Ho Abbandonato il Pubblico, per Rispetto del Paziente
Giancarlo Caiazzo, specializzando in medicina interna, racconta perché ha lasciato l'ospedale pubblico per fondare un poliambulatorio. Tempo, team e SSN.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Giancarlo Caiazzo — Medico, ex sanità pubblica
Ultimo aggiornamento: 2026-09-24
Quanto tempo hai?
Perché un giovane medico lascia l'ospedale pubblico quando ha in mano un contratto a tempo indeterminato? Nell'episodio 31 di Skeptical Health, Guido Magrin e Cristian Valeri ne parlano con Giancarlo Caiazzo, specializzando in medicina interna a Roma e co-fondatore e direttore sanitario del Gruppo Sanismart Medical Center. La sua scelta è stata fondare un poliambulatorio privato con un'idea precisa: dare tempo al paziente. Il tema conta perché ogni medico che lascia un reparto pubblico è una risorsa in meno per chi non può pagare.
Cosa emerge dall'episodio
Tanta teoria, poca pratica. Secondo Caiazzo la formazione dei medici italiani ha un limite comune: «tantissima teoria, tantissima, ma pratica paragonabile allo zero». Nei reparti universitari tutti sono sommersi di lavoro e il tirocinio è poco seguito. Molti scelgono la specializzazione perché in un reparto qualcuno li ha fatti sentire medici per la prima volta. Il risultato è che ci si laurea abilitati, ma non pronti.
La bottiglietta d'acqua. Caiazzo ha lavorato due anni nel pubblico, grazie al decreto Calabria, tra medicina interna e pronto soccorso. Gli è stato proposto un contratto a tempo indeterminato a 28 anni, ma sapeva di non poter lavorare bene. Porta un esempio: un anziano in attesa chiede una bottiglietta d'acqua, e fermarsi a cercarla ha un costo. «Se io mi fermo e vado a fare quel gesto stupidissimo, io sto togliendo il tempo a un paziente che sta fuori». Per una persona empatica, dice, era logorante.
Un poliambulatorio costruito sul tempo. Il progetto poggia su tre punti: medicina multidisciplinare, benessere di chi ci lavora e, come conseguenza, il paziente. Perché, dice, «il paziente è una persona, non è un organo o una patologia». Se un gastroenterologo vuole un'ora per una visita, la prende. Il centro conta 28 branche mediche per adulti e 12 pediatriche, e ogni medico è stato scelto dopo un colloquio per verificare che condividesse la stessa visione.
Il rischio di diventare ciò che si è lasciato. Caiazzo ammette che entrando nel mondo imprenditoriale si inizia a ragionare da imprenditore. Ricorda la dedica di una zia psicologa su un libro di psicosomatica: dietro un paziente c'è un'anima. Non promette che sarà così per sempre, perché tutti possono cambiare.
Cosa servirebbe al pubblico. Indica tre cose: più personale, meno pressione medico legale e strumenti adeguati. Ha visto colleghi fare esami inutili per paura delle denunce. Secondo lui la maggior parte dei medici resterebbe con lo stesso stipendio, se gli si garantissero orari giusti. E conclude: «la sanità pubblica io la difenderò fino alla fine, anche se ho fatto una scelta diversa».
Il contesto in breve
Secondo il Rapporto BES 2023 dell'Istat, nel 2023 il 7,6% della popolazione ha rinunciato a visite o accertamenti necessari, circa 4,5 milioni di persone; il 4,5% per le liste d'attesa, quasi il doppio rispetto al 2019. Secondo il profilo sanitario dell'Italia 2023 di OCSE e Osservatorio europeo, nel 2021 il 21,9% della spesa sanitaria era pagato direttamente dalle famiglie, contro una media europea del 15%, e oltre il 55% dei medici aveva più di 55 anni. Un'indagine su 1.313 medici ospedalieri pubblicata nel 2017 ha stimato che la medicina difensiva valga circa il 10% della spesa sanitaria nazionale. Uno studio del 2025 su 106 giovani internisti italiani ha trovato sintomi di burnout nel 37,2% dei casi. Una revisione su 67 Paesi pubblicata su BMJ Open nel 2017 ha trovato visite dal medico di base che vanno da 48 secondi a 22,5 minuti.
Da portare a casa
- Se sei uno studente o uno specializzando, cerca attivamente chi ti insegni: la pratica dipende molto da chi incontri.
- Se lavori in sanità e senti di non poter dare il massimo, dillo: segnalare ciò che non funziona è il primo passo per cambiarlo.
- Se sei un paziente, chiedi il tempo di cui hai bisogno: prepara le domande prima della visita e chiedi spiegazioni sugli esami.
Perché un giovane medico lascia l'ospedale pubblico quando ha in mano un contratto a tempo indeterminato? Giancarlo Caiazzo, specializzando in medicina interna a Roma, lo racconta a Guido Magrin e Cristian Valeri partendo da una frase: «mi svegliavo la mattina per andare a lavorare ed ero consapevole di non poter lavorare al mio massimo». Da lì è nata la scelta di fondare un poliambulatorio privato, con un'idea precisa: dare tempo al paziente.
Perché il tema è urgente oggi
In Italia si parla spesso di medici che se ne vanno: all'estero, nel privato, fuori dalla professione. Il tema tocca tutti, perché ogni medico che lascia un reparto pubblico è una risorsa in meno per chi non può pagare.
I numeri raccontano un sistema sotto pressione. Secondo il profilo sanitario dell'Italia 2023 di OCSE e Osservatorio europeo, nel 2021 oltre il 55% dei medici italiani aveva più di 55 anni. Le carenze in alcune specialità, come la medicina d'urgenza, sono destinate a restare, perché sono poco attrattive per i giovani medici. Intanto i cittadini aspettano: nel 2023, secondo l'Istat, circa 4,5 milioni di persone hanno rinunciato a visite o esami di cui avevano bisogno.
In mezzo ci sono i giovani medici. Formati, motivati, e spesso messi a lavorare in condizioni che li spingono a chiedersi se ne valga la pena. Questo episodio è il racconto di uno di loro.
Cosa emerge dall'episodio
Giancarlo Caiazzo è nato a Vico Equense nel 1994. Ha studiato Medicina e Chirurgia alla Sapienza di Roma ed è all'ultimo anno di specializzazione in medicina interna, all'Ospedale Sant'Andrea. È co-fondatore e direttore sanitario (CMO) del Gruppo Sanismart Medical Center e CEO di Secret SSM. È arrivato al podcast in modo insolito: si è autoinvitato, scrivendo alla redazione quando il format era appena nato. Gli avevano colpito il modo di trattare gli ospiti e i temi scelti.
Da ingegnere mancato a medico
Fino all'ultimo anno di liceo voleva fare ingegneria. Poi ha scoperto che biologia e chimica gli piacevano molto, e soprattutto l'idea del lavoro di medico. Si definisce una persona molto empatica, e aiutare gli altri lo ha sempre affascinato. All'università si è trovato bene. Ha fatto molto associazionismo: è stato senatore accademico e organizzava quattro congressi all'anno. È l'esperienza che, dice, lo ha formato di più.
Tanta teoria, poca pratica
Il limite della formazione, secondo Caiazzo, è comune a molti studenti italiani di medicina: «tantissima teoria, tantissima, ma pratica paragonabile allo zero». Il tirocinio è poco e spesso poco seguito. Il motivo, spiega, è che nei reparti universitari tutti sono sommersi di lavoro: lo strutturato non riesce a seguire lo specializzando, lo specializzando non riesce a seguire il tirocinante.
Cristian Valeri, infermiere, conferma dal suo lato: il primo tutor di tirocinio è arrivato dopo tre settimane perché era in ferie, il secondo gli ha detto di non avere tempo. Oggi esistono percorsi di formazione per i tutor, ma il ruolo non è pagato: si ricevono crediti ECM, con un tetto massimo. Valeri aggiunge che anche la formazione infermieristica cambia molto da una sede all'altra.
Caiazzo nota un effetto curioso. Molti scelgono la specializzazione non per la materia, ma perché in un certo reparto qualcuno li ha fatti sentire medici per la prima volta. «Devi essere fortunato a trovare sulla tua strada persone che ti prendono e ti insegnano qualcosa», dice. A lui è capitato una volta in sei anni, in cardiologia. Il risultato è che ci si laurea abilitati, ma non pronti. Sulla carta, osserva, un neolaureato potrebbe lavorare sui codici rossi in pronto soccorso. È la coscienza, dice, a fermarlo.
Il decreto Calabria e i vincoli
Caiazzo ha lavorato due anni nel pubblico: uno in medicina interna e uno in pronto soccorso. Lo ha fatto con un contratto grazie al decreto Calabria, che permette agli specializzandi degli ultimi anni di essere assunti mantenendo alcune ore di scuola. Per lui è stata un'opportunità: cercava più indipendenza e si sentiva pronto. Ma ricorda che la norma è nata per coprire la mancanza di specialisti nei reparti.
Racconta anche un paradosso. Fino a poco tempo fa lo specializzando non poteva fare libera professione, salvo sostituzioni di medicina generale o guardia medica. Ora sono ammesse 8 ore a settimana. Ma i turni di guardia sono di 12 ore: dopo 8 ore, chiede con ironia, si lascia il turno scoperto?
La bottiglietta d'acqua
Il cuore del racconto è il pronto soccorso. Un giorno, dice, gli è stato proposto un contratto a tempo indeterminato in medicina interna in uno dei più grandi ospedali di Roma. A 28 anni. Dire di no non è stato facile, perché nessuno garantisce che quel posto torni. Ma ormai sapeva di non poter lavorare bene: «per colpa delle condizioni lavorative, per colpa di personale carente, per colpa di strumentazione inadeguata».
Porta un esempio semplice. Un signore anziano, in attesa, chiede una bottiglietta d'acqua. Tu non hai tempo nemmeno per pranzare. La bottiglietta non è sotto il bancone: devi fermarti, cercarla, portarla. «Se io mi fermo e vado a fare quel gesto stupidissimo, io sto togliendo il tempo a un paziente che sta fuori», magari in sala d'attesa da otto ore. Per una persona empatica, dice, era logorante. E chiarisce che non parla solo dei medici: «siamo tutti professionisti sanitari, collaboratori, siamo un team come una squadra di calcio».
Il poliambulatorio come lo immagina
Il suo sogno, racconta, è sempre stato avere una struttura sanitaria dove la sanità si fa come pensa sia giusto. Oggi l'unica strada che ha trovato è il privato: «non ne vado fiero», precisa. Nella sua idea, se un gastroenterologo vuole un'ora per una visita, la prende. Se un reumatologo vuole fare solo reumatologia, non deve passare anni in un reparto che non è il suo. Cita la vignetta del pesce rosso messo su un albero: una persona fuori dal suo ambiente non rende.
Il progetto poggia su tre punti. Il primo è la medicina multidisciplinare, con uno sguardo da internista: «il paziente è una persona, non è un organo o una patologia». Il secondo è il benessere di chi ci lavora: «i professionisti devono essere felici di lavorare da noi», con gli strumenti per dare il massimo. Il terzo, che per lui è una conseguenza dei primi due, è il paziente.
In concreto, dice, riesce a offrire tempo. Negli ambulatori pubblici il minutaggio è limitato: o lo rispetti, o si formano file di tre o quattro ore. Il centro, aperto da circa due mesi al momento della registrazione, conta 28 branche mediche per adulti e 12 pediatriche. Ha circa cinquanta recensioni, tutte a cinque stelle. Per lui il dato conta perché indica che l'attenzione verso le persone arriva.
Competere con i grandi, restare piccoli
Guido Magrin fa la domanda da imprenditore: perché un paziente dovrebbe scegliere lui invece di un centro che fa la visita in 20 minuti e costa la metà? La risposta è il clima familiare. Dietro il progetto ci sono lui, il socio Francesco e un terzo socio pediatra, Elia. Nessun manager lontano. Se c'è un disguido, esce lui a parlare con il paziente. I prezzi, dice, sono in media con il mercato romano, ma vorrebbe abbassarli, soprattutto per chi ha bisogno di più visite.
Per crescere senza perdere la qualità, la chiave è la selezione del personale. Ogni medico è stato scelto dopo un colloquio, per verificare che condividesse la stessa visione. Perché, osserva, quando si chiude la porta dell'ambulatorio il paziente è con il medico, non con il fondatore. Oggi collaborano con il centro più di 60 professionisti. Molti gli hanno detto: nel pubblico questo non riesco a farlo.
Sulla sostenibilità economica dà il merito al socio Francesco, esperto di finanza. «Il trucco sta nel rendere sostenibile economicamente le cose». Racconta che le pratiche con Regione e ASL le hanno fatte da soli, risparmiando decine di migliaia di euro di consulenze. E nota una lacuna: i medici non ricevono alcuna formazione economica, né all'università né a scuola.
Il rischio di diventare ciò che si è lasciato
Non hai paura di diventare quello che hai lasciato? È la domanda più diretta dell'episodio. Caiazzo ammette che il rischio esiste: quando si entra nel mondo imprenditoriale, si inizia a ragionare da imprenditore. Poi racconta un ricordo. Al primo anno di medicina una zia psicologa, che lo ha cresciuto, gli ha regalato un libro di psicosomatica con una dedica: «Ricordati che dietro un paziente c'è un'anima». Dopo dieci anni, dice, è ancora ciò che lo muove. Non promette che sarà così per sempre, perché tutti possono cambiare.
Cosa servirebbe al pubblico
Alla domanda su come raddrizzare il servizio pubblico, Caiazzo indica tre cose. Prima di tutto più personale. Poi la questione medico legale: ha visto colleghi fare esami inutili «solo per pararsi il sedere». Una TAC in più in pronto soccorso toglie tempo e soldi al sistema; non farla può portare a una causa. Ricorda che «la medicina è una scienza inesatta» e che nella pratica reale le cose cambiano rispetto alle linee guida. Infine gli strumenti: un ecografista non può lavorare con un ecografo vecchio che impiega venti minuti ad accendersi.
Sui soldi è netto. Secondo lui la maggior parte dei medici resterebbe con lo stesso stipendio, se gli si garantissero orari giusti. Critica anche la riforma dell'accesso a medicina: il semestre filtro, secondo lui, non elimina davvero il numero chiuso. E il problema non è il numero di medici, ma la mancata programmazione delle specialità. Racconta di borse di medicina d'urgenza rimaste in gran parte vuote e di concorsi in ospedali periferici senza candidati.
Manager e medici, persone prima dei ruoli
Il discorso torna su un tema caro al podcast: il rapporto tra competenza clinica e gestione, già affrontato con Raffaele Esposito e Lorenzo Guzzetti. Caiazzo si definisce una figura ibrida. Teme una sanità in cui le scelte sui pazienti seguano logiche di bilancio. Ma rifiuta la contrapposizione semplice tra medico buono e manager cattivo: «dietro al camice e dietro a una giacca e cravatta siamo sempre persone».
E chiude con una presa di posizione: «la sanità pubblica io la difenderò fino alla fine, anche se ho fatto una scelta diversa». Proprio per questo, dice, chi lavora bene deve avere il coraggio di denunciare ciò che non funziona.
Come prossimi ospiti suggerisce due amiche: una medica di pronto soccorso diventata primaria e divulgatrice sui social come Minerva Salute, e Giulia, broker assicurativa, per parlare delle assicurazioni dei professionisti sanitari.
Cosa dice la scienza
Quanti italiani rinunciano alle cure
Il Rapporto BES 2023 dell'Istat misura quante persone rinunciano a visite o accertamenti ritenuti necessari. Nel 2023 la quota è salita al 7,6% della popolazione, dal 7,0% dell'anno precedente: circa 4,5 milioni di persone. Il 4,5% ha rinunciato per le liste d'attesa, il 4,2% per motivi economici. La quota dovuta alle attese è quasi raddoppiata rispetto al 2019, quando era il 2,8%. Il Lazio, la regione in cui lavora Caiazzo, è salito al 10,5%, dal 6,9% del 2022. La rinuncia è più alta tra le donne (9,0%) che tra gli uomini (6,2%), e raggiunge l'11,1% tra i 55 e i 59 anni.
Quanto si paga di tasca propria
Il profilo sanitario dell'Italia 2023 di OCSE e Osservatorio europeo mostra che nel 2021 il 21,9% della spesa sanitaria italiana era pagato direttamente dalle famiglie. La media dell'Unione europea era del 15%. Sommando le assicurazioni volontarie si arriva al 24,5%, contro il 18,9% europeo. Il dato più vicino al tema dell'episodio: il 45% della spesa di tasca propria va alle cure ambulatoriali, cioè visite e prestazioni come quelle di un poliambulatorio. Nell'UE, cure ambulatoriali e odontoiatria insieme arrivano al 30%.
Lo stesso rapporto descrive un personale medico anziano. Oltre il 55% dei medici ha più di 55 anni e più di un quarto andrà in pensione entro il 2027. Il numero di borse di specializzazione è aumentato, ma le carenze in alcune specialità, come la medicina d'urgenza, rischiano di restare per la loro scarsa attrattività.
La medicina difensiva
Un'indagine nazionale su 1.313 medici ospedalieri italiani (Panella e colleghi, Journal of Health Services Research & Policy, 2017) ha stimato che la medicina difensiva valga circa il 10% della spesa sanitaria nazionale annua. Il 95% dei medici si aspettava che il fenomeno crescesse. Gli autori concludono che la medicina difensiva aumenta i costi senza portare benefici ai pazienti. Come strade per ridurla indicano una riforma della responsabilità professionale e l'uso sistematico di linee guida basate sulle prove. È lo stesso nodo che Caiazzo descrive dal pronto soccorso.
Il burnout dei giovani internisti
Uno studio del 2025 (Vassallo e colleghi, Internal and Emergency Medicine) ha analizzato 106 giovani internisti italiani sotto i 40 anni, con età mediana di 30 anni. Il 37,2% ha riferito sintomi di burnout. I fattori associati sono molto vicini al racconto dell'episodio: essere specializzandi, lavorare in un ospedale universitario, fare più ore di quelle previste, gestire insieme reparto e ambulatorio, avere un carico di lavoro elevato. Anche la mancanza di formazione sulle competenze trasversali era associata al burnout. Solo il 2,8% degli intervistati aveva un sistema di supporto nel proprio ospedale.
Il tempo della visita
Quanto tempo passa un medico con il paziente? Una revisione sistematica su 67 Paesi (Irving e colleghi, BMJ Open, 2017) ha trovato durate medie molto diverse: da 48 secondi in Bangladesh a 22,5 minuti in Svezia. In 18 Paesi, che rappresentano circa metà della popolazione mondiale, la visita dal medico di base dura 5 minuti o meno. La durata della visita è risultata associata alla spesa sanitaria, ai ricoveri evitabili per condizioni come il diabete e alla soddisfazione dei medici. Gli autori concludono che visite troppo brevi rischiano di peggiorare le cure e aumentare il carico e lo stress dei medici. Lo studio riguarda la medicina generale, ma il principio è quello su cui Caiazzo ha costruito il suo progetto.
Le criticità reali
Il tempo è diventato un bene privato. Se il tempo per ascoltare il paziente si trova soprattutto fuori dal servizio pubblico, chi può pagare lo ottiene e chi non può aspetta. È un rischio per l'equità, non una colpa di chi lavora.
La formazione pratica dipende dalla fortuna. Tirocini poco seguiti, tutor non riconosciuti economicamente, programmi diversi da sede a sede. Un buon maestro non può essere una questione di caso.
La paura della denuncia costa. La medicina difensiva consuma tempo e risorse e non porta benefici ai pazienti.
Le specialità meno attrattive si svuotano. Medicina d'urgenza e reparti periferici faticano a trovare medici. Aumentare i posti non basta se le condizioni di lavoro restano le stesse.
Una domanda per riflettere. Se molti giovani medici dicono che resterebbero nel pubblico a parità di stipendio, con orari giusti e strumenti adeguati, perché è così difficile offrirglieli?
Cosa può cambiare
Dall'episodio e dalle prove emergono alcune direzioni. Programmare le specialità in base ai bisogni reali, e rendere vivibili quelle meno scelte, a partire dalla medicina d'urgenza. Riconoscere il ruolo dei tutor, perché la pratica si impara da chi ha tempo di insegnarla. Ridurre la medicina difensiva con regole chiare sulla responsabilità professionale e linee guida condivise. Investire in strumenti adeguati e in orari sostenibili, prima ancora che nelle retribuzioni. Portare nella formazione dei medici qualche nozione di economia e di gestione, per chi un giorno guiderà un reparto o una struttura. E prevedere sistemi di supporto contro il burnout in ogni ospedale, come suggeriscono gli stessi studi.
Approfondisci: articoli correlati
Il Medico Manager: conoscere il micro per governare il macro, l'episodio con Raffaele Esposito citato da Caiazzo
Medici vs Infermieri: conflitti, sfide e il futuro della sanità, il confronto su ruoli e managerializzazione con Lorenzo Guzzetti
Il Futuro del Pronto Soccorso si gioca sul Territorio, sovraffollamento e medicina d'urgenza
La sanità privata sta distruggendo quella pubblica?, il rapporto tra pubblico e privato
Parliamo di Tutela dei Medici, specializzandi, contratti e diritti
Conclusione
Giancarlo Caiazzo non racconta una fuga dal pubblico, ma una scelta sofferta. Ha lasciato un posto sicuro perché non riusciva a dare ai pazienti il tempo e l'attenzione che riteneva giusti. Ha costruito un poliambulatorio su tre idee: medicina multidisciplinare, professionisti che lavorano bene, pazienti ascoltati. E continua a difendere la sanità pubblica. I dati sul contesto aiutano a capire perché la sua storia è comune: milioni di italiani rinunciano alle cure, la spesa privata è alta, la medicina difensiva pesa e il burnout tra i giovani internisti è diffuso. La sua domanda resta aperta per tutti: come si restituisce tempo alla cura?
Ascolta l'episodio 31 di Skeptical Health con Giancarlo Caiazzo per il racconto completo.
I dati chiave
- 7,6%: gli italiani che nel 2023 hanno rinunciato a visite o esami necessari, circa 4,5 milioni di persone (Istat, BES 2023)
- 4,5%: la popolazione che ha rinunciato per le liste d'attesa nel 2023, quasi il doppio del 2,8% del 2019 (Istat, BES 2023)
- 21,9%: la quota di spesa sanitaria pagata di tasca propria in Italia nel 2021, contro il 15% UE (OCSE, 2023)
- Oltre il 55%: i medici italiani con più di 55 anni (OCSE, 2023)
- Circa 10%: il peso stimato della medicina difensiva sulla spesa sanitaria nazionale (Panella et al., 2017)
- 37,2%: i giovani internisti italiani con sintomi di burnout (Vassallo et al., 2025)
- Da 48 secondi a 22,5 minuti: la durata media della visita dal medico di base nel mondo (Irving et al., 2017)
Takeaway
Se sei uno studente o uno specializzando, cerca attivamente chi ti insegni. La pratica, oggi, dipende molto da chi incontri: chiedi, proponiti, scegli i reparti dove c'è chi ha tempo per formarti.
Se lavori in sanità e senti di non poter dare il massimo, dillo. Segnalare ciò che non funziona, come suggerisce Caiazzo, è il primo passo per cambiarlo.
Se sei un paziente, chiedi il tempo di cui hai bisogno. Prepara le domande prima della visita e chiedi spiegazioni sugli esami prescritti.
Se rinunci a una visita per le attese, informati sui percorsi di tutela. Chiedi al medico di famiglia la classe di priorità della prescrizione e all'ASL come farla rispettare.
Domande frequenti
Perché i giovani medici lasciano l'ospedale pubblico?
Nell'episodio 31 Giancarlo Caiazzo, specializzando in medicina interna, spiega di aver lasciato il pubblico perché non riusciva a lavorare al massimo: personale carente, strumenti inadeguati, nessun tempo per il paziente. Non indica il denaro come motivo principale. Chiede orari giusti, strumenti adeguati e meno pressione medico legale.
Cos'è il decreto Calabria per gli specializzandi?
È la norma che permette agli specializzandi degli ultimi anni di essere assunti dagli ospedali con un contratto, continuando la scuola di specializzazione. Nell'episodio Giancarlo Caiazzo racconta di averla vissuta come un'opportunità: più autonomia e responsabilità. Ricorda però che è nata per coprire la mancanza di specialisti nei reparti.
Quanti italiani rinunciano alle cure per le liste d'attesa?
Secondo il Rapporto BES 2023 dell'Istat, nel 2023 il 7,6% della popolazione ha rinunciato a visite o accertamenti necessari, circa 4,5 milioni di persone. Il 4,5% lo ha fatto per le lunghe liste d'attesa e il 4,2% per motivi economici. Nel Lazio la quota ha raggiunto il 10,5%.
Quanto pesa la spesa sanitaria privata in Italia?
Secondo il profilo sanitario dell'Italia 2023 di OCSE e Osservatorio europeo, nel 2021 il 21,9% della spesa sanitaria era pagato direttamente dalle famiglie, contro una media UE del 15%. Il 45% di questa spesa di tasca propria va alle cure ambulatoriali, come le visite specialistiche.
Cos'è la medicina difensiva?
È la prescrizione di esami, visite o ricoveri non per necessità clinica, ma per proteggersi da possibili denunce. Un'indagine su 1.313 medici ospedalieri italiani (Panella e colleghi, 2017) ha stimato che valga circa il 10% della spesa sanitaria nazionale annua. Nell'episodio Caiazzo la indica come uno dei nodi da sciogliere.
Quanto sono diffusi i sintomi di burnout tra i giovani internisti?
In uno studio del 2025 su 106 giovani internisti italiani sotto i 40 anni, il 37,2% ha riferito sintomi di burnout. Erano più a rischio gli specializzandi, chi lavorava in ospedali universitari e chi faceva ore in più. Solo il 2,8% aveva un sistema di supporto nel proprio ospedale.
Fonti
- Istat: Rapporto BES 2023, capitolo 12 Qualità dei servizi (2024)
- OECD, European Observatory on Health Systems and Policies: Italy Country Health Profile 2023, State of Health in the EU (2023)
- Panella M et al.: Prevalence and costs of defensive medicine: a national survey of Italian physicians. Journal of Health Services Research & Policy (2017)
- Vassallo GA et al.: Burnout among young Italian Internists: a cross-sectional study assessing prevalence and associated factors. Internal and Emergency Medicine (2025)
- Irving G et al.: International variations in primary care physician consultation time: a systematic review of 67 countries. BMJ Open (2017)