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Leadership e Innovazione nel Terzo Settore (Socio)sanitario

Lorenzo Guzzetti racconta vent'anni di terzo settore sociosanitario: sostenibilità, RSA, volontariato, ruolo degli infermieri e come orientare le famiglie.

Leadership e Innovazione nel Terzo Settore (Socio)sanitario
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Lorenzo Guzzetti — Esperto terzo settore sanitario

Ultimo aggiornamento: 2026-09-24

Quanto tempo hai?

Il terzo settore sociosanitario ha cambiato pelle in vent'anni: da mondo quasi volontaristico a settore iper-specializzato. Lo racconta Lorenzo Guzzetti, primo ospite di Skeptical Health, che oggi dirige strutture per persone con disabilità dopo anni tra RSA, psichiatria e cooperazione sociale. Con Cristian Valeri e Guido Magrin parla di sostenibilità, di famiglie che non sanno a chi rivolgersi, di volontariato e di cosa deve fare un leader in questo mondo.


Perché il tema è urgente oggi

L'Italia invecchia e la domanda di assistenza per anziani non autosufficienti e persone con disabilità cresce. Una parte importante di questi servizi è gestita da enti non profit: cooperative sociali, fondazioni, associazioni. Sono realtà che devono stare in piedi economicamente, trovare personale qualificato e rispondere a bisogni sempre più complessi.

Allo stesso tempo, molte famiglie si trovano sole davanti a una rete di servizi difficile da capire. Chiedono un posto in RSA senza sapere che esistono l'assistenza domiciliare e i centri diurni. È qui che, secondo l'ospite di questa puntata, si gioca buona parte del futuro del settore.


Cosa emerge dall'episodio

Lorenzo Guzzetti, classe 1982, lavora da vent'anni nel terzo settore. Nasce in cooperativa, passa alla carriera direzionale nel 2016-2017 e da allora ha guidato strutture per anziani, per la psichiatria e oggi per la disabilità. Ha anche un passato in politica: nel 2007 è diventato sindaco di Uboldo, in provincia di Varese, tra i più giovani d'Italia, ed è rimasto amministratore per dieci anni. Scrive di terzo settore sul Riformista e ha pubblicato due libri, 4382, Dieci anni e più da sindaco e Si fa in due.

Da mondo "oratoriano" a settore iper-professionale

Guzzetti dice di aver avuto la fortuna di vedere con i propri occhi l'evoluzione del settore. Quando ha iniziato era «qualcosa poco più che oratoriano», quasi semi-professionale. Oggi è «un mondo davvero super specializzato e super professionale», ricco di qualifiche. Racconta un ricordo di famiglia: a cena il padre chiedeva al fratello ingegnere cosa avesse fatto al lavoro, e poi a lui, quasi come se il suo non fosse un vero lavoro. «Non eravamo neanche concepiti come un posto di lavoro».

Il filo rosso tra pubblica amministrazione e terzo settore, per lui, è servire il prossimo, con una risposta immediata: il bisogno del cittadino e quello della persona fragile sono di oggi, di adesso. Gli piace l'espressione prendere in carico. Vent'anni fa si prendeva in carico il paziente; oggi, con la crisi della famiglia e di alcune istituzioni, bisogna prendere in carico «tutta la persona in tutta la sua interezza», compresa la famiglia da formare e accompagnare.

Uno sguardo diverso sull'umano

Come definisce il terzo settore? È tutto quel mondo di risposta al bisogno e di risposta alla fragilità che in Italia, dice, è stato sempre considerato poco, ma che produce ricchezza e dà lavoro a centinaia di migliaia di persone. E lo fa senza scopo di lucro: gli utili non vanno ai proprietari, ma vengono reinvestiti o ricadono sulla società. La sanità profit, ammette, non saprebbe farla. Il terzo settore invece è «uno sguardo diverso sull'umano».

Ricorda che questa storia non nasce negli anni Duemila: affonda nelle grandi famiglie che dal Cinque-Seicento sostenevano la carità nelle città. La realtà in cui lavora oggi, dice, è la sintesi di asili di carità che operavano a Milano nel Settecento. È un tessuto, sostiene, squisitamente italiano, fatto anche di piccole associazioni. Lui stesso nel 2011 ha fondato con Andrea Ciccioni l'associazione Quelli che... con Luca, che finanzia la ricerca sulla leucemia infantile sostenendo ricercatori del laboratorio Tettamanti all'ospedale San Gerardo di Monza. Nel 2019, con don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio, ha fondato la cooperativa La Valle di Ezechiele, che recupera i detenuti attraverso il lavoro.

La sostenibilità è diventata il tema vero

Guido Magrin chiede come sia cambiato il rapporto con i soldi. Guzzetti spiega che, già prima del Covid e ancora di più dopo, sono finite le grandi famiglie che donavano e certe dinamiche di vicinanza con le amministrazioni locali. Ne è contento: questo ha costretto il settore a una selezione. «Chi riesce a stare in piedi sta in piedi e vale, e chi non riesce a stare in piedi muore». Anche con la riforma del terzo settore, dice, si è passati da un fiorire di realtà a volte opache a un mondo in cui si fa impresa in modo consapevole: bilanci chiari, in pareggio, stipendi pagati davvero.

Il suo lavoro, spesso, è arrivare in posti complicati e sistemarli, per poi andarsene quando le cose si calmano. Si paragona a Mister Wolf di Pulp Fiction. Racconta di aver preso il suo Comune con 8 milioni di euro di debiti e di averlo lasciato dopo 40 milioni di investimenti in opere pubbliche. Crescere, per una realtà del terzo settore, significa prima di tutto ragionare di sostenibilità: far capire ai collaboratori che «fuori non c'è l'albero dei soldi», che non si può dipendere dalla fortuna o dall'annata, e che non si può essere solo il braccio della pubblica amministrazione. Conta anche saper raccontare ciò che si fa. Tra i suoi modelli cita Sergio Marchionne, per la capacità di vedere le cose prima degli altri.

Il pubblico e il privato sociale

Sul ruolo dello Stato Guzzetti ha una posizione netta. Secondo lui il pubblico non dovrebbe gestire direttamente l'assistenza, ma mettere le risorse e creare le condizioni perché tutti lavorino al meglio, affidando la cura a chi la sa fare. «Io, terzo settore, sono più bravo del pubblico a curare la gente», dice, e su questo non ha dubbi.

Liste d'attesa e cittadini disorientati

Cristian Valeri porta il tema delle liste d'attesa nel sociosanitario. Guzzetti è duro: secondo lui la lista d'attesa è in parte un "grande bluff" politico, perché l'errore è lavorare a valle. Bisogna partire a monte, cioè educare il cittadino a usare la sanità e indirizzare i percorsi. Riceve tra le 5 e le 10 telefonate al mese da persone che cercano un posto in RSA per un genitore. A tutti chiede se hanno fatto gli step precedenti, e spesso c'è silenzio: prima ci sono l'assistenza domiciliare, poi il centro diurno, poi l'RSA. Secondo lui dovrebbe essere il medico di medicina generale a spiegarlo, non il direttore di una struttura che avrebbe tutto l'interesse a riempire i posti.

Porta un esempio personale. Quando il padre ha avuto problemi di salute, il fratello ingegnere, una persona abituata a ruoli di responsabilità, si è trovato completamente perso: «Fai tu, perché io non ci capisco più nulla». Per Guzzetti chi lavora nel settore pecca spesso di autoreferenzialità: "Ci parliamo addosso tra di noi" e non vediamo il cittadino comune, che domani può avere bisogno.

L'RSA non è più l'ospizio

Anche le RSA sono cambiate. Guzzetti ricorda una signora ospite a Besana Brianza, morta a 93 anni dopo 23 anni "in ospizio": per lei era casa. Oggi, dice, la media regionale di permanenza è di circa 450 giorni, un anno e mezzo. L'RSA per molti è diventata «un long hospice», un lungo accompagnamento verso la fine della vita. Anche per questo le famiglie vanno aiutate a capire quando serve davvero.

Cristian Valeri conferma dalla sua esperienza di infermiere del territorio: quando entra in casa di un paziente, fa 10 minuti l'intervento e 50 a spiegare come arrivare all'obiettivo, tra medico di base, invalidità, ausili e distretti. Racconta di un paziente fragile che si è allettato in due settimane e aveva bisogno di un nuovo materasso: il medico di base non sapeva inviare la richiesta telematica. Guzzetti aggiunge la storia di un amico, Loris Figoli, sindaco di Riccò del Golfo, che ha una protesi non prevista dal nomenclatore e racconta di doversela pagare da solo. La sua conclusione è una regola che dà ai collaboratori: le persone arrivano già con un dolore, quindi «noi dobbiamo spianare tutto quello che c'è davanti».

Un lavoro che non riesci a non fare

Guido nota che Guzzetti descrive il suo lavoro come qualcosa che non riesce a non fare. Lui conferma: tre anni fa ha provato a uscire dal settore, ma non ci è riuscito. «Tu vivi ogni giorno di fianco al dolore», dice. Per restare lucido tende a mantenere una certa distanza emotiva, e a volte si accorge di essere diventato un po' cinico, anche con gli amici che gli chiedono aiuto. Ma augura a tutti di provare questo lavoro, a patto di avere dentro qualcosa che spinge, perché altrimenti non si dura a lungo.

Innovazione: tecnologia ed etica

Per i prossimi anni vede due sfide oltre a quella economica. La prima: le nuove tecnologie, compresa l'intelligenza artificiale, dovranno aiutare ad appianare tutto quello che non è cura, a sostegno del paziente e della sua famiglia. La seconda: l'innovazione sarà anche un tema etico, e il terzo settore dovrà distinguersi proprio su questo.

Il volontariato a un bivio

Dai conduttori arriva una riflessione ispirata a La fine è il mio inizio di Tiziano Terzani, sul senso della collettività nel dopoguerra, e una domanda: il volontariato è una fragilità del sistema? Guzzetti, volontario lui stesso, risponde che il volontariato in Italia è arrivato "a un bivio": o fai le cose seriamente, o vieni spazzato via. Una volta bastava giocare a carte con un anziano un'ora a settimana. Oggi servono volontari formati, perché le persone assistite sono più complesse. E il volontariato può diventare "la fucina" dei professionisti del futuro. Per fortuna, dice, finirà il volontariato del "volemose bene". L'esempio sono le Croci Rosse: oggi per salire in ambulanza servono mesi di corso, quarant'anni fa bastava la buona volontà.

Come attirare i ragazzi? I giovani che ha incontrato, dice, se li metti davanti a qualcosa di importante ti seguono e vogliono essere formati. Ma per attrarli «devi essere cool»: saperti raccontare e stare in mezzo alla società, non "fuori dalla città" come chi aspetta che gli portino i problemi. Guido osserva che molti si chiedono "io cosa ci guadagno?", e che c'è anche un problema di stipendi per chi lavora nel settore da trent'anni. Guzzetti riconosce il tema: il terzo settore nasce povero e sta ancora facendo i conti con questa storia.

L'infermiere e i manager

Per Guzzetti una sfida culturale riguarda proprio i professionisti. Molti politici, dice, pensano ancora che l'infermiere sia quello che fa le punture. In realtà in una RSA l'infermiere è "il pilastro": senza, «puoi tirare giù la clèr». È un professionista a 360 gradi, iper-specializzato, anche con funzioni manageriali. Sul rapporto tra clinica e management la sua posizione è chiara: medici e infermieri possono essere manager nel loro ambito, ma la direzione generale di un'azienda richiede una formazione diversa. Non è un giudizio sulle persone, precisa: l'università forma teste diverse, e non è un'offesa dirselo. Cita la pandemia come esempio di confusione di ruoli, con effetti che secondo lui si vedono oggi sulla salute mentale dei giovani. La sua sintesi: «Il medico deve fare il medico, l'infermiere deve fare l'infermiere, il manager deve fare il manager».


Cosa dice la scienza

Quanto pesa il non profit in Italia

Secondo l'ISTAT, al 31 dicembre 2022 in Italia erano attive 360.061 istituzioni non profit, con 919.431 dipendenti, in crescita del 2,9% rispetto all'anno precedente, mentre il numero di istituzioni era sostanzialmente stabile (-0,2%). Sono i numeri dietro le centinaia di migliaia di persone a cui il settore dà lavoro, come ricorda Guzzetti.

Volontari: tanti, ma in calo

Il censimento permanente ISTAT sulle istituzioni non profit ha contato nel 2021 4,661 milioni di volontari, il 15,7% in meno rispetto al 2015. Il calo riguarda tutte le aree del Paese. I volontari sono più numerosi nel Nord-est (1.165 ogni 10.000 abitanti) e meno nel Sud (492). Il 14,7% opera nell'assistenza sociale e protezione civile e il 9,8% nella sanità. È il quadro in cui si colloca il "bivio" di cui parla l'ospite.

Le strutture residenziali

Al 1° gennaio 2023, secondo l'ISTAT, i presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari erano 12.363, con 407.957 posti letto, circa 7 ogni 1.000 residenti. Gli ospiti erano 362.850, per oltre tre quarti anziani. I servizi socio-sanitari assorbono il 78% dei posti letto, destinati soprattutto ad anziani non autosufficienti. Il divario territoriale è netto: 10 posti letto ogni 1.000 residenti nel Nord-est, 3 nel Sud. Nelle strutture lavorano circa 337.000 persone, affiancate da quasi 33.000 volontari. Per curiosità, in puntata si ricordava una stima pre-Covid di circa 300.000 posti letto in RSA.

Un'assistenza a lungo termine che poggia sulle famiglie

Il profilo della sanità italiana 2025 dell'OCSE e dell'Osservatorio europeo sui sistemi sanitari rileva che l'assistenza a lungo termine rappresenta solo il 10% circa della spesa sanitaria, contro il 18% circa della media UE. Il divario riflette la forte dipendenza dall'assistenza familiare: circa metà dei finanziamenti pubblici per la non autosufficienza è erogata come prestazioni in denaro. Solo una piccola parte degli anziani vive in strutture o riceve assistenza domiciliare formale, e molte famiglie segnalano bisogni non soddisfatti. È il contesto in cui le famiglie, come racconta Guzzetti, si trovano spesso sole a orientarsi.

Infermieri e qualità delle cure nelle residenze

Sul ruolo dell'infermiere, una revisione sistematica di Spilsbury e colleghi (International Journal of Nursing Studies, 2011) ha incluso 50 studi sul rapporto tra personale infermieristico e qualità dell'assistenza nelle residenze per anziani. Gli autori confermano una relazione tra forza lavoro infermieristica, qualità delle cure ed esiti per gli ospiti. Aggiungono che non contano solo i numeri: pesano anche turnover, uso di personale esterno, formazione, esperienza e organizzazione del lavoro.


Le criticità reali

Una domanda per riflettere. Se una famiglia con un ingegnere in casa si perde davanti alla rete dei servizi, chi dovrebbe accompagnare i cittadini meno attrezzati a capire se serve l'assistenza domiciliare, il centro diurno o l'RSA?

Il percorso non è chiaro a chi ne ha bisogno. Domiciliare, centro diurno, RSA: la sequenza è nota agli addetti ai lavori, ma non alle famiglie. La burocrazia, dai moduli per gli ausili alle invalidità, ricade spesso sui caregiver.

Sostenibilità economica fragile. Gli enti non profit devono chiudere i bilanci in pareggio, pagare stipendi adeguati e investire, in un settore dove le regole e buona parte delle risorse dipendono dal pubblico.

Il volontariato cala. Meno volontari, più complessità dei bisogni: servono formazione e nuove forme di coinvolgimento, soprattutto dei giovani.

Il riconoscimento delle professioni. L'immagine dell'infermiere e degli operatori del sociosanitario è spesso ferma a decenni fa. Questo pesa sull'attrattività e sulle scelte di chi decide.


Cosa può cambiare

Dalla puntata emergono alcune direzioni chiare. Educare i cittadini a usare i servizi, con strumenti semplici e con un ruolo attivo del medico di medicina generale nell'orientare le famiglie. Usare la tecnologia per ridurre tutto ciò che non è cura, dalla burocrazia agli adempimenti, restituendo tempo all'assistenza. Formare i volontari e trasformare il volontariato in una porta d'ingresso verso le professioni. Valorizzare l'infermiere come figura centrale nelle strutture. E per chi guida le organizzazioni, puntare sulla sostenibilità e sulla capacità di raccontare ciò che si fa. I dati sull'assistenza a lungo termine mostrano che il margine per rafforzare i servizi formali, e alleggerire le famiglie, è ampio.


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Conclusione

Lorenzo Guzzetti racconta un terzo settore cresciuto in fretta: da mondo quasi volontaristico a settore professionale che deve stare in piedi da solo, prendersi cura della persona e della sua famiglia e attirare giovani e professionisti. Nelle sue parole tornano alcune idee forti: la sostenibilità come condizione per esistere, l'educazione dei cittadini come vero antidoto alle liste d'attesa, un volontariato formato, l'infermiere come pilastro delle strutture. I dati ISTAT e OCSE mostrano la dimensione del settore e quanto l'assistenza agli anziani, in Italia, poggi ancora sulle famiglie.

→ Ascolta l'episodio 2 di Skeptical Health con Lorenzo Guzzetti per il racconto completo.


I dati chiave

  1. 360.061: le istituzioni non profit attive in Italia al 31 dicembre 2022 (ISTAT, 2024)
  2. 919.431: i dipendenti del non profit nel 2022, +2,9% sull'anno precedente (ISTAT, 2024)
  3. 4,661 milioni: i volontari delle istituzioni non profit nel 2021, -15,7% rispetto al 2015 (ISTAT, 2023)
  4. 407.957: i posti letto nei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari al 1° gennaio 2023, circa 7 ogni 1.000 residenti (ISTAT)
  5. 10 contro 3: i posti letto residenziali ogni 1.000 residenti nel Nord-est e nel Sud (ISTAT, 2023)
  6. 10% contro 18%: la quota di spesa sanitaria per l'assistenza a lungo termine in Italia e nella media UE (OCSE, 2025)
  7. Circa 450 giorni: la permanenza media in RSA nella sua regione citata da Lorenzo Guzzetti in puntata

Takeaway

  1. Prima dell'RSA, informati sugli altri servizi. Assistenza domiciliare e centro diurno possono rispondere a molti bisogni: chiedi al medico di famiglia e ai servizi del distretto.

  2. Se lavori nel settore, spiana la strada alle famiglie. Chi arriva sta già vivendo un dolore: ridurre burocrazia e passaggi fa parte della cura.

  3. Se vuoi fare volontariato, formati. I bisogni delle persone fragili sono complessi, e il volontariato può essere anche un primo passo verso una professione.

  4. Riconosci il ruolo dell'infermiere. Nelle strutture per anziani e disabili è una figura centrale, non un esecutore di terapie.

Domande frequenti

Cos'è il terzo settore sociosanitario?

È l'insieme di enti non profit, come cooperative sociali, fondazioni e associazioni, che rispondono ai bisogni di persone fragili: anziani, persone con disabilità, pazienti psichiatrici. Nell'episodio 2 Lorenzo Guzzetti lo definisce 'il mondo di risposta alla fragilità', che reinveste gli utili nell'attività invece di distribuirli e dà lavoro a centinaia di migliaia di persone.

Quante sono le istituzioni non profit in Italia?

Secondo l'ISTAT, al 31 dicembre 2022 in Italia erano attive 360.061 istituzioni non profit, con 919.431 dipendenti, in crescita del 2,9% rispetto all'anno precedente. Nel 2021 le istituzioni potevano contare anche su 4,661 milioni di volontari, il 15,7% in meno rispetto al 2015.

Quali passaggi vengono prima dell'RSA?

Nel percorso di cura di un anziano non autosufficiente l'RSA non è di solito il primo passo. Nell'episodio Lorenzo Guzzetti ricorda che prima ci sono l'assistenza domiciliare e il centro diurno, e che molte famiglie chiedono l'RSA senza conoscere questi servizi. Il medico di medicina generale e i servizi del distretto sono i primi riferimenti per orientarsi.

Quanti posti letto ci sono nelle strutture residenziali in Italia?

Secondo l'ISTAT, al 1° gennaio 2023 i presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari erano 12.363, con 407.957 posti letto, circa 7 ogni 1.000 residenti. Oltre il 75% degli ospiti ha più di 65 anni. Il divario territoriale è forte: 10 posti ogni 1.000 residenti nel Nord-est, 3 nel Sud.

Perché l'infermiere è importante in RSA?

In RSA l'infermiere gestisce terapie, valuta i bisogni clinici e coordina l'assistenza. Lorenzo Guzzetti lo definisce 'il pilastro' della struttura. Una revisione sistematica del 2011 su 50 studi ha confermato una relazione tra personale infermieristico e qualità delle cure nelle residenze per anziani, sottolineando che contano anche formazione, turnover e organizzazione.

Come sta cambiando il volontariato in Italia?

Secondo l'ISTAT, nel 2021 i volontari delle istituzioni non profit erano 4,661 milioni, in calo del 15,7% rispetto al 2015. Nell'episodio Lorenzo Guzzetti sostiene che il volontariato è a un bivio: le persone assistite sono più complesse e servono volontari formati, e il volontariato può diventare una palestra per le professioni future.

Fonti

  1. ISTAT: Struttura e profili del settore non profit, anno 2022 (2024)
  2. ISTAT: Censimento permanente delle istituzioni non profit: i primi risultati, anno 2021 (2023)
  3. ISTAT: Le strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie, anno 2023
  4. OECD/European Observatory on Health Systems and Policies: Italia: Profilo della sanità 2025, State of Health in the EU
  5. Spilsbury K et al.: The relationship between nurse staffing and quality of care in nursing homes: a systematic review. International Journal of Nursing Studies (2011)
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