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La Cura di Domani: Chi se ne Occuperà?

Federico Guidoni (Clariane Italia) spiega perché non si aprono nuove RSA, perché è difficile pagare di più il personale e come ripensare la long-term care.

La Cura di Domani: Chi se ne Occuperà?
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Federico Guidoni — CEO e Presidente Clariane Italia

Ultimo aggiornamento: 2026-09-24

Quanto tempo hai?

Chi si prenderà cura di noi quando saremo anziani e non più autosufficienti? È la domanda al centro dell'episodio 68 di Skeptical Health, dedicato alla long-term care e al futuro delle RSA. Guido Magrin e Cristian Valeri ne parlano con Federico Guidoni, presidente e CEO di Clariane Italia, uno dei principali gruppi italiani nei servizi sanitari e socio-sanitari. Dalle tariffe ferme alla carenza di infermieri, fino a un tema che lui stesso definisce un tabù.


Perché il tema è urgente oggi

L'Italia è il Paese più anziano dell'Unione europea. Secondo l'ISTAT, al 1° gennaio 2026 gli over 65 sono 14 milioni 821mila, il 25,1% della popolazione. Gli ultraottantacinquenni hanno superato i 2,5 milioni e crescono di circa 100mila persone l'anno. Le proiezioni riportate dall'OCSE indicano che la quota di over 65 salirà a circa il 34% entro il 2050, la più alta dell'Unione.

Più anziani significa più persone che, prima o poi, avranno bisogno di assistenza continuativa. Eppure l'Italia dedica alla long-term care una quota di spesa sanitaria molto più bassa della media europea, e gran parte del carico resta sulle famiglie. Intanto mancano infermieri e operatori, e aprire nuove strutture è sempre più difficile. Capire come tenere insieme bisogni, personale e sostenibilità economica è il cuore di questa puntata.


Cosa emerge dall'episodio

Chi è Federico Guidoni

Federico Guidoni vive a Milano da 23 anni, una città che considera molto stimolante. Ha studiato giurisprudenza con l'idea di fare il notaio, ma durante la pratica notarile ha capito che quel lavoro non faceva per lui. Anche per affinità familiari (in famiglia ci sono molti medici) si è avvicinato alla sanità, iscrivendosi a un master in management sanitario alla SDA Bocconi, allora alla terza edizione.

Alla fine del master è entrato nel gruppo Segesta, che cercava una figura legale e societaria. Lui ha scelto invece il controllo di gestione, poi è diventato CFO, amministratore delegato e infine presidente. Il gruppo è passato a Korian e oggi si chiama Clariane: quando è arrivato, racconta, fatturava circa 20 milioni, oggi supera i 600. In Italia il marchio Korian identifica ora il mondo socio-sanitario e Kormed quello sanitario, che pesano più o meno a metà. Clariane si descrive come una rete che va dalla prevenzione e dalla diagnostica fino agli acuti, alla post-acuzie, alla cronicità e agli hospice.

Del suo lavoro dice: «noi non costruiamo bulloni, siamo una società fatta di persone che lavora per le persone». E aggiunge che il risultato finale è una forma di benessere, anche quando si cura chi sta male.

Vent'anni di sanità: cosa è cambiato

Guardando indietro, Guidoni vede un gruppo cresciuto molto in competenze e organizzazione. Il contesto esterno, invece, si è irrigidito. All'inizio c'erano più risorse pubbliche e si aprivano nuove strutture da zero. Oggi, dice, i casi in cui è ancora sostenibile costruire una struttura, ottenere accreditamento e budget sono ridotti all'osso.

Il paradosso è che questa rigidità cresce proprio mentre tecnologia, medicina e informatica corrono. Ricorda che l'ultimo Piano sanitario nazionale è del 2006: «eravamo felicissimi di andare in giro col nostro BlackBerry», oggi lo useremmo come fermaporta. Da allora molte iniziative, dal PNRR al Piano nazionale della prevenzione, ma a pezzi, senza una visione complessiva. Anche le nuove strutture del PNRR, secondo lui, rischiano di essere strutture dove andrà messo «del personale che non c'è».

Perché non si costruiscono più RSA

Se la domanda di posti in RSA è più alta dell'offerta, perché non se ne costruiscono di nuove? Guidoni spiega che le ragioni cambiano da regione a regione. In alcune non ci sono quote di budget per nuovi posti accreditati, quindi si potrebbe aprire solo in regime privato, con rette a carico delle famiglie difficili da sostenere nella maggior parte del Paese. In altre, le tariffe sono ferme «da 15 anni, 12 anni, 10 anni», mentre negli ultimi dieci anni la sola inflazione ha superato il 20%.

A questo si aggiungono i costi immobiliari, dei materiali, dell'energia e del personale. Una RSA, osserva, richiede molti più metri quadri di un poliambulatorio e ha tempi di avvio più lunghi. Per questo oggi crescono soprattutto gli investimenti ambulatoriali, più contenuti e più rapidi da rendere sostenibili, anche se rispondono a bisogni diversi: in RSA ormai entrano soprattutto persone non autosufficienti.

Si può pagare di più il personale?

I conduttori riportano la richiesta che arriva più spesso nei commenti ai loro contenuti: pagare di più chi lavora in sanità. La risposta di Guidoni è netta: «Purtroppo non si può». Quella mattina, racconta, era collegato a una commissione trattante per il rinnovo del contratto AIOP RSA con i sindacati. Le tariffe sono ferme da anni e, secondo lui, i DRG non vengono aggiornati da circa 15 anni. «Come facciamo ad aumentare il costo del lavoro se la remunerazione che io ricevo è sempre la stessa?».

Il gruppo, spiega, prova a essere competitivo con superminimi, indennità e welfare, nei limiti della sostenibilità. Cita studi della Bocconi secondo cui la maggior parte degli operatori privati accreditati chiude con un utile netto vicino allo zero o leggermente negativo.

Ma lo stipendio non è l'unica leva. Guidoni parla di vocazioni in calo, di classi infermieristiche non completate e di un modello operativo vecchio, poco attraente per generazioni digitali. Servono meno burocrazia e più tempo per la cura, percorsi di carriera, upskilling e reskilling, e una redistribuzione delle attività tra OSS, infermieri e medici. E ricorda un aspetto positivo che spesso si dimentica: «nel nostro settore non ci sarà disoccupazione per i prossimi 30 anni».

L'assistente infermieristico, ancora fermo

Sulla nuova figura dell'assistente infermieristico, Guidoni è favorevole, come la FNOPI a livello nazionale. Il problema è l'applicazione: la figura «è stata creata a livello nazionale, ma oggi è ancora lettera morta in molte regioni», bloccata anche da resistenze locali. Respinge l'idea che serva a favorire il privato accreditato: le differenze di costo, dice, sono minime. L'obiettivo è garantire uno standard assistenziale adeguato con risorse scarse, perché gli infermieri «continueranno a mancare da qui ai prossimi 15 anni, 20 anni». Sui medici la situazione è migliore, con il rischio opposto: formarli con fondi pubblici e vederli partire per l'estero.

Carenza o standard da rivedere?

Rispetto alle regole attuali, riconosce Guidoni, la carenza c'è. Ma molti standard assistenziali regionali risalgono alla fine degli anni '90 o ai primi anni 2000, e in alcuni casi erano nati anche per riassorbire personale durante la riorganizzazione delle reti ospedaliere. Oggi le differenze tra regioni sono abissali, soprattutto sugli infermieri. Nel Lazio le RSA hanno dirigenti infermieristici che altrove non esistono; in Lombardia c'è il medico interno, in Veneto l'ospite resta in carico al medico di famiglia.

La sua proposta è partire dal bisogno reale: quanti infermieri servono davvero per 100 posti letto, o per 20 posti di post-acuzie? Ricorda un lavoro avviato con AGENAS per uno standard di riferimento nel socio-sanitario, poi arenato. Con standard rivisti, automazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale, la carenza potrebbe ridursi in modo significativo in alcune aree.

Ventuno sistemi regionali

Sul confronto con l'estero, Guidoni invita a evitare l'esterofilia. Nel socio-sanitario le abitudini contano: orari dei pasti e ritmi quotidiani cambiano molto da un Paese all'altro. La Francia ha un sistema unico, sanitario e socio-sanitario, mentre l'Italia ne ha 21: «ce ne prendiamo cura in 21 modi diversi e, come diceva il professor Longo, probabilmente 20 sono sbagliati». Dal punto di vista aziendale la frammentazione diversifica il rischio, ammette, ma dal punto di vista dei bisogni «siamo troppo piccoli per avere 21 sistemi regionali». Aggiunge un'idea: con abbastanza posti letto, l'Italia potrebbe accogliere anche anziani di altri Paesi europei, attirando investimenti.

L'RSA dei servizi

Il punto più concreto dell'episodio è l'idea di RSA come hub territoriale. Secondo Guidoni, «l'RSA non può più essere solo una RSA, ma deve essere un hub di cura, un punto di riferimento territoriale», con risposte residenziali, semiresidenziali, domiciliari e, perché no, alcune attività specialistiche. Molte RSA hanno spazi non usati che potrebbero ospitare studi medici, o diventare la base per l'assistenza domiciliare, con la telemedicina usata soprattutto tra professionisti. Sarebbe un modo per intercettare la domanda che oggi finisce spesso nel lavoro delle badanti, a volte sommerso, che copre bene il bisogno sociale ma non quello sanitario quando cresce.

Chi pagherà: assicurazioni e un tabù

Guardando ai prossimi 10-15 anni, Guidoni prevede che i servizi non basteranno e che la quota a carico delle famiglie andrà sostenuta anche con strumenti nuovi. Oggi, dice, non esiste un prodotto assicurativo che copra davvero questo bisogno. Richiamando l'episodio con Andrea Sabia, immagina un socio-sanitario intermediato, costruito con il mondo assicurativo, che porti fondi e nuovi investimenti.

Poi la domanda di fondo: «quanta sanità gratuita siamo in grado di permetterci e quanta sanità a pagamento siamo in grado di permetterci». Ricorda che «il privato accreditato è gratuito» per il cittadino, come il pubblico. E propone, per determinate fasce di reddito, un piccolo contributo di 5-10 euro al giorno per la parte alberghiera dei ricoveri ospedalieri, come già accade per la retta alberghiera in RSA. Nota il paradosso: si paga il ticket sulla prevenzione, non sul ricovero per acuti. Ma è un tabù: «Chiunque prova a pronunciare questa parola viene subito massacrato».

In chiusura, come da tradizione del podcast, Guidoni suggerisce il prossimo ospite: un amico e compagno di master, oggi ai vertici della direzione operativa del Centro Diagnostico Italiano, per parlare di poliambulatori.


Cosa dice la scienza

Quanti posti ci sono, e dove

Il rapporto ISTAT sulle strutture residenziali fotografa la situazione al 1° gennaio 2024: 12.987 presidi attivi con circa 426mila posti letto, 7,2 ogni 1.000 residenti. Gli ospiti sono 385.871, il 6% in più dell'anno precedente, e il 75% ha più di 65 anni. Il 77% dei posti delle unità socio-sanitarie è destinato ad anziani non autosufficienti.

Le differenze territoriali confermano quanto dice Guidoni sui sistemi regionali. Nel Nord-Est ci sono 10,5 posti letto ogni 1.000 residenti, al Sud solo 3,4. Per gli anziani non autosufficienti si va da 32 posti ogni 1.000 anziani nel Nord-Est a 6 nel Sud. La gestione è per il 76% affidata a organismi privati, di cui oltre la metà non profit.

Chi lavora nelle strutture

Sempre secondo l'ISTAT, nei presidi operano quasi 395mila persone, di cui circa 355mila retribuite. Gli operatori socio-sanitari sono il 36% del personale retribuito, gli infermieri l'11%. Il 13,5% del personale retribuito ha cittadinanza straniera, con punte del 18% nel Nord-Ovest. Il 41% dei dipendenti lavora part-time.

Il quadro OCSE: meno infermieri, meno long-term care

Il profilo sanitario 2025 dell'Italia, curato da OCSE e Osservatorio europeo, conferma il nodo del personale. Nel 2023 l'Italia aveva 5,4 medici ogni 1.000 abitanti, oltre il 25% sopra la media UE, ma solo 6,9 infermieri, più del 20% sotto la media europea di 8,4. I laureati in infermieristica sono calati di oltre il 3% l'anno tra il 2013 e il 2022, con una lieve ripresa nel 2023.

Sulla long-term care il dato è netto: pesa circa il 10% della spesa sanitaria totale, contro circa il 18% nell'UE. L'OCSE lo collega al forte ricorso alla cura familiare e al fatto che circa metà dei fondi pubblici per la long-term care va in trasferimenti monetari. Per curiosità, sempre secondo l'OCSE, nel 2023 la spesa privata era quasi il 27% della spesa sanitaria italiana: 24% di tasca propria e solo 3% tramite assicurazioni volontarie. È lo spazio che Guidoni immagina per un socio-sanitario intermediato.

Personale e qualità: non solo numeri

Una revisione sistematica di Spilsbury e colleghi (International Journal of Nursing Studies, 2011) ha analizzato 50 studi sul rapporto tra personale infermieristico e qualità dell'assistenza nelle case di cura. Gli autori hanno trovato 52 modi diversi di misurare il personale e 42 di misurare la qualità. La conclusione è che contare solo gli infermieri non basta: contano anche turnover, uso di personale esterno, formazione, esperienza e organizzazione. È un risultato vicino all'idea di Guidoni di rivedere gli standard partendo dal bisogno reale.

Condizioni di lavoro nella long-term care

Il rapporto OCSE Beyond Applause? (2023) analizza la qualità del lavoro nella long-term care nei Paesi OCSE. Dopo gli applausi della pandemia, osserva, i problemi strutturali sono rimasti. La domanda di lavoratori crescerà molto nei prossimi decenni e diversi Paesi hanno già carenze. Le raccomandazioni: aumenti salariali e requisiti di personale, più finanziamento pubblico, contrattazione collettiva, formazione, tecnologia e prevenzione dei rischi per la salute dei lavoratori.


Le criticità reali

Tariffe e costi che non si parlano. Quando la remunerazione resta ferma e i costi crescono, lo spazio per aumentare gli stipendi o aprire nuove strutture si riduce. È un problema che riguarda tutto il sistema accreditato, pubblico e privato.

Un'offerta divisa in due. Le differenze tra Nord e Sud nei posti letto per non autosufficienti sono di cinque volte. Dove l'offerta manca, il peso ricade sulle famiglie e sul lavoro di cura privato.

Personale: la carenza più difficile. Gli infermieri sono pochi rispetto alla media europea e le nuove figure di supporto faticano a entrare nei servizi.

Una programmazione a silos. Sanità, socio-sanitario, spesa pubblica, spesa privata e assicurazioni vengono spesso discussi separatamente, mentre il bisogno della persona anziana li attraversa tutti.

Una domanda per riflettere. Se la domanda di assistenza crescerà comunque, preferiamo discutere apertamente di chi paga e quanto, oppure lasciare che siano le famiglie a trovare da sole le risposte?


Cosa può cambiare

Dall'episodio emergono proposte concrete. Aggiornare tariffe e standard assistenziali partendo dal bisogno reale, magari riprendendo il lavoro avviato con AGENAS. Rendere operativo l'assistente infermieristico nelle regioni. Investire in digitalizzazione per ridurre la burocrazia e restituire tempo alla cura. Trasformare le RSA in hub territoriali, con servizi domiciliari, semiresidenziali e ambulatoriali. Costruire, insieme al mondo assicurativo, strumenti di copertura per la non autosufficienza.

Le indicazioni OCSE vanno nella stessa direzione sul personale: salari, formazione, tecnologia e condizioni di lavoro migliori per rendere attrattivo un settore che, come ricorda Guidoni, offrirà lavoro stabile per decenni.


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Conclusione

Federico Guidoni porta in questo episodio lo sguardo di chi gestisce una grande rete di servizi sanitari e socio-sanitari. Racconta un settore stretto tra bisogni in crescita, tariffe ferme e personale che manca, e propone strade concrete: standard rivisti, nuove figure professionali, RSA aperte al territorio, strumenti assicurativi e un dibattito sereno su quanta sanità gratuita possiamo permetterci. I dati di ISTAT e OCSE confermano la dimensione della sfida: un Paese sempre più anziano, con pochi infermieri e una long-term care ancora poco sviluppata.

→ Ascolta l'episodio 68 di Skeptical Health con Federico Guidoni per il racconto completo.


I dati chiave

  1. 25,1%: la quota di over 65 in Italia al 1° gennaio 2026, 14,8 milioni di persone (ISTAT, 2026)
  2. Oltre 2,5 milioni: gli ultraottantacinquenni in Italia (ISTAT, 2026)
  3. 426mila posti letto: l'offerta dei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari, 7,2 ogni 1.000 residenti (ISTAT, dati al 1° gennaio 2024)
  4. 10,5 contro 3,4: i posti letto ogni 1.000 residenti nel Nord-Est e nel Sud (ISTAT)
  5. 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti: oltre il 20% sotto la media UE di 8,4 (OCSE, 2025)
  6. 10% contro 18%: il peso della long-term care sulla spesa sanitaria in Italia e nell'UE (OCSE, 2025)
  7. 3%: la quota della spesa sanitaria italiana coperta da assicurazioni volontarie (OCSE, 2025)

Takeaway

  1. Pensa per tempo alla non autosufficienza. In famiglia conviene informarsi prima del bisogno su RSA, centri diurni e assistenza domiciliare nella propria regione, perché regole e offerta cambiano molto.

  2. Distingui accreditato e privato puro. Una prestazione accreditata dal servizio sanitario è coperta come nel pubblico; in RSA si paga di norma la quota alberghiera.

  3. Se lavori in sanità, investi nelle competenze. Il settore offrirà occupazione stabile per decenni: formazione e nuove figure, come l'assistente infermieristico, aprono percorsi di crescita.

  4. Guarda oltre il posto letto. Le RSA possono diventare punti di riferimento per il territorio: chiedi quali servizi domiciliari e diurni offrono le strutture vicino a te.

Domande frequenti

Cos'è la long-term care?

La long-term care, o assistenza a lungo termine, è l'insieme dei servizi sanitari e sociali per chi non è autosufficiente per un lungo periodo, soprattutto anziani: RSA, centri diurni, assistenza domiciliare. In Italia, secondo l'OCSE, pesa circa il 10% della spesa sanitaria totale, contro circa il 18% della media europea, perché gran parte della cura resta affidata alle famiglie.

Perché in Italia si costruiscono poche nuove RSA?

Secondo Federico Guidoni, CEO di Clariane Italia, in molte regioni le tariffe riconosciute alle strutture sono ferme da 10-15 anni, mentre costi immobiliari, energia e personale sono cresciuti. In altre regioni mancano quote di budget per nuovi posti accreditati, e una retta interamente privata sarebbe difficile da sostenere per molte famiglie.

Quanti posti letto ci sono nelle strutture residenziali italiane?

Secondo l'ISTAT, al 1° gennaio 2024 in Italia erano attivi 12.987 presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari, con circa 426mila posti letto, pari a 7,2 ogni 1.000 residenti. L'offerta è molto disomogenea: 10,5 posti ogni 1.000 residenti nel Nord-Est, 3,4 al Sud.

Cos'è l'assistente infermieristico?

È una nuova figura di supporto all'infermiere, istituita a livello nazionale e pensata anche per le RSA, che si colloca tra l'operatore socio-sanitario e l'infermiere. Nell'episodio Federico Guidoni osserva che in molte regioni la sua applicazione è ancora ferma, e la considera un'occasione per garantire standard assistenziali adeguati con risorse scarse.

Il privato accreditato è a pagamento?

No. Una prestazione coperta dal Servizio sanitario nazionale o regionale è gratuita per il cittadino sia nella struttura pubblica sia in quella privata accreditata, salvo eventuali ticket previsti. Nelle RSA, invece, il cittadino paga di norma una quota alberghiera, mentre la parte sanitaria è coperta dal sistema pubblico.

Cosa si intende per RSA come hub di cura?

È l'idea, proposta da Federico Guidoni nell'episodio 68, di trasformare le RSA, già diffuse sul territorio, in punti di riferimento con risposte residenziali, semiresidenziali, domiciliari e alcune attività specialistiche, usando anche spazi oggi non utilizzati per studi medici, assistenza a domicilio e telemedicina tra professionisti.

Fonti

  1. ISTAT: Le strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie, al 1° gennaio 2024 (2026)
  2. ISTAT: Indicatori demografici, anno 2025 (2026)
  3. OECD, European Observatory on Health Systems and Policies: State of Health in the EU. Italy, Country Health Profile 2025 (2025)
  4. OECD: Beyond Applause? Improving Working Conditions in Long-Term Care (2023)
  5. Spilsbury K et al.: The relationship between nurse staffing and quality of care in nursing homes: a systematic review. International Journal of Nursing Studies (2011)
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