposta non c'è». Portarlo a 2.500 euro al mese non risolverebbe comunque i problemi organizzativi che rendono insostenibile la giornata di lavoro: «i problemi veri non si risolvono lo stesso». Serve l'aumento, e serve altro.
Sul rinnovo contrattuale, per curiosità: il CCNL Comparto Sanità 2022-2024 è stato siglato in ipotesi il 18 giugno 2025 e firmato in via definitiva all'ARAN il 27 ottobre 2025. L'aumento medio è di 172,37 euro lordi al mese su tredici mensilità, circa il 6,8%, con arretrati intorno ai 1.200 euro. Per le fasce iniziali si scende fra i 127 e i 135 euro, che è l'ordine di grandezza di cui si parla quando si dice che l'aumento non si vede. FP CGIL e UIL FPL non hanno firmato, giudicandolo debole.
Il dato che cambia la discussione: meno candidati che posti
Per l'anno accademico 2025 i posti disponibili a infermieristica erano 20.699 e le domande attese circa 19.000.
Ci sono meno candidati che posti. Non è più una selezione: è un reclutamento che non riesce a riempire le aule che ha. La traiettoria è netta: il rapporto fra domande e posti è passato da 4,9 nel 2011 a 1,2 nel 2023, e nel 2025 si è invertito. I posti, nel frattempo, sono raddoppiati, da 10.614 nel 2001 a oltre 20.000 oggi.
C'è poi un secondo dato da mettere accanto al primo. I laureati stanno crescendo: da 8.866 nel 2004 a 11.404 nel 2024, con una proiezione di 14.500 entro il 2027. Il problema quindi non è soltanto che entrano in pochi, è che se ne vanno in tanti: FNOPI stima circa 25.000 uscite l'anno dalla professione, pensionamenti compresi, contro 11.404 laureati.
Letti insieme, i due dati indicano una leva precisa: la permanenza conta quanto l'ammissione. Aumentare i posti serve se si riempiono, e riempirli serve se poi le persone restano.
La gobba pensionistica
Sui pensionamenti conviene guardare i numeri, perché è il punto su cui si gioca tutto il resto.
Il rapporto AGENAS indica circa 78.000 infermieri in uscita per pensione entro il 2035. A questi si aggiungono oltre 26.000 operatori sociosanitari e 39.000 medici fra il 2026 e il 2038, con un picco di oltre 3.200 medici l'anno fra il 2029 e il 2033.
Messo accanto agli 11.404 laureati del 2024, il conto è presto fatto. Non è una previsione: è aritmetica su persone già assunte e con una data di nascita nota.
Formazione: chi insegna, e a chi
Se la leva è la permanenza, la formazione è dove si comincia a perderla o a guadagnarla.
Il primo anno di università è il momento in cui una persona decide se restare. Se in quel momento trova un insegnamento burocratico, che si ferma alla tecnica del gesto e non racconta che cosa sia davvero prendere in carico una persona, molti che quel lavoro lo farebbero bene se ne vanno prima di capirlo. Serve il contrario: docenti e tutor capaci di comunicare, e un orientamento che cominci dalle superiori invece che dalla scelta universitaria fatta al buio.
Il rapporto FNOPI e Sant'Anna aggiunge un dato strutturale su questo: le posizioni accademiche del settore infermieristico sono passate da 35 nel 2014 a 83 nel 2024, con dieci ordinari, trentasei associati e trentasette ricercatori. Una crescita reale, che parte però da una base molto bassa e resta concentrata per oltre il 70% nelle regioni del Nord.
C'è poi il tema della selezione. «Non tutti possono fare questo lavoro»: la componente relazionale non è un contorno della presa in carico, ne è una parte funzionale, e un percorso che non la valuta manda in reparto persone che scopriranno tardi di non volerci stare. Un sistema di ammissione che guardi anche alle attitudini, e non solo alle competenze teoriche, avrebbe senso.
Una domanda per riflettere. Con 19.000 domande per 20.699 posti, in che ordine conviene muoversi? Rendere la professione abbastanza attrattiva da avere più candidati dei posti può essere il passo che rende possibile anche una selezione sulle attitudini.
Il caso San Raffaele, e quello che dice del sistema
Nel dicembre 2025 la Procura di Milano ha aperto un'indagine conoscitiva sulla situazione del padiglione Iceberg dell'ospedale San Raffaele. Le organizzazioni sindacali hanno contestato alla cooperativa esterna che forniva il personale criticità su comunicazione, logistica, gestione dei turni e formazione. La direzione ha bloccato i nuovi ricoveri e istituito un'unità di crisi.
Due precisazioni necessarie. Un'indagine conoscitiva non è un accertamento di responsabilità, e le contestazioni sindacali restano contestazioni: nulla di quanto sopra è una conclusione su singole persone, e questo articolo non ne trae nessuna.
La seconda riguarda la causa, ed è il punto che conta. Il contratto collettivo della sanità privata, AIOP e ARIS, che copre oltre 250.000 lavoratori, è scaduto il 31 dicembre 2018 e non è ancora stato rinnovato. Nello stesso periodo il comparto pubblico ne ha firmati due. La conseguenza attesa, che i sindacati denunciano, è un travaso verso il pubblico, vuoti di organico improvvisi e ricorso a personale in appalto per tapparli.
Che sia successo in una struttura di quel livello fa notizia. Ma la domanda giusta è un'altra: se succede lì, che cosa succede nelle strutture piccole, nelle RSA, negli ambulatori di provincia, dove nessuno accende una telecamera? Un vuoto coperto in fretta con personale esterno non è un problema di chi arriva. È un problema di chi ha lasciato scoperto quel posto per sette anni.
La leadership, che è la leva più veloce
Nel rapporto FNOPI c'è un'osservazione che merita più attenzione di quanta ne riceva: nelle strutture dove le persone non se ne sono andate si riscontrava una leadership riconoscibile, con coordinatori che comunicavano al gruppo in modo chiaro e concreto e tenevano l'équipe protagonista dell'assistenza.
Se la variabile decisiva è la permanenza, e i numeri dicono che lo è, allora la qualità del coordinamento non è un tema di contorno: è l'unica leva che il sistema può muovere subito, senza aspettare una riforma contrattuale o un decreto. Costa meno di tutto il resto e dipende da scelte aziendali.
Ne discende una posizione netta sui coordinatori: servono «leader, coordinatori che veramente possono fare questo lavoro e non che prendono un attestato e vanno a coordinare i reparti», né figure messe lì a fare da facciata. Serve chi quel lavoro lo sa fare.
Le case di comunità, e la pianificazione che manca
Lo stesso vale per la riorganizzazione del territorio. Le case di comunità rischiano di restare progetti murari: senza cultura organizzativa e senza le persone, un edificio non eroga assistenza. «Manca la cultura organizzativa di base, non hanno le possibilità di farle funzionare perché manca il know how oltre che le persone».
I numeri lo confermano. Secondo la relazione della Corte dei conti del 13 febbraio 2026 sulla Missione Salute del PNRR, le case della comunità operative sono 781, ma quelle che garantiscono tutti i servizi obbligatori sono 66 su 1.722, il 3,8%. Il PNRR ha finanziato i muri. Il personale che deve starci dentro non era nel finanziamento, e non c'è.
Vale ancora la pena fare l'infermiere?
È la domanda che chiude lo speciale, e la risposta che dà chi lo conduce è sì, con una precisazione onesta: chi lavora in organizzazioni malate, con doppi e tripli turni, ha tutto il diritto di rispondere di no, e va capito.
Le ragioni del sì sono due. La prima è che è uno dei pochi lavori in cui, la sera, sai di avere fatto una differenza concreta nella giornata di qualcuno: nella stragrande maggioranza delle volte, questo lavoro «ti fa dire: anche oggi ho fatto la differenza». La seconda è che è un lavoro di relazione, e la relazione è la parte che l'automazione non sostituisce: l'intelligenza artificiale cambierà gli strumenti, non il fatto che dall'altra parte c'è una persona.
I dati ci sono, sono pubblici e sono chiari. La differenza la farà chi decide di leggerli adesso invece che fra cinque anni.
Takeaway
- Nel 2025 i posti a infermieristica erano 20.699 e le domande circa 19.000: per la prima volta i candidati sono meno dei posti.
- Il collo di bottiglia non è solo l'ingresso. I laureati crescono, da 8.866 nel 2004 a 11.404 nel 2024, ma ogni anno circa 25.000 infermieri escono dalla professione, pensionamenti compresi.
- Circa 78.000 infermieri andranno in pensione entro il 2035, più 26.000 OSS e 39.000 medici: è aritmetica su persone già in servizio.
- Un infermiere guadagna in media 32.400 euro lordi contro i circa 39.800 della media OCSE, dentro un paese in cui solo il 6,6% dei contribuenti supera i 55.000 euro di reddito.
- Il contratto della sanità privata è fermo al 31 dicembre 2018 per oltre 250.000 lavoratori: è una delle ragioni del travaso verso il pubblico e del ricorso al personale in appalto.
- Più attrattività significa più candidati, e più candidati permettono anche di selezionare sulle attitudini.
Domande frequenti
Quanti infermieri ci sono in Italia?
461.313 iscritti all'albo al 30 giugno 2025, con un'età media di 46,5 anni e una netta prevalenza femminile (76,4%). Di questi, 277.138 sono dipendenti del Servizio sanitario nazionale secondo i dati AGENAS riferiti al 2023.
Quanto guadagna un infermiere in Italia?
La retribuzione media è di circa 32.400 euro lordi l'anno secondo il rapporto FNOPI e Scuola Superiore Sant'Anna, contro una media OCSE intorno ai 39.800. Con indennità di turno, notturno e festivo si arriva in busta a cifre intorno ai 1.800 o 2.000 euro netti al mese. Il divario fra regioni è ampio: dai 37.204 euro del Trentino-Alto Adige ai 26.186 del Molise.
È vero che ci sono meno candidati che posti a infermieristica?
Sì. Per l'anno accademico 2025 i posti disponibili erano 20.699 e le domande attese circa 19.000. Il rapporto fra domande e posti è sceso da 4,9 nel 2011 a 1,2 nel 2023, fino a invertirsi.
Quanti infermieri andranno in pensione?
Circa 78.000 entro il 2035 secondo il rapporto AGENAS, a cui si aggiungono oltre 26.000 operatori sociosanitari e 39.000 medici fra il 2026 e il 2038. FNOPI stima circa 25.000 uscite l'anno dalla professione, pensionamenti compresi, a fronte di 11.404 laureati nel 2024.
Perché gli infermieri lasciano il privato accreditato?
Anche per una ragione contrattuale precisa. Il contratto collettivo della sanità privata AIOP e ARIS è scaduto il 31 dicembre 2018 e non è ancora stato rinnovato, mentre nello stesso periodo il comparto pubblico ne ha firmati due. Riguarda oltre 250.000 lavoratori.
Che cosa dice il rapporto FNOPI sulla permanenza al lavoro?
Che dove le persone non se ne sono andate si riscontra una leadership riconoscibile: coordinatori che comunicano al gruppo in modo chiaro e tengono l'équipe protagonista dell'assistenza. È la leva più immediata, perché dipende da scelte aziendali e non da una riforma contrattuale.
Fonti
- FNOPI DataCorner, dati al 30 giugno 2025: 461.313 infermieri iscritti all'albo, età media 46,5 anni, 76,42% donne; cancellazioni in calo da 11.589 nel 2022 a 10.230 nel 2024
- Primo Rapporto FNOPI e Scuola Superiore Sant'Anna sulle professioni infermieristiche, 2025: retribuzione media 32.400 euro contro una media OCSE di circa 39.800; rapporto domande su posti sceso da 4,9 nel 2011 a 1,2 nel 2023; posizioni accademiche MED/45 da 35 a 83 fra il 2014 e il 2024
- Rapporto AGENAS sul personale del SSN, dati 2023: 277.138 infermieri e 109.024 medici dipendenti; circa 78.000 infermieri in pensione entro il 2035, oltre 26.000 OSS e 39.000 medici fra 2026 e 2038; 6,86 infermieri per 1.000 abitanti contro 8,26 di media UE
- FNOPI, settembre 2025, test di infermieristica: 20.699 posti disponibili a fronte di circa 19.000 domande; laureati da 8.866 nel 2004 a 11.404 nel 2024, contro circa 25.000 uscite l'anno
- ARAN, firma definitiva del CCNL Comparto Sanità 2022-2024 il 27 ottobre 2025: aumento medio di 172,37 euro mensili su 13 mensilità; FP CGIL e UIL FPL non hanno firmato
- Quotidiano Sanità: il CCNL della sanità privata AIOP e ARIS è scaduto il 31 dicembre 2018 e non è ancora rinnovato dopo oltre sette anni, e riguarda più di 250.000 lavoratori
- LaPresse, 12 dicembre 2025: la Procura di Milano apre un'indagine conoscitiva sulla situazione del padiglione Iceberg del San Raffaele; le organizzazioni sindacali contestano alla cooperativa esterna criticità su comunicazione, logistica, gestione dei turni e formazione; la direzione ha bloccato i nuovi ricoveri e istituito un'unità di crisi
- Pagella Politica su dati MEF, redditi 2024: reddito medio dichiarato 24.890 euro; solo il 6,6% dei contribuenti supera i 55.000 euro; fascia 25-44 anni ferma a 21.880 euro; crescita reale dei redditi del 6,8% in 23 anni
- Corte dei conti, relazione del 13 febbraio 2026 sulla Missione Salute del PNRR: 781 case della comunità operative, ma solo 66 su 1.722 garantiscono tutti i servizi obbligatori
- Skeptical Health, Speciale INFERMIERI: Cultura, Stipendi e Futuro, 25 dicembre 2025