Cura degli Anziani in RSA: Un Lavoro Dignitoso o un Sacrificio?
Luca Degani, presidente di UNEBA Lombardia, spiega come sono cambiate le RSA, chi paga le rette, cosa manca al personale e perché serve una nuova cultura.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Luca Degani — Presidente Uneba Lombardia
Ultimo aggiornamento: 2026-09-24
Quanto tempo hai?
Nell'episodio 16 di Skeptical Health, Cristian Valeri e Guido Magrin parlano con l'avvocato Luca Degani, presidente di UNEBA Lombardia, che riunisce più di 500 enti per la maggior parte senza scopo di lucro. Le domande sono concrete: chi vive oggi in una RSA, chi paga le rette e chi si prenderà cura degli anziani domani. Degani parla di ospiti sempre più fragili, di conti che non tornano e di personale che manca. Il tema conta perché l'Italia è il Paese più anziano dell'Unione europea e rischia di non riuscire più a garantire i propri servizi.
Cosa emerge dall'episodio
Ospiti sempre più fragili. Da giovane, nelle strutture per anziani, Degani vedeva persone che giocavano a carte. «Oggi vedo persone di più di 85 anni, prevalentemente di genere femminile», con molte malattie. All'inizio degli anni Duemila si restava in RSA 2-3 anni, oggi circa 8 mesi: la RSA è diventata un luogo di accompagnamento alla fine della vita, che deve avere qualità. Eppure, secondo lui, chi decide conosce poco questo mondo.
Perché la retta si divide. Le norme prevedono una compartecipazione tra Servizio sanitario e anziano. Per Degani «la compartecipazione è l'unica modalità per rendere economicamente sostenibile un sistema sanitario in una nazione vecchia». Rendere gratuiti tutti i posti, dice, userebbe una quota enorme del fondo sanitario per meno dell'1% della popolazione, a scapito dei più giovani. L'ISEE serve a valutare quanto ognuno può contribuire.
Muri nuovi, personale che manca. Sul PNRR è critico: si è investito in ospedali di comunità senza valorizzare i posti di cure intermedie che esistevano già, e con il rischio di «cattedrali nel deserto» per mancanza di operatori. Il fondo per l'assistenza domiciliare, che ha finanziato anche la RSA aperta, finisce nel 2026. Propone anche un geriatra di libera scelta per gli over 65, come esiste il pediatra per i bambini.
L'assistente infermiere. Per rendere attraente la nuova figura servirebbe un effetto Candy Candy, come quello del cartone che ha avvicinato molte ragazze alla professione infermieristica: oggi magari un TikTok, che mostri ai diciottenni un lavoro di cura con uno stipendio a 19-20 anni. Non sono compiti di serie B: aderenza terapeutica, parametri, lesioni hanno un senso preciso e liberano gli infermieri per altri ruoli. «A me interessa avere persone che diventano assistenti infermieristici a 20 anni».
Stipendi, tempo e welfare. Circa il 70% dei costi di una RSA è lavoro, quindi senza più risorse non si pagano meglio le persone. Degani chiede agli enti di fare welfare per i propri collaboratori, con casa, nidi e trasporti, e di ridisegnare gli orari, perché il tempo è un valore.
Il contesto in breve
Secondo l'ISTAT, al 1° gennaio 2024 gli anziani ospiti delle strutture residenziali erano poco più di 291mila, quasi 239mila non autosufficienti, il 73% donne e il 77% sopra gli 80 anni. L'offerta varia molto: 10,5 posti letto ogni 1.000 residenti nel Nord-Est, 3,4 nel Sud. Nei presidi lavorano circa 355mila persone, il 13,5% di cittadinanza straniera. Il rapporto OCSE Beyond Applause? del 2023 descrive addetti all'assistenza con salari bassi, oltre l'85% donne, e stima che questa forza lavoro debba crescere di almeno il 27% nei prossimi dieci anni. Una meta-analisi pubblicata su International Psychogeriatrics nel 2019 lega il burnout nelle residenze per persone con demenza a poco personale, poco sostegno e leadership debole.
Da portare a casa
- Informati su come si compone la retta: quota sanitaria e quota sociale funzionano in modo diverso, e ISEE e Comune possono aiutare.
- Guarda la RSA per quello che è oggi: un luogo di persone molto fragili che meritano cure di qualità.
- Chiedi welfare, non solo stipendio: orari, tempo per la famiglia e servizi contano per restare in questo lavoro.
Chi vive oggi in una RSA, chi paga le rette e chi si prenderà cura degli anziani domani? L'avvocato Luca Degani, presidente di UNEBA Lombardia, risponde a Cristian Valeri e Guido Magrin con un'analisi schietta. Parla di anziani sempre più fragili, di conti che non tornano, di personale che manca e di un Paese che rischia di diventare troppo vecchio per garantire i propri servizi.
Perché il tema è urgente oggi
L'Italia è il Paese più anziano dell'Unione europea. Secondo l'ISTAT, al 1° gennaio 2026 gli over 65 erano 14 milioni e 821mila, il 25,1% della popolazione. Gli ultraottantacinquenni erano oltre 2,5 milioni. Nel 2025 sono nati 355mila bambini, con 1,14 figli per donna.
Nelle strutture residenziali, al 1° gennaio 2024, vivevano poco più di 291mila anziani, quasi 239mila non autosufficienti. Per curarli servono operatori sociosanitari e infermieri, che le strutture faticano a trovare. E servono risorse, che il sistema fatica a distribuire. L'episodio 16 affronta tutte e due le questioni: la sostenibilità economica delle RSA e la dignità del lavoro di cura.
Cosa emerge dall'episodio
Luca Degani si presenta con ironia come «un avvocato che lo fa poco». È stato docente a contratto di legislazione sociosanitaria e politiche sociali, ha diretto l'Istituto Sacra Famiglia e, al momento della registrazione, dirige la Fondazione Progetto Arca, che si occupa di persone in grave emarginazione. Come presidente di UNEBA Lombardia svolge, dice, «un'azione di lobbying bianca istituzionale nei confronti dei decisori politici».
Che cosa significa rappresentare le RSA
Fare lobbying, spiega, vuol dire dichiarare di essere portatori di interessi, spiegare perché e dare identità a ciò che si rappresenta. UNEBA Lombardia riunisce più di 500 enti, per la maggior parte senza scopo di lucro. Nel sociosanitario rappresenta oltre due terzi delle prestazioni residenziali, della domiciliarità e dei centri diurni. Nel sociale segue minori, disabili e adulti in difficoltà. Ci sono anche bisogni nuovi, come anziani stranieri arrivati da poco, difficili da inserire nei servizi tradizionali.
Il cambiamento più grande lo ha visto negli ospiti. Da giovane, girando le strutture per anziani, vedeva persone che giocavano a carte. «Oggi vedo persone di più di 85 anni, prevalentemente di genere femminile», con molte malattie e il diritto a una diversa presa in carico della loro qualità di vita.
Il problema principale, secondo Degani, è che «il decisore politico non conosce il mondo delle RSA». Negli ultimi anni si è passati, dice, dal "chiudiamo le RSA" all'idea di non destinare loro fondi del PNRR. Spesso si confonde l'acronimo: in alcune Regioni, come Lazio o Sicilia, sotto il nome RSA si fanno attività riabilitative, non assistenza agli anziani.
Le sentenze sull'Alzheimer e chi paga la retta
Degani cita le recenti pronunce della prima sezione civile della Cassazione sulle persone con Alzheimer in RSA, che hanno letto il diritto alla salute come diritto alla gratuità della retta. È una posizione, spiega, che risale alla fine degli anni Settanta e a un pensatore che cita con rispetto, Francesco Santanera.
Poi ripercorre le norme. Gli anziani poveri erano prima affidati all'assistenza e alle opere pie. Negli anni Ottanta si è aperta la possibilità di usare parte del fondo sanitario per gli anziani non autosufficienti. Con la riforma del 1992, il decreto 502, sono nati i servizi sociosanitari autorizzati e accreditati. I livelli essenziali di assistenza del 2001 e del 2017 prevedono una compartecipazione tra Servizio sanitario, anziano e, se serve, Comune. La famiglia partecipa in modo volontario, salvo casi particolari.
Anche il tempo di permanenza è cambiato. All'inizio degli anni Duemila si restava in RSA in media 2-3 anni. Oggi, dice, circa 8 mesi: la RSA è diventata un luogo di accompagnamento alla fine della vita, che deve avere qualità.
Per Degani la compartecipazione non è un dettaglio: «la compartecipazione è l'unica modalità per rendere economicamente sostenibile un sistema sanitario in una nazione vecchia». Se i circa 320mila posti di oggi, o i circa 600mila che servirebbero, fossero del tutto gratuiti, si userebbe un terzo del fondo sanitario, al netto della farmaceutica, per meno dell'1% della popolazione. E a pagarne il prezzo sarebbero i più giovani, a partire dalla pediatria. Ricorda che esiste l'ISEE per valutare quanto ognuno può contribuire e che «la solidarietà è innanzitutto una solidarietà intergenerazionale».
Un Paese per vecchi
Il tema demografico torna più volte. Degani ricorda la neuropsichiatria infantile e la foniatria, che già ai tempi della Sacra Famiglia avevano poche risorse: bambini non seguiti al momento giusto diventano adulti con meno capacità e costi sociali più alti. «Noi davvero rischiamo di essere troppo un paese per vecchi», dice, e quindi di non riuscire più a produrre quei servizi.
Da qui una provocazione. Le nascite sono crollate, mentre gli over 65 sono circa un terzo della popolazione. «Ma qualcuno mi spiega perché c'è il pediatra di libera scelta che si prende carico dagli 0 ai 18 e non c'è il geriatra di libera scelta che si prende in carico dai 65 in avanti». Il sistema, dice, deve cambiare insieme alle malattie. Porta l'esempio dell'AIDS: i finanziamenti della legge 135 del 1990 erano pensati per gli hospice, oggi la malattia è cronica, come il diabete.
PNRR: muri nuovi, personale che manca
Sul PNRR Degani è critico. In Lombardia, racconta, sono stati finanziati poco più di mille posti letto negli ospedali di comunità, strutture da circa 20 letti per accompagnare il paziente dall'ospedale a casa. Il PNRR finanzia solo investimenti e solo enti pubblici. Nel frattempo la Regione aveva già oltre mille posti di cure intermedie con la stessa funzione, mai riqualificati. Il risultato, per lui, sono spesso «cattedrali nel deserto» per mancanza di operatori.
C'è poi il fondo per l'assistenza domiciliare, che ha finanziato anche la RSA aperta, un servizio che porta a casa la presa in carico della RSA. Ma finisce nel 2026. Il DM 77, che ha istituito case e ospedali di comunità, ha il merito di mettere al centro la cronicità. Ma, dice, abbiamo speso per «luoghi e muri» senza mettere a sistema ciò che c'era e senza ragionare sulle nuove professioni.
L'assistente infermiere e l'"effetto Candy Candy"
Qui entra la nuova figura dell'assistente infermiere. Guido Magrin, dal punto di vista di chi lavora in struttura, la vede come la regolarizzazione di ciò che già succede: un infermiere ogni 60-80 posti letto prepara le terapie, che poi vengono somministrate dagli OSS sotto supervisione, così come l'applicazione di creme su piccole lesioni.
Degani propone un gioco: l'«effetto Candy Candy». Il cartone animato ha dato alla professione infermieristica un'immagine positiva che ha spinto molte ragazze a sceglierla. Servirebbe lo stesso per l'assistente infermiere. Non un cartone, ma «un meraviglioso TikTok», che mostri ai diciottenni che si può avere un lavoro e uno stipendio a 19-20 anni prendendosi cura della «ultima età della vita della popolazione grande anziana».
Per lui non si tratta di compiti di serie B. «L'aderenza terapeutica è un valore assoluto nella cronicità». Rilevare i parametri, gestire una PEG, una piaga da decubito o una contenzione ha un senso preciso. E libera gli infermieri, professionisti ad alta specializzazione, per ruoli come l'infermiere di famiglia e di comunità. Critica però i decreti che puntano soprattutto a riconvertire gli OSS già in servizio: «A me interessa avere persone che diventano assistenti infermieristici a 20 anni».
Guido Magrin aggiunge due punti. La professione infermieristica fatica ancora a essere vista come intellettuale, anche per una comunicazione sbagliata sulle RSA. E senza i lavoratori stranieri, stima, le strutture avrebbero la metà del personale: i giovani italiani non si avvicinano a questo lavoro.
Il nodo del 50 e 50
La retorica corrente dice che sono mestieri poco attrattivi per gli stipendi. «Verissimo», risponde Degani, ma il problema è come si distribuisce il fondo sanitario. Le norme prevedono che il costo di una giornata in RSA sia diviso a metà tra Servizio sanitario e famiglia. Una retta di 70 euro al giorno, circa 2.100 euro al mese, a Milano sembrerebbe bassa. Ma il contributo sanitario, dice, non arriva a 1.500 euro al mese, e la media italiana resta sotto i 50 euro al giorno, mentre alcune stime indicano un costo medio di 120 euro.
Il punto è che «il 70% dei costi di una prestazione in RSA è figlio del costo del lavoro». Senza più risorse non si possono pagare meglio le persone. Degani lo dice «contro i miei interessi»: la forte presenza del non profit nel settore dipende anche dal fatto che chi vuole investire non trova una rendita normale.
Racconta infine l'emendamento Cantù, proposto dalla senatrice Maria Cristina Cantù per portare la quota sanitaria dal 50 al 70% per alcune patologie. Il Ministero dell'Economia ha dato parere negativo: circa 22 euro in più al giorno per circa il 65% di 320mila ospiti avrebbero significato oltre 1,6 miliardi. Sui media, osserva, è passato il messaggio opposto, cioè che allora resta tutto gratis. Ammette con una battuta che, se gli dessero 120 euro al giorno a carico del sistema, canterebbe l'inno nazionale. Ma sarebbe insostenibile per tutti gli altri.
Stipendio, ma anche tempo
Alla domanda finale di Guido Magrin, se esista uno stipendio congruo per gli operatori, Degani allarga il discorso. Gli enti del terzo settore, dice, devono passare da gestori di servizi a enti che fanno anche welfare per i propri collaboratori: housing sociale, nidi, aiuti per la casa e i trasporti. E precisa: «il welfare aziendale non è solo il buono pasto».
Guido Magrin osserva che anche molte multinazionali offrono welfare, ma servono i turni per poterlo usare. Degani è d'accordo: «il tempo è un valore». Cita alcuni enti del Cremonese che hanno aperto un nido aziendale e ridisegnato gli orari per dare più tempo alla famiglia. Se si vive male il presente, conclude, non si ha voglia di costruire un futuro, anche di fare figli.
Come prossimi ospiti suggerisce chi programma: il ministro della Salute Orazio Schillaci o il direttore generale del ministero, e in Lombardia l'assessore Guido Bertolaso o il direttore generale Mario Melazzini. Serve, dice, una lettura di «terzietà», non solo la voce di chi, come lui, rappresenta degli interessi.
Cosa dice la scienza
Chi vive nelle strutture residenziali
Il rapporto ISTAT sulle strutture residenziali al 1° gennaio 2024 conta 12.987 presidi e circa 426mila posti letto, 7,2 ogni 1.000 residenti. Nelle unità socio-sanitarie i posti sono quasi 334mila, il 77% per anziani non autosufficienti. Gli anziani ospiti sono poco più di 291mila: il 73% donne, il 77% sopra gli 80 anni. È il quadro che Degani descrive quando parla di persone oltre gli 85 anni, soprattutto donne, con molte malattie.
Le differenze territoriali sono forti. Il Nord-Est ha 10,5 posti letto ogni 1.000 residenti, il Sud 3,4. Per gli anziani non autosufficienti si va da 32 posti ogni 1.000 anziani nel Nord-Est a 6 nel Sud. Il 45% delle strutture è di titolarità di enti non profit.
Chi lavora nelle RSA
Sempre secondo l'ISTAT, nei presidi lavorano circa 355mila persone retribuite. Più di 203mila sono operatori socio-sanitari, infermieri o addetti all'assistenza. Il 13,5% del personale è straniero, due su tre con cittadinanza extraeuropea; nel Nord-Ovest la quota sale al 18%, in Emilia-Romagna quasi al 27,5%. Il 41% dei dipendenti lavora part-time. Per curiosità, i dati confermano che il contributo dei lavoratori stranieri, di cui si parla nell'episodio, è molto più alto al Nord che al Sud.
Oltre gli applausi: il lavoro di cura nei Paesi OCSE
Il rapporto OCSE Beyond Applause? (2023) descrive condizioni di lavoro difficili in tutta l'assistenza di lungo termine. Circa quattro lavoratori su cinque sono addetti all'assistenza, il resto infermieri. Le donne sono oltre l'85%. Gli addetti all'assistenza guadagnano meno che in quasi tutte le altre occupazioni con caratteristiche simili, e ancora meno se lavorano nelle residenze invece che in ospedale. Sono più esposti a rischi per la salute fisica e mentale e sentono poco riconoscimento sociale.
Per coprire la domanda dei prossimi dieci anni, la quota di questi lavoratori sull'occupazione totale dovrebbe crescere di almeno il 27%, più probabilmente del 32%. Tra le proposte: più finanziamento pubblico, salari e dotazioni di personale più alti, più formazione, campagne per il riconoscimento sociale e tecnologie. Sono le stesse leve di cui parla Degani, dalle risorse all'immagine della professione.
Stress e burnout nel personale
Una revisione sistematica con meta-analisi di Costello e colleghi (International Psychogeriatrics, 2019) ha analizzato 17 studi sul personale delle residenze per persone con demenza. La maggior parte degli operatori mostrava livelli di burnout bassi o moderati, con esaurimento emotivo moderato. Il burnout era più alto dove c'erano meno soddisfazione per il lavoro, personale percepito come insufficiente, ambienti poveri, poco sostegno e una leadership giudicata debole. Sono fattori organizzativi su cui le strutture possono agire.
La demografia
Per curiosità, secondo l'ISTAT gli over 65 sono il 25,1% della popolazione al 1° gennaio 2026, un quarto dei residenti. Le nascite nel 2025 sono state 355mila, in calo del 3,9% sull'anno precedente, con una fecondità di 1,14 figli per donna. L'Italia ha la quota più alta di anziani e la più bassa di giovani dell'Unione europea.
Le criticità reali
Risorse divise in modo rigido. La quota sanitaria delle rette non segue la crescita della complessità degli ospiti. E il 70% dei costi è lavoro: se le entrate non crescono, non crescono nemmeno gli stipendi.
Investimenti senza personale. Nuove strutture finanziate dal PNRR rischiano di restare vuote se mancano infermieri e operatori, mentre i fondi correnti per la domiciliarità hanno una scadenza.
Un lavoro poco scelto dai giovani. Salari bassi, turni pesanti e un'immagine legata ai compiti più umili tengono lontani i ragazzi. Oggi molte strutture reggono grazie ai lavoratori stranieri.
Grandi differenze tra territori. Al Sud l'offerta di posti letto per anziani non autosufficienti è una frazione di quella del Nord.
Una domanda per riflettere. Se la compartecipazione è necessaria per la sostenibilità, come si può spiegarla alle famiglie in modo chiaro, senza che la sentano come un'ingiustizia?
Cosa può cambiare
Le proposte che emergono dall'episodio sono concrete. Rivedere la distribuzione del fondo sanitario a favore della cura degli anziani non autosufficienti. Programmare servizi e professioni in base alle malattie e alla demografia di oggi, non di trent'anni fa. Fare dell'assistente infermiere una professione attraente per i giovani, con una comunicazione adatta a loro. Usare il welfare aziendale e l'organizzazione dei turni per dare ai lavoratori tempo e qualità della vita.
Il rapporto OCSE indica la stessa strada: più risorse pubbliche, migliori condizioni di lavoro, formazione e riconoscimento sociale. E la ricerca sul burnout ricorda che organico adeguato, sostegno e buona leadership fanno la differenza.
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Conclusione
Luca Degani racconta le RSA come sono oggi: luoghi dove vivono persone molto anziane e fragili, spesso negli ultimi mesi di vita, curate da lavoratori poco pagati e sempre più difficili da trovare. Per lui la risposta non è la gratuità totale, ma una distribuzione più giusta delle risorse, nuove professioni e un lavoro di cura che torni a essere scelto con orgoglio. I dati di ISTAT e OCSE confermano un Paese che invecchia e un settore che ha bisogno di più persone e di condizioni migliori.
→ Ascolta l'episodio 16 di Skeptical Health con Luca Degani per il racconto completo.
I dati chiave
- 291mila: gli anziani ospiti delle strutture residenziali al 1° gennaio 2024, quasi 239mila non autosufficienti (ISTAT)
- 77%: gli anziani ospiti con più di 80 anni; il 73% sono donne (ISTAT)
- 13,5%: la quota di personale straniero nelle strutture residenziali, quasi il 27,5% in Emilia-Romagna (ISTAT)
- 25,1%: gli over 65 sulla popolazione italiana al 1° gennaio 2026 (ISTAT)
- 355mila: le nascite in Italia nel 2025, con 1,14 figli per donna (ISTAT)
- Oltre 85%: la quota di donne tra i lavoratori dell'assistenza di lungo termine nei Paesi OCSE (OCSE, 2023)
- +27-32%: la crescita necessaria della forza lavoro nell'assistenza di lungo termine nei prossimi dieci anni (OCSE, 2023)
Takeaway
Informati su come si compone la retta. Quota sanitaria e quota sociale funzionano in modo diverso; l'ISEE e il Comune possono aiutare chi non ce la fa.
Guarda la RSA per quello che è oggi. Non un luogo di anziani autosufficienti, ma di persone molto fragili che meritano cure di qualità.
Considera le professioni di cura. OSS e assistente infermiere offrono lavoro presto e un ruolo sociale importante, anche se servono stipendi e condizioni migliori.
Chiedi welfare, non solo stipendio. Orari, tempo per la famiglia e servizi contano quanto la busta paga per restare in questo lavoro.
Domande frequenti
Chi paga la retta di una RSA?
In Italia il costo di una giornata in RSA è diviso tra il Servizio sanitario, che paga la quota sanitaria, e l'ospite, che paga la quota sociale; se la persona non può, può intervenire il Comune. I livelli essenziali di assistenza indicano una ripartizione del 50%. Nell'episodio 16 Luca Degani, presidente di UNEBA Lombardia, spiega che nella pratica la quota sanitaria media resta sotto i 50 euro al giorno, a fronte di costi più alti.
Chi vive oggi nelle RSA?
Secondo l'ISTAT, al 1° gennaio 2024 gli anziani ospiti delle strutture residenziali erano poco più di 291mila, di cui quasi 239mila non autosufficienti. Il 73% erano donne e il 77% aveva più di 80 anni. Luca Degani racconta che, rispetto a trent'anni fa, oggi in RSA ci sono persone con più di 85 anni, in prevalenza donne, con molte malattie.
Che cos'è UNEBA Lombardia?
È l'articolazione lombarda di UNEBA, associazione di categoria che riunisce enti in gran parte senza scopo di lucro attivi nel sociale e nel sociosanitario: RSA, assistenza domiciliare, centri diurni, servizi per disabili, minori e adulti in difficoltà. Il presidente Luca Degani descrive il proprio ruolo come un'azione di rappresentanza istituzionale verso i decisori politici.
Che cos'è l'assistente infermiere?
È una nuova figura intermedia tra l'operatore sociosanitario e l'infermiere, pensata per compiti di assistenza nella cronicità sotto la responsabilità dell'infermiere. Luca Degani vorrebbe che diventasse una professione attrattiva per i ragazzi di 19-20 anni, non solo una riqualificazione degli OSS già in servizio.
Perché il lavoro in RSA è poco attrattivo?
Per salari bassi, turni pesanti e scarso riconoscimento sociale. Il rapporto OCSE Beyond Applause del 2023 rileva che nell'assistenza di lungo termine i lavoratori sono più esposti a rischi fisici e psicologici e che gli addetti all'assistenza guadagnano meno che in altre occupazioni con caratteristiche simili. Per Luca Degani servono più risorse, ma anche welfare aziendale e tempo per la famiglia.
Quanti posti in RSA servirebbero in Italia?
Luca Degani cita circa 320mila posti letto oggi disponibili e circa 600mila che servirebbero in base agli indici di fabbisogno. Secondo l'ISTAT, al 1° gennaio 2024 i posti letto nelle unità socio-sanitarie erano quasi 334mila, il 77% destinato ad anziani non autosufficienti, con forti differenze tra Nord e Sud.
Fonti
- ISTAT: Le strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie, al 1° gennaio 2024 (2026)
- ISTAT: Indicatori demografici, anno 2025 (2026)
- OECD: Beyond Applause? Improving Working Conditions in Long-Term Care (2023)
- Costello H et al.: A systematic review and meta-analysis of the prevalence and associations of stress and burnout among staff in long-term care facilities for people with dementia. International Psychogeriatrics (2019)