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Tornare a Camminare dopo una Lesione al Midollo

Pietro Mortini racconta i tre anni del programma San Raffaele sulla neurostimolazione midollare: venti pazienti operati, criteri di selezione e limiti reali.

Tornare a Camminare dopo una Lesione al Midollo
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Pietro Mortini — Primario di Neurochirurgia, IRCCS San Raffaele

Ultimo aggiornamento: 2026-09-23

Quanto tempo hai?

Nel 1979, in un ospedale periferico degli Stati Uniti, un paziente con un danno midollare veniva trattato con elettrostimolazione per dolori postoperatori. Qualcuno notò che, oltre al dolore, erano migliorate le funzioni motorie. Lo racconta Pietro Mortini: «Purtroppo venne scritto su un giornale scientifico secondario che nessuno ebbe la bontà di leggere».

Quarantasette anni dopo, il primario di neurochirurgia dell'IRCCS San Raffaele racconta a Palazzo Lombardia, all'assemblea 2026 di AIOP Lombardia, cosa è successo a partire da quella nota dimenticata.


Che cosa viene impiantato

Mortini parte dalla descrizione più semplice possibile, e dichiara di farlo apposta: parla di un neurostimolatore «che da un punto di vista divulgativo posso identificare come banalmente un pacemaker». Un generatore di impulsi, collegato a uno strumento appiattito in silicone che viene inserito chirurgicamente sopra il midollo spinale.

L'intervento, precisa, non è particolarmente invasivo né particolarmente pericoloso, ma è molto tecnico dal punto di vista esecutivo. La ragione emerge più avanti: la piastrina porta 32 elettrodi e va posizionata con precisione millimetrica, con neurofisiologi presenti in sala operatoria che misurano le risposte elettrofisiologiche al variare della posizione.

Il paziente tipo ha una lesione a livello dorsale: paraplegia, paralisi degli arti inferiori, sensibilità assente o molto ridotta al di sotto del livello di lesione, con gli arti superiori intatti.


I numeri, tre anni dopo

Il programma è cominciato tre anni prima dell'intervista, passando per tutte le autorizzazioni dei comitati etici nazionali. Il percorso di ogni paziente è breve in sala e lungo dopo: quattro giorni di degenza in neurochirurgia, poi circa tre mesi di neuroriabilitazione intensiva.

I risultati che riferisce sono questi. Venti pazienti operati. In tutti e venti è stato ottenuto il mantenimento della stazione eretta. Diciannove riescono anche a deambulare con un ausilio, cioè con un deambulatore.

Il caso limite lo racconta con un dettaglio di cronaca: alcuni di quei pazienti avevano partecipato il giorno prima a una maratona inclusiva organizzata in città, aperta ad abili e disabili, e uno di loro, un ex atleta, aveva percorso 5 chilometri. Ma è attento a non farne il metro di giudizio: quello è il risultato punta di diamante, dice, mentre il paziente che performa meno percorre comunque autonomamente 700-800 metri, che definisce un percorso significativo.

E poi fa la cosa più importante dell'intervista, che è spostare il criterio.


Perché stare in piedi conta più dei metri

Al di là della quantificazione di quanti metri una persona riesce a percorrere, dice, quello che conta davvero è il mantenimento della stazione eretta. Perché il paziente non è più seduto nella sedia a rotelle.

Le ragioni che elenca sono due, e sono di ordine diverso.

La prima è clinica: stare seduti espone a piaghe da decubito e problemi infettivi della cute, le complicanze che accompagnano questi pazienti per tutta la vita.

La seconda è la vita quotidiana, e la descrive per gesti: prepararsi un caffè in casa propria, muoversi, raggiungere il frigorifero, farsi una doccia, prendere un ascensore. Aggiunge gli esempi dei suoi pazienti, chi riesce a tinteggiare una parete, chi lavora al computer appoggiato a un tavolo alto da bar. «Sono tutte queste cose che migliorano significativamente la qualità della vita.»

Per dire quanto sia grande il salto, ricorre alla storia dell'arte. La paraplegia, ricorda, è stata considerata per secoli una malattia totalmente incurabile, al punto che l'unica rappresentazione artistica che cita è quella di Masaccio nella Cappella Brancacci, a Santa Maria del Carmine a Firenze: gli arti di un paralitico, piegati e retratti, atrofici e piccoli. Due condizioni che rendono impossibile qualunque posizione che non sia quella seduta o sdraiata.


Il problema dentro il problema

C'è un effetto che compare prima di tutti gli altri, e Mortini lo descrive come il vero problema di questi pazienti: lo spasmo muscolare.

Lo spiega così: quando c'è una sezione del midollo, ci sono riflessi che non vengono più controllati dal cervello, e gli arti inferiori diventano di fatto separati dal cervello, da qui le scosse involontarie che chiunque conosca una persona in carrozzina ha visto.

Dice che il problema era risolto già nei primi tre pazienti: «La stimolazione elimina lo spasmo e alcuni di questi pazienti che avevano delle minime funzioni hanno ricominciato a avere un movimento». Da lì, aggiunge, comincia il processo riabilitativo.

È anche il tema del primo dei tre lavori pubblicati dal gruppo. Il 9 gennaio 2025 Science Translational Medicine ha pubblicato uno studio su due pazienti in cui una stimolazione epidurale ad alta frequenza, descritta come un blocco a kilohertz, riduceva rigidità e spasmi, rendendo accessibili protocolli riabilitativi per il cammino che prima la spasticità impediva.


Dove va l'elettrodo, e perché

Uno degli intervistatori, che è infermiere, chiede se si entri a T10 per portare l'elettrodo a T8. Mortini gli fa i complimenti per la domanda e poi la corregge, usando la correzione per dire qualcosa sul mestiere: «la risposta che le do le fa capire quanto empirica sia la medicina».

Il livello non è fisso: ogni paziente ne ha uno leggermente diverso, e generalmente si arriva intorno alla dodicesima o undicesima vertebra toracica. La ragione è che a quei livelli si trovano i centri che innervano le radici dei muscoli che controllano bacino e tronco, e il controllo del tronco è ciò che permette di restare in piedi.

Racconta anche di aver cambiato idea strada facendo: inizialmente pensavano di posizionare la piastrina più in basso, poi i risultati migliori si sono rivelati intorno alla T12.


Il rientro dei cervelli, e un laboratorio che non è un laboratorio

La tecnologia esiste dal 1979 ed è tuttora usata per il dolore cronico neuropatico. Quello che è cambiato, dice, sono gli stimolatori: oggi garantiti dodici anni e ricaricabili wireless, contro le batterie da sostituire ogni due anni di una volta.

A partire da alcune evidenze iniziali maturate soprattutto negli Stati Uniti, il San Raffaele ha deciso di fare quella che Mortini chiama un'operazione di rientro di cervelli. Con un finanziamento della propria università è stato creato un laboratorio congiunto con la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, i cui ingegneri hanno esperienza in bioingegneria e biorobotica ed erano in buona parte sparsi per il mondo. Oggi, aggiunge, sono ingegneri stranieri a venire a imparare da loro.

E poi smonta la parola. «Laboratorio» è un termine legale, è l'unico modo con cui due università possono avere fondi insieme. In realtà, dice, «non c'è più niente di sperimentale, è una grande palestra dove ci sono neurochirurghi, fisioterapisti, fisiatri, bioingegneri e un paziente». Tutti attorno costruiscono un programma riabilitativo su quella persona, e gli ingegneri modificano frequenza e intensità degli impulsi per ottenere il miglior risultato motorio, con studi cinematici a verificare i movimenti.

Il passo successivo che annuncia è formativo: una laurea magistrale dedicata, il cui programma è già in stesura, per creare figure con una laurea in neurobioingegneria. Sul respiro complessivo non fa sconti, prima che il programma possa dirsi concluso, stima, ci vorranno venticinque anni.


La selezione, e il rifiuto di dare false speranze

Le richieste arrivate dall'Italia e dall'estero sono circa 1.800. I pazienti operati sono venti. La differenza tra i due numeri è la parte dell'intervista in cui Mortini è più netto.

I criteri che elenca sono questi: il livello della lesione; la presenza, all'elettromiografia, di funzioni ancora integre per la muscolatura degli arti inferiori; criteri di peso; assenza di disturbi psichiatrici.

Su quest'ultimo punto dà una motivazione clinica precisa, non prudenziale: non riescono a gestire pazienti con tentativi di suicidio alle spalle perché la stimolazione cambia la percezione corporea, e il paziente prova sensazioni diverse da quelle che ha avuto per tutta la vita. È una ragione che vale la pena capire, perché spiega che l'esclusione non è una diffidenza ma un effetto atteso del trattamento.

Sull'obesità è altrettanto pratico: chi è francamente obeso non riesce a sostenere il proprio peso in stazione eretta con la motricità disponibile. Racconta che qualche paziente è stato fatto dimagrire di venti chili prima di essere operato, e che poi ci è riuscito.

Il senso di tutto questo lo dichiara: i criteri sono strettissimi perché «noi non vogliamo dare delle false speranze, vogliamo dare dei risultati che siano tangibili».

E c'è un limite temporale, l'attesa di almeno un anno dal trauma. La ragione non è organizzativa ma metodologica: la letteratura descrive forme di recupero naturale in quel primo anno, e un intervento innovativo non può inserirsi in una fase in cui potrebbe bloccarle. «Lasciamo che la malattia abbia la sua storia naturale, dopo un anno interveniamo.»


Quello che non fa

Alla domanda implicita su cosa manchi, risponde da solo: al momento non ci sono risultati sulle funzioni della vescica.

Definisce la tecnologia attuale estremamente sicura, e argomenta perché, cioè che i dati risalgono al 1979, ma efficace limitatamente al controllo delle funzioni motorie. Per la vescica servirebbe una soluzione diversa, a cui stanno lavorando. Poi si ferma: «È molto prematuro, non posso dire ai pazienti che siamo già in condizione di arruolarli».

È una frase che, in un'intervista su una terapia che fa notizia, pesa quanto tutti i risultati citati prima.


La squadra, spiegata con una barca a vela

La domanda più personale, cosa si prova a rimettere in piedi una persona che non avrebbe mai potuto, riceve una risposta che comincia con un'ammissione e finisce con un'analogia.

L'ammissione: i primi risultati hanno lasciato impressionati anche loro. Subito dopo il freno: non bisogna mai cedere alle emozioni.

L'analogia è la barca a vela. In barca comanda chi sta al timone, dice, e non perché sia gerarchicamente superiore: perché ha l'obbligo di portare equipaggio e barca nella direzione giusta. Ricorda che in ambiente militare si mettono gli ufficiali più alti in grado a fare i prodieri e il sottufficiale al timone.

Poi la trasposizione al proprio lavoro, che è la parte più onesta: da neurochirurgo è abituato a gestire i problemi dei suoi specializzandi, e qui si trova a gestire quelli di ingegneri, fisiatri e fisioterapisti. Cominci a parlare una lingua diversa, dice, e ti rendi conto che «tutto quello che hai imparato prima va messo al servizio del gruppo perché se non lo fai naufraga».

L'immagine che sceglie per la squadra è la migliore dell'intervista: quattro calciatori, tre tennisti, due pallavolisti e due giocatori di basket che adesso giocano tutti insieme a uno sport che prima non esisteva.

E ne ricava una tesi generale sulla medicina: tutti i grandi passi avanti, sostiene, li hanno compiuti medici che guardavano fuori dal proprio frame culturale.


Le critiche, i soldi, la riproducibilità

Tre passaggi brevi che vale la pena non perdere.

Sulle critiche. Racconta di aver subito qualche attacco sulla stampa e di averlo ignorato, decidendo con i collaboratori di non iniziare battibecchi che non portano da nessuna parte, perché il tempo è galantuomo e i risultati erano in mano loro. Chiude con una nota asciutta: le stesse persone che li avevano criticati, nelle aule di quello stesso edificio della Regione, hanno poi fatto loro i complimenti.

Sui soldi. L'osservazione più amara arriva di sfuggita, mentre parla della responsabilità di guidare un gruppo: ci sono risorse enormi in gioco, e in un momento in cui i paesi immaginano di spendere il 3%, la Polonia il 6%, per gli armamenti, «nessuno spenderà una lira per questi pazienti, quindi devi trovare i soldi per queste cose».

Sulla riproducibilità. Alla domanda su dove si sarà tra dieci anni, prima di rispondere fa un bilancio del passato: tantissimi studi sulle cellule staminali, tantissimi sulle cellule olfattorie, nessun risultato. Li ha vissuti tutti dal 2005, dice, avendo accesso anche a dati non scientifici di ogni tipo. Il problema è sempre stato lo stesso: non c'è riproducibilità della cura. E formula il criterio che usa per distinguere: «Il principio più importante che c'è in medicina è quello della riproducibilità della cura», bisogna riuscire a fare la stessa cura in tanti pazienti e in tanti posti diversi. Con la neurostimolazione, sostiene, quella riproducibilità c'è.

Sul futuro prossimo indica due direzioni concrete: convincere le aziende produttrici a dare accesso diretto per modificare i programmi di stimolazione, e l'idea, che dice emergere nel mondo, di applicare la neurostimolazione ad altre parti del sistema nervoso centrale. Ai pazienti giovani consiglia di accettare l'intervento con i limiti attuali, perché la neurostimolazione li porterà a poter fare interventi successivi.


Cosa è successo dopo questa intervista

L'intervista è stata registrata l'11 maggio 2026 e pubblicata il 1º giugno. Vale la pena aggiornare il quadro, perché nel frattempo il gruppo ha pubblicato.

Il 7 settembre 2026 la rivista Med del gruppo Cell Press ha pubblicato il lavoro del MINE Laboratory, il laboratorio congiunto tra Università Vita-Salute San Raffaele e Scuola Superiore Sant'Anna che Mortini descrive nell'intervista, su quattro pazienti con lesione midollare funzionalmente completa (AIS A o B) di livello T4-T7, quindi un quadro più grave di quelli discussi qui.

L'elemento nuovo è il controllo: una lieve estensione volontaria del tronco, di circa nove gradi, modula l'effetto della stimolazione e permette al paziente di comandare il proprio passo, camminando con il deambulatore senza assistenza manuale né sistemi di sospensione del peso. Tutti e quattro i partecipanti sono passati da 0 a 9 nella scala Wisci II; uno ha percorso 132 metri consecutivi in 42 minuti; tre hanno raggiunto l'equilibrio in stazione eretta con una sola mano d'appoggio.

Sono numeri piccoli in assoluto, e vanno letti per quello che sono: quattro persone con una lesione completa che prima non si alzavano.


Il punto

L'intervista si può riassumere in due cifre messe una accanto all'altra: 1.800 richieste, 20 pazienti operati.

Tutto il resto, i criteri di selezione dichiarati uno per uno, il rifiuto di parlare della vescica, l'anno di attesa obbligatorio, il criterio della riproducibilità usato per liquidare vent'anni di annunci sulle staminali, serve a spiegare quella differenza senza nasconderla.

È l'atteggiamento che rende credibile il resto. Perché la frase che chiunque, in questo campo, vorrebbe sentirsi dire, «si può tornare a camminare», vale qualcosa solo se chi la pronuncia è disposto a elencare, con la stessa precisione, tutte le persone a cui non è in grado di dirla.

Guarda l'intervento completo con il professor Pietro Mortini, registrato all'assemblea 2026 di AIOP Lombardia in Palazzo Lombardia. La conversazione prosegue con Sandro Iannaccone sulla riabilitazione dopo l'impianto, registrata lo stesso giorno.


I numeri citati nell'intervento

  1. 20 pazienti operati in tre anni di programma.
  2. 20 su 20 con mantenimento della stazione eretta; 19 su 20 in grado di deambulare con un ausilio.
  3. 5 km percorsi dal paziente con il risultato migliore, un ex atleta, in una maratona inclusiva; 700-800 metri per chi performa meno.
  4. 32 elettrodi sulla piastrina impiantata, posizionata intorno alla T11-T12 con precisione millimetrica.
  5. 4 giorni di degenza in neurochirurgia, poi ~3 mesi di neuroriabilitazione intensiva.
  6. Almeno 1 anno dal trauma come requisito di accesso.
  7. ~1.800 richieste ricevute dall'Italia e dall'estero.
  8. 1979: l'osservazione statunitense da cui parte tutto, pubblicata su una rivista secondaria.
  9. 12 anni di durata garantita degli stimolatori attuali, ricaricabili wireless.
  10. ~25 anni la durata stimata dell'intero programma.
  11. Aggiornamento (settembre 2026): 4 pazienti con lesione completa, Wisci II da 0 a 9, 132 metri consecutivi, controllo tramite 9 gradi di estensione del tronco.

Takeaway

  • Il risultato che conta clinicamente non è il numero di metri percorsi, ma il recupero della stazione eretta: riduce il rischio di piaghe da decubito e restituisce i gesti di casa.
  • I criteri di esclusione hanno ragioni cliniche precise, la stimolazione altera la percezione corporea, e il peso va sostenuto da una muscolatura che non c'è.
  • L'attesa di un anno dal trauma non è burocrazia: serve a non interferire con il recupero naturale.
  • Sulla vescica non ci sono risultati. Chi valuta questa terapia dovrebbe saperlo prima, non dopo.
  • Il criterio con cui distinguere un annuncio da una terapia è la riproducibilità: la stessa cura, ottenuta da équipe diverse in posti diversi.

Domande frequenti

Che cos'è il neurostimolatore midollare?

Mortini lo descrive in modo divulgativo come un pacemaker: un generatore di impulsi collegato a una piastrina di silicone con 32 elettrodi, inserita chirurgicamente in una posizione precisa sopra il midollo spinale. L'intervento non è particolarmente invasivo né pericoloso, ma è molto tecnico: gli elettrodi vanno posizionati con precisione millimetrica, con neurofisiologi in sala operatoria che misurano le risposte.

Quali risultati sono stati ottenuti finora?

Su venti pazienti operati, tutti hanno recuperato il mantenimento della stazione eretta e diciannove riescono a deambulare con un ausilio. Il risultato migliore riferito è un ex atleta che ha percorso 5 km in una maratona inclusiva; chi performa meno percorre autonomamente 700-800 metri.

Chi può essere operato?

I criteri sono stretti: lesione dorsale con paraplegia, almeno un anno dal trauma, funzioni residue rilevabili all'elettromiografia negli arti inferiori, criteri di peso, assenza di disturbi psichiatrici. L'obesità franca è un'esclusione perché impedisce di sostenere il peso in stazione eretta; alcuni pazienti sono stati fatti dimagrire di venti chili prima dell'intervento.

Perché bisogna aspettare un anno dal trauma?

Perché la letteratura descrive forme di recupero naturale nel primo anno, e un intervento innovativo non può inserirsi in una fase in cui rischierebbe di bloccarlo. Dopo dodici mesi, spiega Mortini, si sa che il quadro è avviato alla cronicità.

La neurostimolazione risolve anche i problemi della vescica?

No. Al momento l'efficacia riguarda le funzioni motorie. Per le funzioni vescicali servirebbe un tipo di soluzione diverso, su cui l'équipe sta lavorando, ma l'ospite dice esplicitamente che è prematuro e che non può dire ai pazienti di essere pronti ad arruolarli.

È una cura a pagamento?

No: viene indicata come terapia offerta anche dal Servizio Sanitario Nazionale. L'ospite sottolinea perché conta, chi subisce una lesione midollare subisce anche una forte riduzione del reddito e in molti casi non potrebbe accedere privatamente alle cure.

Fonti

  1. Science Translational Medicine (9 gennaio 2025): High-frequency epidural electrical stimulation reduces spasticity and facilitates walking recovery in patients with spinal cord injury: due pazienti, blocco ad alta frequenza contro la spasticità
  2. Med, Cell Press (maggio 2025): Epidural electrical stimulation facilitates motor recovery in spinal cord injury involving the conus medullaris: A case study
  3. Scuola Superiore Sant'Anna, comunicato sullo studio pubblicato su Med, Cell Press (7 settembre 2026): quattro pazienti con lesione midollare completa (AIS A/B, T4-T7) camminano con stimolazione controllata dall'estensione del tronco: Wisci II da 0 a 9, fino a 132 metri consecutivi
  4. Scuola Superiore Sant'Anna: il laboratorio congiunto con l'Università Vita-Salute San Raffaele e il gruppo coordinato da Silvestro Micera
  5. Skeptical Health on tour x Assemblea AIOP Lombardia 2026: #2 Tornare a Camminare dopo una Lesione al Midollo, con Pietro Mortini (2026)
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