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Trapianto d’Organo: Come Funziona Davvero

Lista d'attesa, prelievo, conservazione, impianto e immunosoppressione: il chirurgo Giuseppe Ietto spiega passo per passo come funziona un trapianto di rene.

Trapianto d’Organo: Come Funziona Davvero
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Giuseppe Ietto — Chirurgo dei trapianti

Ultimo aggiornamento: 2026-09-24

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Del trapianto d'organo si parla spesso per titoli, a volte in modo distorto. Nell'episodio 66 di Skeptical Health, Cristian Valeri e Guido Magrin lo fanno raccontare a chi lo esegue: Giuseppe Ietto, chirurgo generale e professore associato di chirurgia all'Università dell'Insubria di Varese, specialista in trapianto di rene. Dalla lista d'attesa al prelievo, dalla conservazione dell'organo all'impianto, fino alla terapia che dura tutta la vita.


Perché il tema è urgente oggi

Secondo il Centro nazionale trapianti, il 2025 è stato l'anno con più trapianti di sempre in Italia: 4.678 interventi, di cui 2.367 di rene. Ma alla fine dell'anno le persone in lista d'attesa erano 8.401, il 3,1% in più dell'anno prima. Nelle terapie intensive quasi tre famiglie su dieci hanno detto no alla donazione, e secondo il Centro questi rifiuti hanno impedito circa 2.400 trapianti.

Intanto cambia chi dona. L'età media dei donatori è salita a 64,2 anni e cresce la donazione a cuore fermo. Capire come funziona un trapianto, e cosa significa davvero donare, è il primo passo per ridurre la distanza tra chi aspetta e chi può ricevere.


Cosa emerge dall'episodio

Giuseppe Ietto è calabrese. Ha lasciato casa per studiare medicina a Varese, dove si è formato, si è specializzato in chirurgia ed è rimasto. Oggi è professore associato e dirige il Centro di ricerca in chirurgia robotica dell'Università dell'Insubria. Ha all'attivo, dice, parecchio più di cento trapianti. È arrivato in puntata su suggerimento di Murad Odeh, ospite di un episodio precedente.

Un lavoro come gli altri, ma di notte

Come si diventa chirurgo dei trapianti? Un po' per caso, risponde: non era un sogno da bambino, ma un'occasione che ha colto. La chirurgia generale, spiega, si sta dividendo in ambiti sempre più specifici, e quella dei trapianti si coltiva nel tempo, in parallelo al resto dell'attività. Richiede però una certa disponibilità, perché è un'attività poco organizzabile, anche se ben organizzata. E scherza: «il trapianto viene meglio se fatto al chiaro di luna», perché spesso il prelievo avviene di notte.

Non solo un intervento

Il primo messaggio di Ietto è che «il trapianto non dobbiamo pensarlo come un intervento chirurgico e basta». È una procedura complessa in più fasi: il prelievo dell'organo dal donatore, la sua preparazione e infine l'impianto nel ricevente. Le fasi avvengono spesso in ospedali diversi, e il tempo conta per via dell'ischemia, cioè del periodo in cui l'organo resta senza sangue. Per questo si lavora anche di notte. Quanto dura l'intervento? Da 2 a 8 ore, e non è sempre prevedibile. Ai pazienti dice di non preoccuparsi: con l'anestesia moderna dormire due ore o otto non cambia nulla, cambia solo quanto si stanca lui.

A Varese si fanno solo trapianti di rene. In Lombardia, spiega, i centri sono tanti, e l'esperienza si concentra in pochi centri di riferimento: non serve un altro centro per il fegato a 50 chilometri da Milano.

Chi può ricevere un trapianto

Un trapianto serve quando la funzione di un organo è esaurita in modo completo e irreversibile. Per il rene esiste un'alternativa: la dialisi, che ha reso l'insufficienza renale non più mortale come negli anni Trenta. Prima di candidare un paziente bisogna escludere le controindicazioni: un tumore non sotto controllo, un'infezione importante in corso, perché dopo il trapianto le difese vengono abbassate, o un'anatomia che renda impossibile l'intervento.

L'età, invece, non è più un limite come un tempo. Quando ha iniziato, il candidato era il giovane in buona salute. Oggi, grazie a più organi disponibili e a farmaci meno aggressivi, si trapiantano pazienti che sfiorano gli 80 anni. Si toglie un'opportunità ai più giovani? Per Ietto no: le regole di allocazione assegnano a ogni ricevente un organo adatto alla sua aspettativa di vita. Un ottantenne difficilmente riceve un organo molto giovane, se c'è un altro ricevente adatto.

La lista d'attesa non è un supermercato

L'attesa media per un rene, dice, è tra i 2 e i 3 anni, ma la forbice è ampia. E precisa: «Non dobbiamo mai pensare a una lista d'attesa in stile, passatemi il termine, supermercato», con un numero progressivo. Il sistema è molto più complesso. Negli anni la lista è passata da locale a regionale, poi sovraregionale e oggi è gestita a livello nazionale dal Centro nazionale trapianti. In futuro, aggiunge, potrebbe diventare anche sovranazionale. Il paziente viene preparato durante l'attesa, non solo dal punto di vista clinico ma anche educato al trapianto, e quando arriva l'organo viene rivalutato come prima di qualunque intervento.

Un pacchetto di problemi in cambio di un altro

Ietto non nasconde i rischi. Ai suoi pazienti dice: «voi mi consegnate un pacchetto di problemi, ma io ve ne consegno un altro». Il trapianto è la migliore terapia per l'insufficienza renale terminale, ma non riporta alla condizione di partenza. Il beneficio supera di gran lunga i rischi, che però sono considerevoli: chirurgici, infettivi, oncologici. Quanto dura un rene trapiantato? Dipende dall'età: «se un paziente ha 80 anni e il trapianto dura 5 anni, direi che è un gran risultato». La letteratura parla di circa 12 anni in media. Il massimo che ha visto è 28 anni. La durata si è un po' ridotta perché i donatori sono più anziani: un tempo era soprattutto il giovane morto per trauma cranico, oggi spesso l'anziano colpito da un ictus.

Donare: informazione e organizzazione

I conduttori chiedono di non dimenticare la donazione. Ietto è netto: «Il motore dei trapianti sono le donazioni». Cita l'esperienza spagnola come modello europeo di coordinamento, e spiega che la cultura della donazione non è solo la volontà di donare, ma anche la macchina organizzativa che la rende possibile.

Perché tante persone dicono no? Il problema, per lui, è soprattutto di informazione. Molti non sanno cosa significhi morte cerebrale, e si usano due parole quando ne basterebbe una: «morte cerebrale significa morte». Non è chiaro, osserva, nemmeno a tutti gli studenti di medicina all'inizio del percorso. Per questo l'informazione va portata fin dalle scuole. Sulle regole, descrive la legge attuale come un silenzio-assenso ammorbidito: chi non ha espresso un parere contrario è un potenziale donatore, ma ai familiari viene chiesto se si oppongono, e la loro opposizione viene rispettata. Alla proposta di escludere dal trapianto chi ha rifiutato di donare, risponde con cautela: molte persone evitano il tema per paura finché non lo vivono da vicino, e «non andrei a criminalizzare chi magari prima era contrario».

Dal prelievo all'impianto

Il rene tollera bene l'ischemia: fino a 48 ore con la conservazione tradizionale a freddo, nel ghiaccio con liquidi specifici. Oggi esistono anche macchine di perfusione, ipotermica o normotermica, che possono allungare i tempi e in parte rigenerare l'organo. Per il rene, dice, non c'è bisogno di correre per strada: «non sarà quella mezz'ora che fa la differenza». Per fegato, cuore e polmone i margini sono più stretti, e bisogna iniziare a preparare il ricevente prima che l'organo arrivi.

La valutazione dell'organo inizia quando viene accertata la morte del donatore, prosegue durante il prelievo e continua sul banco, quando lo si prepara per l'impianto. Un tempo, racconta, erano in due: prelevavano, tornavano, preparavano e trapiantavano. Oggi le équipe sono organizzate e divise nei ruoli, anche se in Italia non esistono ancora le squadre dedicate solo al prelievo del mondo anglosassone. Tra l'incisione e il momento in cui il rene riceve di nuovo sangue possono passare 40 minuti o 4 ore, a seconda dell'anatomia. Nel trapianto di rene il rene malato di solito non si toglie: «abbiamo pazienti anche con cinque reni in corpo e non è assolutamente un problema». Per fegato, cuore e polmone invece l'organo va sostituito nella sua sede, e c'è un punto di non ritorno.

Qual è la fase più delicata? Tutte, risponde. La più importante è l'indicazione corretta. «Non c'è niente di semplice in chirurgia», e ogni fase ha il suo rischio: «anche le graffette sulla cute hanno il loro rischio».

Dopo il trapianto

Nell'immaginario comune il problema principale è il rigetto. Ma, spiega, lo era agli albori, quando il primo trapianto di rene fu possibile solo tra due gemelli identici. Poi è arrivata la ciclosporina, scoperta da Borel, che ha cambiato la storia dei trapianti, e oggi si combinano più farmaci per ridurre le dosi di ciascuno. Il rigetto viene spesso contenuto. I rischi principali ora sono le infezioni e i tumori, perché le difese sono più basse.

C'è poi il rischio della mancata ripresa funzionale: il rene trapiantato può non ripartire subito e richiedere dialisi per settimane. Succede, dice, fino a circa il 20% dei casi. Per il rene significa continuare la dialisi. Per gli altri organi le alternative sono il ritrapianto immediato o un esito infausto. La terapia immunosoppressiva va presa a vita, con farmaci e dosi che cambiano nel tempo. Esistono casi aneddotici di pazienti che non ne hanno bisogno, senza una vera spiegazione: «la scienza non è per forza perfetta». Come prossimo ospite suggerisce Luigi Brugnano, primario di chirurgia all'ospedale di Locri.


Cosa dice la scienza

I numeri italiani

Il Report 2025 del Centro nazionale trapianti conta 4.678 trapianti di organo: 2.367 di rene, 1.753 di fegato, 451 di cuore, 144 di polmone e 35 di pancreas. I donatori effettivi sono stati 1.760, pari a 29,8 per milione di abitanti. L'Italia è seconda tra i grandi Paesi europei, dietro la Spagna (51,9), che Ietto cita come modello. I donatori a cuore fermo sono stati 428, il 24,3% del totale, contro appena sei nel 2015. La donazione da vivente ha coinvolto 387 persone, 364 per il rene.

Per curiosità, il Report indica un tempo medio di attesa di 20 mesi per il rene nel 2025, con 8.401 persone in lista a fine anno. Le opposizioni nelle terapie intensive sono state il 29,2%. Al rinnovo della carta d'identità elettronica, il 40,1% di chi si è espresso ha detto no alla donazione.

Il trapianto allunga la vita rispetto alla dialisi

Lo studio di Wolfe e colleghi (New England Journal of Medicine, 1999) ha seguito 228.552 pazienti in dialisi negli Stati Uniti, 23.275 dei quali hanno ricevuto un primo trapianto di rene da donatore deceduto. Nelle prime due settimane dopo l'intervento il rischio di morte era 2,8 volte più alto rispetto a chi restava in lista. Ma a 18 mesi era molto più basso, e nel lungo periodo la mortalità dei trapiantati era dal 48 all'82% inferiore. È il pacchetto di problemi di cui parla Ietto: un rischio iniziale in cambio di un beneficio che nel tempo lo supera.

Benefici che crescono anche con riceventi più anziani

La revisione sistematica di Tonelli e colleghi (American Journal of Transplantation, 2011) ha analizzato 110 studi con 1.922.300 partecipanti. La maggior parte ha trovato una mortalità più bassa, meno eventi cardiovascolari e una qualità di vita nettamente migliore nei trapiantati rispetto ai pazienti in dialisi cronica. Gli autori notano che i benefici relativi del trapianto sono cresciuti nel tempo, nonostante i riceventi siano sempre più anziani e con più malattie. È coerente con l'apertura del trapianto ai pazienti anziani descritta in puntata.

Macchine di perfusione e ripresa del rene

Lo studio europeo di Moers e colleghi (New England Journal of Medicine, 2009) ha preso i due reni di 336 donatori deceduti: uno conservato con la macchina di perfusione ipotermica, l'altro nel ghiaccio. Tutti i 672 riceventi sono stati seguiti per un anno. La ripresa ritardata del rene, cioè la necessità di dialisi nella prima settimana, si è verificata in 70 pazienti con la macchina contro 89 con il ghiaccio (circa il 21% contro il 26%). A un anno il rene funzionava nel 94% contro il 90%. Sono i dispositivi di perfusione di cui parla Ietto, e l'ordine di grandezza della mancata ripresa funzionale che cita.


Le criticità reali

Una domanda per riflettere. Se quasi tre famiglie su dieci dicono no alla donazione, e molte lo fanno senza sapere cosa sia la morte cerebrale, quanto di quel no nasce da una scelta e quanto da un'informazione che non è mai arrivata?

Le opposizioni restano alte. Ogni anno migliaia di trapianti non si fanno perché manca il consenso, spesso deciso dai familiari in un momento drammatico.

L'accesso non è uguale ovunque. I tassi di donazione cambiano molto da regione a regione, e l'omogeneità territoriale è una delle sfide indicate dallo stesso Centro nazionale trapianti.

Organi più anziani. Con donatori sempre più anziani, gli organi durano meno, e il sistema deve abbinarli bene ai riceventi.

Un lavoro pesante. Interventi lunghi, spesso di notte, con équipe ridotte: la chirurgia dei trapianti richiede professionisti formati e organizzazioni che li sostengano.


Cosa può cambiare

Le indicazioni che emergono dalla puntata sono chiare. Parlare di donazione nelle scuole, spiegando in modo semplice che la morte cerebrale è la morte. Rafforzare l'organizzazione dietro la donazione, come ha fatto la Spagna, perché la volontà da sola non basta. Continuare a diffondere la donazione a cuore fermo e le tecniche di perfusione, che permettono di usare più organi e di proteggerli meglio. Preparare ed educare i pazienti durante l'attesa. E, per chi ha ricevuto un organo, seguire nel tempo la terapia immunosoppressiva e i controlli, che sono parte del trapianto quanto l'intervento.


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Conclusione

Giuseppe Ietto racconta il trapianto per quello che è: non un singolo intervento, ma un percorso lungo e organizzato che parte da un donatore e continua per tutta la vita del ricevente. Ha rischi reali, che non vanno nascosti, ma un beneficio che nella maggior parte dei casi li supera, come confermano gli studi sul confronto con la dialisi. Il suo messaggio più forte riguarda tutti: senza donazioni non ci sono trapianti, e per donare bisogna prima capire.

→ Ascolta l'episodio 66 di Skeptical Health con Giuseppe Ietto per il racconto completo.


I dati chiave

  1. 4.678: i trapianti di organo eseguiti in Italia nel 2025, il numero più alto di sempre (Centro nazionale trapianti)
  2. 8.401: le persone in lista d'attesa a fine 2025 (Centro nazionale trapianti)
  3. 29,2%: le opposizioni alla donazione nelle terapie intensive nel 2025, che hanno impedito circa 2.400 trapianti (Centro nazionale trapianti)
  4. 64,2 anni: l'età media dei donatori nel 2025, contro 58,8 nel 2016 (Centro nazionale trapianti)
  5. Dal 48 all'82% in meno: la mortalità a lungo termine dei trapiantati di rene rispetto a chi resta in lista (NEJM, 1999)
  6. 110 studi, 1,9 milioni di pazienti: le prove sui benefici del trapianto rispetto alla dialisi (American Journal of Transplantation, 2011)
  7. 94% contro 90%: i reni funzionanti a un anno con macchina di perfusione o ghiaccio (NEJM, 2009)

Takeaway

  1. Esprimi la tua volontà. Puoi farlo per esempio al rinnovo della carta d'identità, e parlarne con la famiglia evita che siano altri a decidere in un momento difficile.

  2. Morte cerebrale significa morte. Come ricorda Ietto, non esistono due tipi di morte: capirlo aiuta a decidere con serenità.

  3. Il trapianto è un percorso. Per chi è in lista, la preparazione durante l'attesa e i controlli dopo l'intervento contano quanto la sala operatoria.

  4. La terapia è per sempre. Dopo un trapianto i farmaci immunosoppressori vanno presi a vita, seguendo le indicazioni del centro.

Domande frequenti

Quando serve un trapianto di rene?

Serve quando la funzione dei reni è esaurita in modo completo e irreversibile, o sta per esserlo. Nell'episodio 66 il chirurgo Giuseppe Ietto spiega che nel rene esiste un'alternativa, la dialisi, e che prima di candidare un paziente bisogna escludere controindicazioni come un tumore non controllato, un'infezione importante in corso o un'anatomia che renda impossibile l'intervento.

Quanto si aspetta per un trapianto di rene in Italia?

Secondo il Centro nazionale trapianti, nel 2025 il tempo medio di attesa per un rene è stato di 20 mesi, con 8.401 pazienti in lista alla fine dell'anno per tutti gli organi. Giuseppe Ietto parla di un'attesa media di 2-3 anni con una forbice molto ampia, e ricorda che la lista non funziona per ordine di arrivo ma con regole di compatibilità.

Quanto dura un rene trapiantato?

Secondo Giuseppe Ietto la letteratura indica una durata media intorno ai 12 anni, e lui ha seguito pazienti con un rene trapiantato da 28 anni. La durata va però letta in rapporto all'età: per un paziente di 80 anni, un rene che funziona 5 anni è un ottimo risultato. Con donatori sempre più anziani, anche gli organi sono più anziani.

Il trapianto di rene è meglio della dialisi?

Sì, per i pazienti idonei. Una revisione sistematica di 110 studi con quasi 2 milioni di partecipanti, pubblicata sull'American Journal of Transplantation nel 2011, ha trovato che il trapianto è associato a mortalità più bassa, meno eventi cardiovascolari e una qualità di vita migliore rispetto alla dialisi cronica.

Perché dopo il trapianto bisogna prendere farmaci a vita?

Perché il sistema immunitario tende ad aggredire l'organo trapiantato, il rigetto. I farmaci immunosoppressori lo tengono sotto controllo e vanno presi per tutta la vita, con dosi e farmaci che cambiano nel tempo. Giuseppe Ietto spiega che oggi il rigetto non è più il problema principale: abbassando le difese aumentano il rischio di infezioni e di tumori.

Come funziona il consenso alla donazione degli organi in Italia?

Giuseppe Ietto descrive la regola del silenzio-assenso: chi non ha espresso un parere contrario è considerato un potenziale donatore, ma ai familiari viene chiesto se si oppongono, e la loro opposizione viene rispettata. Secondo il Centro nazionale trapianti, nel 2025 le opposizioni nelle terapie intensive sono state il 29,2%.

Fonti

  1. Centro nazionale trapianti: Donazioni e trapianti, i dati definitivi del 2025 (Ministero della Salute, 2026)
  2. Wolfe RA et al.: Comparison of mortality in all patients on dialysis, patients on dialysis awaiting transplantation, and recipients of a first cadaveric transplant. New England Journal of Medicine (1999)
  3. Tonelli M et al.: Systematic review: kidney transplantation compared with dialysis in clinically relevant outcomes. American Journal of Transplantation (2011)
  4. Moers C et al.: Machine perfusion or cold storage in deceased-donor kidney transplantation. New England Journal of Medicine (2009)
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