Un Incidente mi ha Cambiato la Vita: la storia di Jacopo Granata
Jacopo Granata, 30 anni, tetraplegico dopo un incidente: dieci mesi in unità spinale, il ritorno a casa, gli ausili, i caregiver e l'assistenza domiciliare.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Jacopo Granata — Atleta paralimpico, attivista
Ultimo aggiornamento: 2026-09-24
Quanto tempo hai?
Nell'episodio 37 di Skeptical Health, il secondo del format "Storie di assistenza", Cristian Valeri e Guido Magrin ascoltano Jacopo Granata, 30 anni, che lavorava in un'officina nel mondo delle moto e del motorsport. Nell'agosto 2024 un incidente lo ha reso tetraplegico. Racconta i dieci mesi in unità spinale, il difficile ritorno a casa e come si ricostruisce una quotidianità. Jacopo è un paziente di Cristian, che lo segue come infermiere case manager dell'assistenza domiciliare, e ha dato il suo consenso a partecipare.
Cosa emerge dall'episodio
L'incidente e il risveglio. Il 7 agosto 2024 Jacopo esce in moto per andare al lavoro, ma un furgone attraversa col rosso. Dell'incidente non ricorda quasi nulla. In rianimazione nessuno gli comunica in modo formale cosa è successo: «Mi sono proprio accorto da solo che non riuscivo più a muovermi». Racconta di essere stato, per quanto possibile, sereno.
Dieci mesi in unità spinale. A Niguarda trova silenzio, buio la notte e persone a cui piace il proprio lavoro. Le giornate sono regolari, tra fisioterapia, terapia occupazionale e attività ricreative. Nasce un piccolo gruppo di amici, tra cui il compagno di stanza Valerio. La riabilitazione serve anche a preparare il ritorno a casa, insegnando al caregiver come mobilizzare e lavare la persona.
Chi è rimasto uguale. Oggi Jacopo gioca con un joystick che si comanda con la bocca. Molti ausili li ha comprati da solo, mentre l'INAIL, trattandosi di infortunio sul lavoro, sostiene alcuni presidi. Alla domanda su cosa non sia cambiato risponde: «mi sento sempre Jacopo come prima». Il rapporto con la compagna e la famiglia si è rafforzato, e la passione per i motori è rimasta.
Il ritorno a casa, tutto da rifare. Jacopo viene dimesso il 27 maggio 2025. Cristian racconta che la prima domanda è stata dove dormisse: il materasso era troppo morbido e Jacopo si svegliava con forti dolori. Anche sollevatore, imbragatura per la doccia e bagno erano da rivedere, e ottenere un presidio richiede circa un mese. Trovare il caregiver giusto è stato difficile. Intorno a Jacopo è stata costruita un'équipe con infermiere, fisioterapista, OSS e psicologa.
Il ritorno al mondo reale. L'ospedale è una bolla, e uscirne è stato duro: «Io ho avuto due settimane di crisi totale», racconta Jacopo. La figlia Marta e la compagna sono state fondamentali. Il suo consiglio è non mollare mai: «La vita è bella uguale, è diversa, è bella uguale». Con un po' di organizzazione, dice, si può fare tutto.
Il contesto in breve
Secondo l'OMS, nel mondo circa 15,4 milioni di persone vivono con una lesione del midollo spinale, soprattutto per cause traumatiche, e la disoccupazione tra gli adulti con lesione supera il 60%. Uno studio statunitense del 2013 su 951 persone ha trovato che il 36,2% è stato ricoverato di nuovo entro un anno dalla riabilitazione, soprattutto per problemi urinari, respiratori e della pelle. Una meta-analisi del 2020 su oltre 82.000 persone con lesione midollare ha stimato un'incidenza di lesioni da pressione del 23%. Una meta-analisi del 2022 descrive un carico fisico, psicologico ed economico importante per i caregiver. Secondo l'OMS, più di 2,5 miliardi di persone hanno bisogno di almeno un prodotto assistivo.
Da portare a casa
- Prepara il rientro prima della dimissione: chiedi che i servizi territoriali siano coinvolti in anticipo e vedano la casa.
- Controlla i presidi di base: materasso, cuscino e sollevatore adatti sono la prima prevenzione delle lesioni da pressione.
- Non lasciare tutto al familiare: cerca un'équipe domiciliare e un supporto psicologico anche per chi assiste.
«Sono rimasto tetraplegico in un incidente l'anno scorso». Così si presenta Jacopo Granata, 30 anni, che lavorava in un'officina nel mondo delle moto e del motorsport. È il protagonista del secondo episodio di "Storie di assistenza", il format di Skeptical Health dedicato alle testimonianze. Con Cristian Valeri e Guido Magrin racconta l'incidente, i dieci mesi in unità spinale, il difficile ritorno a casa e come si ricostruisce una quotidianità con la tetraplegia.
Perché il tema è urgente oggi
Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, nel mondo circa 15,4 milioni di persone vivono con una lesione del midollo spinale. La maggior parte delle lesioni ha cause traumatiche: cadute, incidenti stradali, infortuni sul lavoro o nello sport. Colpiscono più spesso gli uomini, anche giovani.
Dopo la fase acuta e la riabilitazione, la sfida si sposta a casa. Servono presidi adatti, una casa accessibile, un caregiver preparato, un'équipe che lavori insieme. Se qualcosa manca, aumentano il rischio di complicanze e di nuovi ricoveri. La storia di Jacopo mostra da vicino cosa significa, giorno per giorno, il passaggio dall'ospedale al domicilio.
C'è anche un aspetto personale da dichiarare, come fa lo stesso Cristian Valeri durante la puntata: Jacopo è un suo paziente. Cristian lo segue come infermiere case manager dell'assistenza domiciliare, e la scelta di portarlo al podcast è stata condivisa con lui, che ha dato il suo consenso.
Cosa emerge dall'episodio
Il 7 agosto 2024
Jacopo era una persona molto attiva, poco abituata a stare ferma. Il 7 agosto 2024 esce di casa per andare al lavoro, in moto. «A lavoro non ci sono mai arrivato perché a metà strada un furgone ha deciso di attraversare la circonvallazione col rosso», racconta.
Dell'incidente non ricorda quasi nulla. Dai referti risulta che è rimasto cosciente, ma per lui c'è un vuoto. Ricorda solo un soccorritore che, in ambulanza, diceva che si andava a Niguarda. E di aver avuto la lucidità di dettare a memoria il numero di sua madre e di far chiamare la compagna.
Il risveglio in rianimazione
Il primo ricordo è un letto, tante persone intorno, il tubo per respirare collegato al ventilatore. Nessuno gli ha comunicato in modo formale cosa era successo. «Mi sono proprio accorto da solo che non riuscivo più a muovermi», dice. All'inizio pensava fosse l'effetto dei sedativi. Poi ha visto che gli infermieri della neurorianimazione dovevano spostarlo loro nel letto.
I familiari, su consiglio dei medici, avevano paura di dirglielo, temendo la sua reazione. Ma lui aveva già capito: era una cosa grossa, «non è una gamba rotta, mettiamola così». E racconta di essere stato, per quanto possibile, sereno.
Dieci mesi in unità spinale
Dopo 15 giorni di neurorianimazione, il 23 agosto viene trasferito nell'unità spinale di Niguarda. Racconta quasi con gioia il passaggio: in rianimazione la luce è sempre accesa, i macchinari suonano di continuo e dormire è difficile. In unità spinale c'erano silenzio, buio la notte e perfino la televisione in camera.
Già dopo un paio di giorni lo mettono in carrozzina e gli fanno conoscere il reparto, i fisioterapisti e i terapisti occupazionali. Ha trovato persone a cui piaceva il proprio lavoro e che lo mettevano a suo agio. I dieci mesi, dice, sono stati buoni, con alti e bassi. I bassi sono arrivati verso la fine, quando gli amici del reparto venivano dimessi e lui era stanco di stare dentro.
In reparto nasce un piccolo gruppo di cinque o sei persone, con storie e incidenti diversi, unite dalla voglia di ridere. Su tutti c'è Valerio, il compagno di stanza: all'inizio, vedendo i capelli bianchi, Jacopo temeva un altro compagno anziano, poi scopre che ha 48 anni ed è un infermiere di pronto soccorso. Lo aiuta a capire il linguaggio tecnico degli infermieri. Hanno condiviso la stanza per sei o sette mesi e sono rimasti amici. Il gruppo ha ancora una chat e si ritrova ogni tanto.
Una giornata tipo
La giornata in unità spinale era molto regolare. Il venerdì arrivava il programma della settimana successiva. Sveglia alle 7:30, colazione, terapia, igiene a letto, verso le 9:30 in carrozzina. Poi fisioterapia e terapia occupazionale, pranzo, un'altra attività nel pomeriggio, cena alle 18, terapia delle 20 e di nuovo a letto.
C'erano anche attività ricreative: pet therapy, tiro con l'arco, ping pong, bocce, cerbottana. Jacopo sceglieva il gaming. La riabilitazione, sottolineano i conduttori, non è solo motoria: serve a ricostruire una routine e a preparare il ritorno a casa. In terapia occupazionale si insegnava al caregiver come alzare e rimettere a letto la persona, come posizionarla e lavarla.
Videogiochi con gli occhi e con la bocca
Jacopo gioca a simulatori di guida e sparatutto. Il primo strumento che ha provato è l'eye tracker, che segue il movimento degli occhi: complicatissimo, dice. Oggi usa un joystick che si comanda con la bocca, soffiando e aspirando. È più difficile, ma «puoi fare qualsiasi cosa con il giusto oggetto, il giusto presidio». Anche con il joystick della carrozzina elettrica può comandare telefono e computer via Bluetooth.
Il sistema sanitario non gli copre questi strumenti. Essendo un infortunio sul lavoro, però, l'INAIL lo aiuta su prescrizione medica per presidi come carrozzina e sedia da doccia, e potrebbe aiutarlo anche per un computer. Lui intanto l'ha comprato da solo, perché voleva imparare. Anche il furgone attrezzato l'ha comprato lui, mentre l'allestimento su misura è stato sostenuto dall'INAIL.
Chi è rimasto uguale
Alla domanda su cosa non sia cambiato, Jacopo risponde senza esitare: «mi sento sempre Jacopo come prima». Sono cambiate la casa, il paese, il modo di affrontare le cose. Ma non il rapporto con la compagna e con la famiglia, che anzi si è rafforzato.
Anche la passione per i motori è rimasta. Continua a informarsi ogni giorno su moto e motori. Gli piacerebbe lavorare ancora in quell'ambiente, anche senza metterci le mani, in un posto «che puzza di benzina, perché per me è troppo bello». Racconta di essere tornato a salutare i colleghi in officina: temeva di stare male, invece è stato come se fosse passato un giorno. Sull'intelligenza artificiale come aiuto al lavoro è ancora "acerbo", ammette. Sta reimparando a usare il computer e pensa anche di tornare a studiare.
Il ritorno a casa, tutto da rifare
Jacopo viene dimesso il 27 maggio 2025. A questo punto la conversazione si sposta sull'assistenza domiciliare. Cristian Valeri racconta di essere stato contattato come case manager e di aver capito subito che la situazione era complessa. Al primo incontro gli dice: «Non ti preoccupare, dobbiamo rifare tutto». Precisa che non è colpa dei colleghi dell'ospedale. La collaborazione tra ospedale e territorio non è semplice, perché ogni casa e ogni paziente sono diversi.
«La prima cosa che ho chiesto a Jacopo è "Dove dormi?"», racconta Cristian. Sembra una domanda banale, ma non lo era. Jacopo dormiva su un materasso morbido, ci sprofondava e si svegliava con forti dolori a spalle e collo. L'assistenza domiciliare era stata attivata per una piccola lesione sacrale, risolta in fretta, ma mancava il presidio giusto. E ottenerlo richiede tempo: ricetta del fisiatra, preventivi delle aziende, invio all'INAIL, attesa della risposta. Circa un mese. Comprarlo da privati costerebbe diverse migliaia di euro, e intanto il disagio resta.
Anche altri presidi erano da cambiare: il sollevatore non era adatto, l'imbragatura per la doccia si inzuppava. E c'era il bagno. Jacopo e la sua famiglia avevano lasciato un bilocale di 60 metri quadrati, con gradini e un bagno stretto, per una casa più grande in un altro comune. Il nuovo bagno però era mansardato, progettato senza aver mai visto Jacopo. È servito un incontro con gli architetti per trovare una soluzione.
Cristian spiega che il lavoro infermieristico è prima di tutto programmazione dell'assistenza. Avrebbe potuto mettere un cerotto e andarsene, ma la sua etica professionale, dice, è un'altra.
Il caregiver giusto
La parte più difficile è stata trovare il caregiver. Il primo si è rivelato poco adatto. Secondo Cristian, per una situazione complessa «ci vuole una persona che ascolti in primis», che capisca e segua le indicazioni. Non si può lasciare tutto alla compagna di Jacopo, che è prima di tutto la sua compagna, e che deve occuparsi anche della loro bambina.
Jacopo aggiunge che mobilizzarlo è faticoso, anche con il sollevatore giusto. Serve una persona fisicamente in grado, che lavori in autonomia e che lo faccia «con passione, non farlo perché lo devo fare». Conta anche la compagnia: passare la giornata con qualcuno senza parlarsi è pesante, e lui non è abituato a stare in casa. Il caregiver attuale è presente 6 ore al giorno, dalle 9:30 alle 15:30. È una persona gentile e fidata, anche se le differenze di lingua rendono più difficile la comunicazione.
L'équipe e la psicologa
Intorno a Jacopo è stata costruita un'équipe dell'assistenza domiciliare integrata: l'infermiere, una fisioterapista, un OSS e una psicologa. Jacopo aveva già il supporto della psicologa di Niguarda, ogni due settimane, anche dopo la dimissione. Ma ha sentito il bisogno di una psicologa che venisse a casa una volta a settimana. Cristian spiega che essere presenti nel luogo in cui avviene l'assistenza fa cogliere cose che a distanza sfuggono. Il coordinamento con i distretti ha permesso a Jacopo di avere l'assistenza gratuita a cui ha diritto. Jacopo dice di non potersi lamentare di nulla e ringrazia l'équipe.
La famiglia e il ritorno al mondo reale
La figlia Marta, 4 anni, è il perno della casa. Vederla la prima volta in ospedale è stata una grande gioia. Lei e la compagna, dice Jacopo, sono state fondamentali per ciò che è diventato.
Il ritorno a casa, però, è stato duro. L'ospedale è una bolla: tutti nella stessa situazione, cure 24 ore su 24. «Io ho avuto due settimane di crisi totale», racconta. I weekend a casa durante il ricovero non preparano davvero: «quando ti ributti nel mondo, tra virgolette reale, è una botta». E aggiunge: «andare in giro e vedere tutti i posti dove non puoi andare è frustrante». Con le persone giuste accanto, però, tutto diventa più semplice.
Il suo consiglio a chi vive la stessa situazione è semplice: non mollare mai. «La vita è bella uguale, è diversa, è bella uguale». Viaggi, serate, concerti, stadio: con un po' di organizzazione e qualche telefonata per verificare l'accessibilità, dice, si può fare tutto. Anche registrare un podcast.
Cosa dice la scienza
Le lesioni midollari nel mondo
La scheda dell'OMS sulla lesione del midollo spinale (2024) stima che nel mondo circa 15,4 milioni di persone vivano con questa condizione. Le cause traumatiche sono le più frequenti: cadute, incidenti stradali, violenza, infortuni sul lavoro e nello sport. Le conseguenze vanno oltre la paralisi. L'OMS elenca complicanze come spasticità, dolore cronico, infezioni urinarie, lesioni da pressione, problemi respiratori, trombosi venosa profonda e osteoporosi. E ricorda che nel mondo la disoccupazione tra gli adulti con lesione midollare supera il 60%, un dato che dà peso al desiderio di Jacopo di tornare a lavorare.
Il primo anno dopo la dimissione
Uno studio statunitense su 951 persone con lesione midollare traumatica, seguite per un anno dopo la riabilitazione (DeJong e colleghi, Archives of Physical Medicine and Rehabilitation, 2013), ha trovato che il 36,2% è stato ricoverato di nuovo almeno una volta. Le cause più comuni erano problemi urinari, come le infezioni, respiratori, come la polmonite, e della pelle, come le lesioni da pressione. Chi aveva fatto più fisioterapia aveva meno probabilità di tornare in ospedale. Gli autori indicano come area da studiare l'educazione del paziente e le risorse disponibili sul territorio. È il periodo che Jacopo e la sua famiglia hanno appena attraversato.
Lesioni da pressione: un rischio costante
Una revisione sistematica con meta-analisi di 29 studi e oltre 82.000 persone con lesione midollare (Chen e colleghi, Journal of Wound, Ostomy and Continence Nursing, 2020) ha stimato un'incidenza complessiva di lesioni da pressione del 23%. Chi passa molte ore a letto o in carrozzina, senza sensibilità e senza possibilità di cambiare posizione da solo, è esposto a questo rischio ogni giorno. Per questo chiedere dove dorme una persona non è una domanda banale: materasso, cuscino e mobilizzazione sono parte della cura.
Il peso sui caregiver
Una meta-analisi di 23 studi sul carico dei caregiver di persone con lesione midollare (Keihanian e colleghi, Acta Neurologica Belgica, 2022) ha misurato un punteggio medio di carico assistenziale pari a 48,7, con risultati simili nei Paesi più e meno sviluppati. Gli autori parlano di un peso fisico, psicologico ed economico, spesso per tutta la vita, e chiedono servizi dedicati ai caregiver. È il motivo per cui, nell'episodio, si insiste perché la compagna di Jacopo non diventi la sua unica assistente.
Ausili: una questione di autonomia
Secondo l'OMS (scheda sulla tecnologia assistiva, 2024), più di 2,5 miliardi di persone nel mondo hanno bisogno di almeno un prodotto assistivo, e saranno 3,5 miliardi entro il 2050. L'accesso varia enormemente: dal 3% dei Paesi a basso reddito fino al 90% di quelli ad alto reddito. Carrozzine elettriche, joystick a bocca, eye tracker e sollevatori sono gli strumenti che, nella storia di Jacopo, fanno la differenza tra dipendere dagli altri per tutto e poter giocare, scrivere, uscire.
Le criticità reali
Il passaggio dall'ospedale a casa. Anche dopo un'ottima riabilitazione, a casa bisogna spesso ricominciare da capo: presidi, spazi, organizzazione. Il dialogo tra ospedale e territorio è ancora difficile.
I tempi dei presidi. Tra prescrizione, preventivi e autorizzazioni passano settimane. Nel frattempo la persona resta con un materasso o un sollevatore non adatti.
Case progettate senza la persona. Un bagno o un accesso pensati sulla carta, senza conoscere chi li userà, possono diventare un ostacolo invece che un aiuto.
Trovare un caregiver preparato. Servono forza fisica, competenza, capacità di ascolto e di relazione. Non è facile trovarle insieme, e spesso manca una formazione specifica.
Una domanda per riflettere. Se Jacopo non avesse avuto un infortunio sul lavoro coperto dall'INAIL, quanto sarebbe stato diverso il suo accesso agli ausili?
Cosa può cambiare
La storia di Jacopo suggerisce alcune strade. Preparare la dimissione insieme ai servizi territoriali, con una visita a casa prima del rientro. Coinvolgere chi progetta gli spazi solo dopo aver conosciuto la persona. Accorciare i tempi per ottenere i presidi essenziali, come i materassi antidecubito. Costruire intorno alla persona un'équipe domiciliare con infermiere, fisioterapista, OSS e psicologo, e formare i caregiver retribuiti. Sostenere la famiglia, perché il carico assistenziale non ricada solo su chi vive in casa. E, infine, rendere più accessibili i luoghi pubblici, perché uscire non sia una continua ricerca dei posti "dove si può andare".
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Conclusione
La storia di Jacopo Granata racconta un incidente che cambia tutto in un istante, ma anche ciò che resta: l'identità, la famiglia, gli amici, la passione per i motori. Mostra quanto conti una buona riabilitazione e quanto sia delicato il ritorno a casa, dove un materasso sbagliato, un bagno mal progettato o un caregiver non adatto pesano sulla vita di ogni giorno. Le prove scientifiche confermano che il primo anno dopo la dimissione è il più fragile, e che presidi adeguati, assistenza domiciliare e sostegno ai caregiver sono parte della cura. Il messaggio finale di Jacopo è semplice: la vita è diversa, ma è bella uguale.
→ Ascolta l'episodio 37 di Skeptical Health con Jacopo Granata per il racconto completo.
I dati chiave
- 15,4 milioni: le persone che nel mondo vivono con una lesione del midollo spinale (OMS, 2024)
- Oltre il 60%: il tasso di disoccupazione tra gli adulti con lesione midollare nel mondo (OMS, 2024)
- 36,2%: le persone con lesione midollare traumatica ricoverate di nuovo nel primo anno dopo la riabilitazione (DeJong et al., 2013)
- 23%: l'incidenza complessiva di lesioni da pressione nelle persone con lesione midollare (Chen et al., 2020)
- 2,5 miliardi: le persone che nel mondo hanno bisogno di almeno un prodotto assistivo (OMS, 2024)
- 10 mesi: il ricovero di Jacopo nell'unità spinale di Niguarda, dal 23 agosto 2024 al 27 maggio 2025
Takeaway
Prepara il rientro prima della dimissione. Chiedi che i servizi territoriali siano coinvolti in anticipo e che qualcuno veda la casa prima del ritorno.
Controlla i presidi di base. Materasso, cuscino, sollevatore e ausili per l'igiene devono essere adatti alla persona: sono la prima prevenzione delle lesioni da pressione.
Non lasciare tutto al familiare. Il caregiver di famiglia ha bisogno di aiuto: cerca un'équipe domiciliare e, se possibile, un supporto psicologico anche per chi assiste.
Informati sugli aiuti disponibili. In caso di infortunio sul lavoro l'INAIL può sostenere le spese per ausili e adattamenti: chiedi al medico le prescrizioni necessarie.
Domande frequenti
Cos'è un'unità spinale?
È un reparto specializzato nella cura e nella riabilitazione delle persone con lesione del midollo spinale. Oltre a fisioterapia e terapia occupazionale, prepara al ritorno a casa: routine quotidiana, uso degli ausili, formazione del caregiver. Nell'episodio 37 Jacopo Granata racconta i suoi dieci mesi nell'unità spinale dell'ospedale Niguarda di Milano.
Quante persone vivono con una lesione del midollo spinale?
Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, nel mondo circa 15,4 milioni di persone vivono con una lesione midollare. La maggior parte dei casi ha cause traumatiche, come cadute, incidenti stradali, violenza e infortuni sul lavoro o nello sport. Gli uomini sono colpiti più spesso delle donne.
Cosa succede dopo la dimissione per una lesione midollare?
Il primo anno a casa è delicato. In uno studio su 951 persone con lesione midollare traumatica, più di una su tre (36,2%) è stata ricoverata di nuovo almeno una volta nei 12 mesi successivi, soprattutto per infezioni urinarie, problemi respiratori e lesioni da pressione. Per questo contano presidi adeguati e un'assistenza domiciliare ben organizzata.
Come si usa un computer senza le mani?
Esistono ausili che permettono di controllare computer, telefono e console con gli occhi o con la bocca. Jacopo Granata racconta di usare un joystick che si comanda con la bocca, soffiando e aspirando, e di aver provato l'eye tracker, che segue il movimento degli occhi. Anche il joystick della carrozzina elettrica può collegarsi via Bluetooth ai dispositivi.
Chi paga gli ausili dopo un infortunio sul lavoro?
Nel caso di Jacopo Granata, che ha avuto l'incidente mentre andava al lavoro, l'INAIL ha sostenuto su prescrizione medica le spese per presidi come carrozzina, sedia da doccia e materasso antidecubito, e l'allestimento del furgone. L'acquisto del mezzo e del computer è rimasto a suo carico. I tempi, racconta, possono essere di circa un mese tra prescrizioni e preventivi.
Che caratteristiche deve avere un caregiver per una persona tetraplegica?
Secondo Jacopo Granata serve una persona fisicamente in grado di mobilizzarlo, attiva e proattiva, che sappia fare il lavoro e lo faccia 'con passione'. Conta anche la parte sociale: si passa insieme gran parte della giornata. Nell'episodio si sottolinea che il caregiver dovrebbe inserirsi in un'équipe con infermiere, fisioterapista, OSS e psicologa.
Fonti
- World Health Organization: Spinal cord injury, fact sheet (2024)
- DeJong G et al.: Rehospitalization in the first year of traumatic spinal cord injury after discharge from medical rehabilitation. Archives of Physical Medicine and Rehabilitation (2013)
- Chen HL et al.: Incidence of Pressure Injury in Individuals With Spinal Cord Injury: A Systematic Review and Meta-analysis. Journal of Wound, Ostomy and Continence Nursing (2020)
- Keihanian F et al.: Burden in caregivers of spinal cord injury patients: a systematic review and meta-analysis. Acta Neurologica Belgica (2022)
- World Health Organization: Assistive technology, fact sheet (2024)