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Il Servizio Sanitario Nazionale Come lo Conoscevamo Non Esiste Più

Martina Benedetti, infermiera di terapia intensiva e divulgatrice, racconta la crisi del SSN: definanziamento, infermieri, case di comunità e comunicazione.

Il Servizio Sanitario Nazionale Come lo Conoscevamo Non Esiste Più
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Martina Benedetti — Esperta sanità pubblica

Ultimo aggiornamento: 2026-09-24

Quanto tempo hai?

La crisi del Servizio Sanitario Nazionale raccontata da chi la vive ogni giorno in reparto. Martina Benedetti, infermiera di terapia intensiva e divulgatrice scientifica, è ospite di Cristian Valeri e Guido Magrin nell'episodio 61 di Skeptical Health. Parla di definanziamento, di infermieri che se ne vanno, di case di comunità e di come si racconta la sanità. E chiude con una parola: coraggio.


Perché il tema è urgente oggi

Il SSN nasce su tre principi: universalità, uguaglianza, equità. Oggi però molti cittadini trovano liste d'attesa lunghe, servizi territoriali deboli e reparti con poco personale. Gli infermieri sono pochi rispetto al resto d'Europa, le iscrizioni ai corsi di laurea calano e chi è in servizio spesso lascia la professione.

Tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026 alcuni casi hanno reso visibile questa crisi: un reparto dell'ospedale San Raffaele di Milano rimasto per una notte senza personale adeguato e il sindaco di Isernia che dorme in una tenda davanti all'ospedale per difenderne i servizi. Questo episodio prova a leggerli insieme, con lo sguardo di chi lavora dentro il sistema e di chi lo racconta.


Cosa emerge dall'episodio

Martina Benedetti arriva al podcast su segnalazione di Studio Achillea, lo studio torinese di Giorgia e Simone già ospiti del programma. Si definisce divulgatrice scientifica, più che giornalista: il tesserino, dice, arriverà. È infermiera di terapia intensiva e scrive di sanità per Wired, Today.it e altre testate nazionali.

Raccontarsi da soli, con metodo

Ha iniziato a scrivere perché era stanca di come veniva raccontata la sua professione: «perché dobbiamo sempre essere raccontati da altri che non vivono le realtà di reparto e quindi perché non iniziare ad auto raccontarsi?». Ma avverte che non basta volerlo: servono competenze e un percorso strutturato.

Il suo metodo viene dalla ricerca clinica. Ha iniziato raccogliendo dati in una cardiochirurgia pediatrica toscana, poi si è formata in ricerca clinica con la Fondazione GIMBE, con cui collabora ancora, ed è stata tutor di metodologia. Per questo tratta con cautela l'esperienza personale: «una sensazione mia non fa un'evidenza». Anche la soggettività, dice, va dosata in ciò che si scrive.

Una scelta etica per il pubblico

Dopo una prima esperienza in una struttura privata convenzionata, ha vinto un concorso ed è passata al pubblico. Oggi afferma: «non riuscirei io a fare l'infermiera, questa professione, al di fuori dal servizio sanitario nazionale pubblico». Se dovesse uscirne, lascerebbe la professione e continuerebbe solo a scrivere.

È una scelta etica. Crede che la sanità pubblica debba reggersi su universalità, uguaglianza ed equità, e non crede nel libero mercato applicato alla salute. Non giudica però chi fa altre scelte: ammette che oggi restare nel pubblico «sta diventando resistenza», e che a un certo punto conta anche la qualità della vita.

Valorizzazione o retorica?

Alla domanda di Cristian Valeri se il 2025 abbia portato una vera valorizzazione degli infermieri, la risposta è netta: per lei è ancora soprattutto retorica. Sulle nuove lauree magistrali specialistiche propone: «proponiamo le lauree specialistiche magistrali, ma affianchiamole a un inquadramento economico». Senza stipendi migliori e un migliore equilibrio tra vita e lavoro, gli studenti continueranno a scegliere altro e i colleghi continueranno ad andarsene.

Guido Magrin le chiede se si sente rappresentata dalla FNOPI, la federazione degli ordini infermieristici. Lei riconosce che è un ente sussidiario dello Stato e deve mantenere un profilo istituzionale, ma racconta di aver espresso pubblicamente il suo dissenso in alcuni casi. L'esempio è la detassazione degli straordinari, accolta con favore. Si chiede se non sia meglio lavorare sul lavoro ordinario, perché il professionista «non dovrebbe essere obbligato a fare lavoro straordinario per avere uno stipendio dignitoso per vivere».

Riforme a costo zero e definanziamento

Cristian Valeri cita un passaggio del documento sulla riforma del SSN che prevede di attuare i nuovi progetti con le risorse esistenti. Per Benedetti è il punto critico: senza un piano di fattibilità economica, le proposte restano fini a se stesse e si limitano a rimescolare le carte. A pagare, alla fine, sono i cittadini.

La parola che usa è definanziamento. L'Italia, dice, non arriva a spendere il 7% del PIL per la sanità, meno della media europea. Ma i soldi da soli non bastano: gli Stati Uniti spendono intorno al 18% del PIL con un modello assicurativo privato e ottengono un'assistenza più carente e un'aspettativa di vita più bassa. La sua sintesi: «i soldi senza visioni non servono a niente e la visione senza i soldi neppure».

Due casi: San Raffaele e Isernia

Sullo sciopero di circa 16.000 infermieri a New York, Benedetti esprime solidarietà ai colleghi americani, ma nota una contraddizione: si applaude ciò che accade all'estero e si trascurano i segnali che arrivano dall'Italia. Ne cita due, che chiama case report.

Il primo è il padiglione Iceberg del San Raffaele di Milano, dove un turno notturno scoperto di circa dieci ore ha portato, racconta, alle dimissioni di un direttore sanitario. Per lei è un caso di rischio clinico: nelle settimane precedenti sedici persone, tra cui il coordinatore, avevano manifestato il loro malcontento fino ad andarsene, e c'erano anche barriere linguistiche con personale arrivato dall'estero. La lezione che ne trae riguarda la forza contrattuale degli infermieri: «10 ore senza infermiere però sono riusciti a cambiare, a portare un cambiamento». Ricorda anche che chi lavora nella sanità privata, anche convenzionata, può ricadere in decine di contratti diversi, e che questi colleghi non sono di serie B.

Il secondo caso è Isernia. Il sindaco Piero Castrataro dorme in una tenda davanti all'ospedale Veneziale per protestare contro il rischio di chiusura di servizi come l'emodinamica, in una regione, il Molise, commissariata per il disavanzo sanitario. Per Benedetti è raro vedere un'amministrazione locale schierarsi contro i vertici sanitari per chiedere il rispetto del diritto costituzionale alla salute.

La cucina con il fornello rotto

Sul nuovo contratto nazionale del comparto sanità, firmato tra molti malcontenti, spera che il prossimo sia davvero valorizzante. Ma torna sempre allo stesso punto: se il sistema è definanziato, dove si trovano i soldi? Anche nel PNRR, osserva, le risorse sono andate soprattutto alle strutture e poco al personale, e spesso si preferisce affidarsi a cooperative e appalti. Usa una metafora: se «hai una cucina con il fornello rotto, è più comodo ordinare da asporto» che riparare la cucina. Di tutti i problemi, dalle liste d'attesa al territorio carente, conclude: «andiamo poi inevitabilmente dentro il definanziamento. Sta tutto lì».

Prescrizione degli ausili e medici di famiglia

Cristian Valeri porta il tema della prescrizione infermieristica, che nella proposta riguarda gli ausili: letto, sollevatore, materasso, cuscino. Per lui sono competenze che gli infermieri esercitano già. Benedetti aggiunge che l'autonomia comporta responsabilità: chi lavora secondo le evidenze non deve temere, ma molti colleghi, abituati al demansionamento e senza incentivi, finiscono per chiedersi chi glielo faccia fare.

Sul territorio, osserva che in Italia i medici non mancano in assoluto: mancano in alcune specialità, come l'emergenza-urgenza e la medicina generale. Molti medici di famiglia, racconta, hanno accolto con favore la prescrizione infermieristica degli ausili, perché oberati di prescrizioni. Critica invece l'opposizione della FIMMG, il principale sindacato dei medici di medicina generale, e propone di rendere universitario il corso di formazione in medicina generale per renderlo più attrattivo.

Case di comunità e infermiere di famiglia

Sulle case di comunità è molto diretta. Spesso, racconta, si ristruttura il vecchio distretto, si dipingono le pareti, si «mettono una targa con scritto casa di comunità al posto della targa del vecchio distretto, fanno la foto di inaugurazione». Il risultato sono poliambulatori, mentre la vera funzione è essere un punto di riferimento dove gli specialisti, dal cardiologo all'infermiere vulnologo, ruotano intorno al paziente. Anche l'infermiere di famiglia, concordano gli ospiti, spesso svolge compiti amministrativi invece di collegare medici di famiglia, case di comunità e ospedale.

Per Benedetti il problema è la distanza tra chi decide e chi cura. Calare dall'alto procedure e ruoli nuovi non funziona. Bisognerebbe coinvolgere i lavoratori nelle decisioni, anche su costi e risorse. Chi non si sente coinvolto si sente una pedina, e questo porta a burnout e abbandono.

Il futuro: coraggio e verità

Sul futuro della professione è chiara: «Il futuro della professione dipende dai professionisti stessi». Così com'è, però, il sistema non regge. Serve che la politica abbia il coraggio di dire ai cittadini che si sta andando verso un modello misto, anche assicurativo, invece di lasciar credere in un universalismo che non c'è più. Altrimenti, davanti a un disservizio, le persone se la prendono con chi hanno davanti, ed è anche così che nascono le aggressioni. «La parola con la quale mi sento di chiudere questa risposta è il coraggio».

Pur restando eticamente contraria alla privatizzazione, invita a guardare la realtà e a ricordare quanto il pubblico sia prezioso nelle grandi emergenze, nei centri grandi ustionati, nei trapianti e nelle terapie intensive. Sull'assistente infermiere è critica: usare la parola "infermiere" per una figura non laureata confonde i cittadini. «Voglio vedere se da domani nasce l'assistente medico». Aggiunge però che non bisogna demolire, ma ragionare in termini propositivi. E fa autocritica come giornalista: spesso i media scrivono "infermiere" anche quando la persona coinvolta in un fatto di cronaca è un operatore socio-sanitario.

Come prossima ospite suggerisce Beatrice Ferraresi, divulgatrice di neuroscienze, per parlare di come si parla di psicologia e disturbi di personalità sui social.


Cosa dice la scienza

I numeri del SSN nel confronto europeo

Il profilo sanitario dell'Italia 2025, pubblicato da OCSE e Osservatorio europeo sui sistemi sanitari, offre un quadro aggiornato. Per curiosità, nel 2023 la spesa sanitaria corrente, pubblica e privata insieme, era l'8,4% del PIL, 1,6 punti sotto la media UE, e le fonti pubbliche ne coprivano il 73%. Per abitante, a parità di potere d'acquisto, l'Italia spendeva 3.086 euro, il 19% in meno della media europea. La spesa pubblica per abitante era inferiore del 27%, compensata in parte da una spesa privata più alta dell'8%.

Molti medici, pochi infermieri

Lo stesso rapporto conferma lo squilibrio descritto nell'episodio. Nel 2023 l'Italia aveva 5,4 medici ogni 1.000 abitanti, più del 25% sopra la media UE, ma solo 6,9 infermieri in servizio ogni 1.000 abitanti, oltre il 20% sotto la media di 8,4. Il rapporto infermieri per medico, 1,3, è tra i più bassi dell'Unione. Il rapporto cita tra le cause pensionamenti, emigrazione, calo dei nuovi laureati e retribuzioni poco competitive.

I medici di medicina generale, invece, sono diminuiti di circa il 13% in dieci anni. Nel 2023 quasi il 52% ne seguiva più di 1.500 pazienti, il massimale previsto dal contratto. La carenza stimata va da circa 2.900 a quasi 5.900 medici di famiglia.

Ambiente di lavoro, burnout e qualità delle cure

L'indagine di Aiken e colleghi (BMJ, 2012) su infermieri e pazienti in 12 Paesi europei e negli Stati Uniti ha trovato livelli alti di burnout, dal 10% al 78% a seconda del Paese, e di intenzione di lasciare il lavoro, dal 14% al 49%. Negli ospedali europei con un ambiente di lavoro migliore gli infermieri avevano circa la metà delle probabilità di giudicare scarsa la qualità delle cure. Ogni paziente in più per infermiere aumentava la probabilità di giudizi negativi su qualità e sicurezza. Il coinvolgimento e le condizioni di lavoro di cui parla Benedetti non sono solo una questione di benessere: incidono sulle cure.

Più autonomia agli infermieri

Sul tema delle competenze, la revisione Cochrane di Laurant e colleghi (2018) ha analizzato 18 studi randomizzati in cui infermieri sostituivano i medici nelle cure primarie. Per disturbi acuti e controlli di malattie croniche, infermieri formati probabilmente offrono una qualità di cura uguale o migliore, con esiti di salute simili o migliori e una soddisfazione dei pazienti un po' più alta. Le visite sono più lunghe, mentre prescrizioni, accessi al pronto soccorso e ricoveri sono simili. Gli effetti sui costi restano incerti.

Le aggressioni al personale

La meta-analisi di Liu e colleghi (Occupational and Environmental Medicine, 2019), con 253 studi e 331.544 operatori, ha trovato che il 61,9% aveva subito una forma di violenza sul lavoro nell'ultimo anno: il 42,5% violenza non fisica e il 24,4% violenza fisica. Infermieri e medici, pronto soccorso e psichiatria sono i più colpiti. È il fenomeno che Benedetti collega alla distanza tra le aspettative dei cittadini e i servizi reali.


Le criticità reali

Una domanda per riflettere. Se il sistema sta davvero cambiando verso un modello misto, chi dovrebbe spiegarlo ai cittadini? E quanto pesa, sulla fiducia e sulle aggressioni, il fatto che nessuno lo dica apertamente?

Riforme senza risorse. Nuove figure, nuove lauree e nuove strutture richiedono un piano di finanziamento. Senza, rischiano di restare sulla carta.

Strutture senza personale. Gli investimenti sono andati soprattutto agli edifici. Le case di comunità funzionano solo se dentro ci sono le persone e l'organizzazione per prendere in carico i pazienti.

Professioni divise. Infermieri, OSS e medici lavorano spesso per compartimenti, e ogni cambiamento di competenze diventa uno scontro tra categorie.

Decisioni lontane dal reparto. Quando procedure e ruoli vengono calati dall'alto, chi lavora si sente escluso, con effetti su motivazione e permanenza nella professione.


Cosa può cambiare

Dall'episodio emergono alcune proposte concrete. Accompagnare le nuove lauree specialistiche con un riconoscimento economico e di carriera. Investire sul lavoro ordinario invece che sugli straordinari. Dare a ogni riforma un piano di fattibilità economica. Fare delle case di comunità veri luoghi di presa in carico, con infermieri di famiglia che collegano i servizi. Coinvolgere i professionisti nelle decisioni organizzative. Rendere più attrattiva la medicina generale. E, sul piano della comunicazione, raccontare la sanità con più precisione, a partire dai nomi delle professioni.


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Conclusione

Martina Benedetti porta in questo episodio lo sguardo di chi vive la terapia intensiva e insieme racconta la sanità con il metodo della ricerca. Il suo quadro è severo: un SSN definanziato, infermieri poco valorizzati, riforme senza risorse e strutture senza personale. I dati europei confermano lo squilibrio tra medici e infermieri e una spesa pubblica sotto la media, mentre la ricerca mostra quanto le condizioni di lavoro incidano sulla qualità delle cure. La sua proposta di fondo è dire la verità ai cittadini e avere il coraggio di scegliere.

→ Ascolta l'episodio 61 di Skeptical Health con Martina Benedetti per il racconto completo.


I dati chiave

  1. 8,4% del PIL: la spesa sanitaria corrente italiana nel 2023, 1,6 punti sotto la media UE (OCSE, 2025)
  2. 73%: la quota della spesa sanitaria coperta da fonti pubbliche in Italia (OCSE, 2025)
  3. 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti: oltre il 20% sotto la media UE di 8,4 (OCSE, 2025)
  4. Circa 13% in meno: il calo della densità dei medici di medicina generale in dieci anni (OCSE, 2025)
  5. Fino al 78%: il burnout degli infermieri ospedalieri in alcuni Paesi europei (Aiken et al., 2012)
  6. 61,9%: gli operatori sanitari che hanno subito violenza sul lavoro nell'ultimo anno (Liu et al., 2019)

Takeaway

  1. Informati da chi lavora nei reparti. Le voci dei professionisti, con metodo e fonti, aiutano a capire cosa succede davvero nel sistema.

  2. Rispetta chi ti cura. I disservizi dipendono quasi sempre dall'organizzazione e dalle risorse, non dalla persona che hai davanti.

  3. Conosci i servizi del tuo territorio. Chiedi alla tua ASL quali servizi offre la casa di comunità più vicina e se c'è un infermiere di famiglia.

  4. Chiedi chi ti sta assistendo. Infermiere, OSS e medico hanno ruoli diversi: conoscerli aiuta a orientarsi in ospedale.

Domande frequenti

Chi è Martina Benedetti?

Martina Benedetti è un'infermiera di terapia intensiva che lavora nel servizio sanitario pubblico e una divulgatrice scientifica. Scrive di sanità per testate nazionali come Wired Italia e Today.it, è stata tutor di metodologia della ricerca clinica e collabora con la Fondazione GIMBE. Nell'episodio 61 di Skeptical Health racconta la crisi del SSN dal punto di vista di chi lavora in reparto.

Quanti infermieri ha l'Italia rispetto all'Europa?

Secondo il profilo sanitario dell'Italia pubblicato da OCSE e Osservatorio europeo nel 2025, nel 2023 l'Italia aveva 6,9 infermieri in servizio ogni 1.000 abitanti, oltre il 20% sotto la media UE di 8,4. I medici invece erano 5,4 ogni 1.000 abitanti, più del 25% sopra la media. Il rapporto infermieri per medico, 1,3, è tra i più bassi dell'Unione.

Quanto spende l'Italia per la sanità?

Secondo l'OCSE, nel 2023 la spesa sanitaria corrente italiana era l'8,4% del PIL, 1,6 punti sotto la media UE, e le fonti pubbliche ne coprivano il 73%. La spesa per abitante, a parità di potere d'acquisto, era di circa 3.086 euro, il 19% sotto la media europea, con una spesa pubblica per abitante inferiore del 27%.

Cosa sono le case di comunità?

Sono strutture territoriali previste dalla riforma dell'assistenza sul territorio e finanziate dal PNRR, pensate come punto di riferimento vicino a casa per la presa in carico integrata: medici di famiglia, infermieri di famiglia, specialisti e servizi sociali nello stesso luogo. Nell'episodio 61 Martina Benedetti osserva che molte sono ancora semplici poliambulatori, senza questa funzione di presa in carico.

Gli infermieri possono sostituire i medici nelle cure primarie?

Per alcune attività sì. Una revisione Cochrane del 2018 su 18 studi randomizzati ha concluso che infermieri formati, come i nurse practitioner, probabilmente offrono una qualità di cura uguale o migliore rispetto ai medici di base per disturbi acuti, controlli e malattie croniche, con una soddisfazione dei pazienti un po' più alta. Gli effetti sui costi restano incerti.

Quanto sono frequenti le aggressioni agli operatori sanitari?

Molto. Una meta-analisi pubblicata nel 2019 su Occupational and Environmental Medicine, con 253 studi e oltre 331.000 partecipanti, ha trovato che il 61,9% degli operatori sanitari aveva subito una forma di violenza sul lavoro nell'ultimo anno e il 24,4% violenza fisica. Infermieri, medici, pronto soccorso e psichiatria sono i più esposti.

Fonti

  1. OECD, European Observatory on Health Systems and Policies: State of Health in the EU, Italy Country Health Profile 2025
  2. Aiken LH et al.: Patient safety, satisfaction, and quality of hospital care: cross sectional surveys of nurses and patients in 12 countries in Europe and the United States. BMJ (2012)
  3. Laurant M et al.: Nurses as substitutes for doctors in primary care. Cochrane Database of Systematic Reviews (2018)
  4. Liu J et al.: Prevalence of workplace violence against healthcare workers: a systematic review and meta-analysis. Occupational and Environmental Medicine (2019)
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