Ragazzi on the Road: Educazione Sanitaria e Crescita Sociale
Alessandro Invernici racconta Ragazzi On the Road: 1.500 giovani tra 16 e 20 anni su ambulanze e pattuglie, senza smartphone, per imparare dalla realtà.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Alessandro Invernici — Co-founder Ragazzi on the Road
Ultimo aggiornamento: 2026-09-24
Quanto tempo hai?
Il volontariato può cambiare la vita di un ragazzo? Cristian Valeri e Guido Magrin lo chiedono ad Alessandro Invernici, giornalista, fondatore e vicepresidente di Ragazzi On the Road. Dal 2006 l'associazione porta giovani tra i 16 e i 20 anni su ambulanze, pattuglie e centrali operative, senza smartphone, per vivere da vicino il soccorso, la sicurezza e la legalità. Il tema conta perché gli incidenti stradali colpiscono soprattutto i giovani, mentre il volontariato fatica a coinvolgerli.
Cosa emerge dall'episodio
Da un incidente a un progetto. Tutto nasce dall'esperienza di Invernici come cronista alle prime armi, mandato sull'ennesimo incidente stradale. «Da questo scontro è nato l'incontro con un agente di polizia locale», racconta. Il progetto parte nel 2006 in Val Seriana, in provincia di Bergamo. Oggi l'associazione lavora con circa 150 comuni e ha coinvolto circa 1.500 ragazzi.
Adrenalina, emozioni e niente cellulare. Il segreto per coinvolgere i ragazzi, secondo Invernici, è «l'adrenalina, che è un po' quella che sta perdendo la nostra società d'oggi». I giovani salgono sui mezzi di soccorso o entrano in centrale operativa, sempre formati, assicurati e accompagnati da psicologi e formatori, anche grazie alla collaborazione con AREU. Il cellulare si spegne e si consegna, e qualcuno a fine esperienza si è perfino dimenticato di ritirarlo.
Ragazzi che educano ragazzi. Chi ha vissuto il progetto può restare come volontario e diventare formatore, perché si è più credibili «quando i ragazzi ascoltano i ragazzi». L'approccio è diretto: «È uno schianto con la realtà, altro che comfort zone». Può capitare di non dormire la notte dopo un intervento, ma l'esperienza resta.
Chi arriva e chi resta. Nell'ultima edizione hanno partecipato circa 250 ragazzi, e circa il 75% è rimasto nell'associazione. Arrivano richieste da ragazzi, mamme, insegnanti e servizi sociali, e sempre più spesso partecipano anche ragazzi in messa alla prova. All'inizio dicono di essere lì perché costretti, poi spesso sono quelli che si affezionano di più. C'è chi poi sceglie di diventare agente, vigile del fuoco, infermiere o medico.
Una vita salvata a Bormio. Dopo una gara di sci, una giovane donna va in arresto cardiaco. La comandante della polizia locale interviene subito, poi i sanitari di AREU con il defibrillatore la salvano. I ragazzi di On the Road aiutano ad allontanare le persone per far passare i soccorsi. Sembrano piccole cose, dice Invernici, ma lì ti senti utile per gli altri. L'associazione forma i ragazzi anche all'uso del defibrillatore.
Il contesto in breve
Secondo l'OMS, ogni anno nel mondo circa 1,16 milioni di persone muoiono sulle strade, e gli incidenti sono la prima causa di morte tra i 5 e i 29 anni; chi usa il cellulare alla guida ha circa 4 volte più probabilità di essere coinvolto in un incidente. Secondo l'ISTAT, nel 2024 in Italia ci sono stati 3.030 morti, con la classe di età più colpita tra i 20 e i 24 anni, e i morti tra i 15 e i 17 anni sono passati da 51 a 80. Una dichiarazione scientifica pubblicata su Circulation nel 2023 mostra che i ragazzi sono molto motivati a imparare la rianimazione e diventano "moltiplicatori" per i coetanei. Una revisione pubblicata su Circulation nel 2017 indica che, quando il defibrillatore lo usano le persone presenti sul posto, la sopravvivenza alla dimissione ha una mediana del 53%.
Da portare a casa
- Metti via il telefono, alla guida e sulla scena: davanti a un'emergenza chiama il 112 e fai spazio ai soccorsi.
- Impara il primo soccorso: rianimazione e defibrillatore possono servire a chiunque, a ogni età.
- Se hai tra i 16 e i 20 anni, prova il volontariato: un'esperienza accompagnata può aiutarti a capire cosa vuoi fare.
Il volontariato può cambiare la vita di un ragazzo? Cristian Valeri e Guido Magrin lo chiedono ad Alessandro Invernici, giornalista, fondatore e vicepresidente di Ragazzi On the Road. Dal 2006 l'associazione porta giovani tra i 16 e i 20 anni su ambulanze, pattuglie e centrali operative, senza smartphone, per vivere la realtà del soccorso, della sicurezza e della legalità.
Perché il tema è urgente oggi
Gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per bambini e giovani tra i 5 e i 29 anni nel mondo, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità. In Italia, nel 2024, la classe di età con più vittime è stata quella tra i 20 e i 24 anni, e i morti tra i 15 e i 17 anni sono aumentati rispetto all'anno precedente.
Nello stesso tempo, il volontariato fatica a coinvolgere i giovani. Nel corso della puntata i conduttori ricordano le difficoltà di reclutamento degli ultimi anni, aggravate dal Covid, e la tendenza dei ragazzi a chiudersi nella propria zona di comfort. Capire come riavvicinarli alla realtà, e al soccorso, è una questione di salute pubblica.
Cosa emerge dall'episodio
Da un incidente di cronaca a un progetto
Alessandro Invernici si presenta con modestia: «io ho fatto gran poco, chi fa tanto e continua a fare tanto sono i protagonisti di questo progetto». Tutto nasce dalla sua esperienza di cronista alle prime armi, mandato sull'ennesimo incidente stradale. «Da questo scontro è nato l'incontro con un agente di polizia locale», racconta. Da lì la domanda: come rendere i ragazzi più consapevoli dei rischi della strada e, più in generale, della legalità?
Il progetto parte nel 2006 con la polizia locale dell'allora Consorzio di polizia municipale della Val Seriana, in provincia di Bergamo. Viene poi istituzionalizzato dal prefetto Andreana, che Invernici ricorda come una figura visionaria. Oggi l'associazione di promozione sociale Ragazzi On the Road lavora con circa 150 comuni, soprattutto nel Nord Italia, e ha coinvolto circa 1.500 ragazzi tra i 16 e i 20 anni. Il 2025 è il diciottesimo anno: il progetto diventa maggiorenne.
Perché i ragazzi dicono sì
Guido Magrin chiede quale sia il segreto per coinvolgere una generazione che, secondo molti, non vuole più mettersi in gioco. La risposta di Invernici è netta: «credo l'adrenalina, che è un po' quella che sta perdendo la nostra società d'oggi». E le emozioni. Un attimo prima un ragazzo potrebbe essere il curioso che, davanti a un incidente, tira fuori il cellulare per fare foto e video. Con On the Road, invece, scende da un mezzo di soccorso, entra in shock room o in centrale operativa, sempre formato, assicurato e accompagnato da un'équipe educativa con psicologi e formatori.
Fondamentale è la collaborazione con AREU, l'Agenzia regionale emergenza urgenza della Lombardia. I ragazzi possono vivere anche la sala operativa e il numero unico di emergenza 112, nel rispetto del segreto d'ufficio e di protocolli molto rigidi.
Senza smartphone
C'è una regola che stupisce chi ascolta: il cellulare si spegne e si consegna. «Togliere un cellulare, uno smartphone oggi ad un giovane è impossibile: da noi è possibile, anzi da noi è richiesto», dice Invernici. E racconta, sorridendo, che qualche ragazzo a fine esperienza si è perfino dimenticato di ritirarlo.
Ragazzi che educano ragazzi
Chi ha vissuto il progetto può restare nell'associazione come volontario e diventare, a sua volta, formatore e accompagnatore. Così si trova «il diciottenne che educa il diciassettenne». Per Invernici è un messaggio potente, perché si è più credibili «quando i ragazzi ascoltano i ragazzi». E l'ultimo arrivato spesso trasmette un entusiasmo che chi ha più esperienza rischia di perdere.
L'approccio è diretto. «È uno schianto con la realtà, altro che comfort zone», dice. Può capitare di tornare a casa e non dormire la notte dopo aver sentito le urla di una madre davanti al figlio senza vita sotto una moto, magari per un messaggio mandato alla guida. È forte, riconosce, ma resta. Guido Magrin nota che è l'opposto del volontariato tradizionale, dove prima si viene formati con gradualità e solo dopo si arriva all'impatto.
Le persone che hanno aperto le porte
Invernici racconta che bussare in prefettura, quasi 18 anni fa, per chiedere di portare ragazzi in pattuglia poteva finire con un "bella idea, ma non se ne fa nulla". Invece oggi sono le università a chiedere di collaborare, con tirocini e scambi con atenei come l'Università di Bergamo e l'Università Cattolica di Milano. L'associazione è stata invitata anche a un forum a Seul, in Corea del Sud.
Nell'ambito sanitario, tutto è iniziato all'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo grazie a un frate, fra Mauro Mariani, soprannominato "fra Rod", che guida le ambulanze e assiste i malati nei reparti più difficili. Poi è arrivato il sì di Alberto Zoli, allora direttore generale di AREU. I ragazzi hanno potuto volare anche in elisoccorso dalla base di Bergamo. Non è un giro in elicottero, avverte Invernici: all'andata l'emozione, al ritorno magari sei accanto a un paziente tra la vita e la morte, mentre il rianimatore prova a salvarlo.
Chi arriva e chi resta
Nell'ultima edizione hanno partecipato circa 250 ragazzi, e circa il 75% è rimasto nell'associazione, con punte dell'80%. Non si sale in tanti: un giovane per ambulanza, al massimo due per pattuglia.
Ogni settimana arrivano una cinquantina di richieste spontanee. Scrivono ragazzi appassionati di mezzi di soccorso, mamme, insegnanti che hanno conosciuto il progetto con i percorsi scuola-lavoro, curati d'oratorio, servizi sociali. Sempre più spesso partecipano anche ragazzi in messa alla prova o destinatari di un ammonimento del questore. All'inizio lo dicono chiaramente: «io sono qui perché sono stato costretto». Poi, racconta Invernici, sono spesso quelli che si affezionano di più. Non cambiano da un giorno all'altro, ma la consapevolezza acquisita li interroga. E c'è chi poi sceglie di diventare agente di polizia locale, vigile del fuoco, infermiere o medico.
Cristian Valeri collega questo dato al calo di giovani che scelgono consapevolmente professioni sanitarie. Racconta che a 19-20 anni, in reparto, ha vissuto situazioni che lo hanno segnato, un trauma ma positivo, e che esperienze accompagnate come queste possono fare la differenza.
Scuole, strada e istituzioni
L'associazione lavora soprattutto con le scuole secondarie di secondo grado. Molti ragazzi la conoscono per strada: i volontari con la pettorina gialla fermano i coetanei, chiedono "un minuto per la vita" e fanno scaricare l'app del 112. Invernici cita il protocollo messo a punto dalla prefettura di Varese come esempio nazionale e racconta di serate interforze in piazza in cui i giovani si avvicinano spontaneamente.
Le difficoltà non mancano: comuni o ospedali che non hanno mai sentito parlare del progetto, dubbi su prevenzione, sicurezza e privacy. Ci sono voluti 18 anni per arrivare fin qui, dice, e la strada è ancora lunga. Lo staff della direzione ha un'età media di 22 anni. Il presidente, Egidio Provenzi, nonostante difficoltà di deambulazione, segue il progetto a Jesolo, Rimini e Livigno insieme alla moglie. L'associazione guarda anche alle Olimpiadi invernali, ed è in dialogo con i ministeri: «noi non siamo gelosi del nostro format», dice Invernici, pronto a metterlo a disposizione del Paese. Tra i risultati che lo colpiscono di più c'è quello di «vedere un leader negativo che poi diviene leader positivo attraverso l'esperienza», anche in contesti con baby gang.
Anziani e ragazzi
Cristian Valeri propone di portare i ragazzi anche nelle strutture per anziani. Invernici risponde che non è ancora la loro missione, ma racconta che la sede dell'associazione si trova in una residenza per anziani autosufficienti a Bergamo. Lì il diciottenne arriva in monopattino e si ferma a parlare con l'anziano che gioca a bocce. Uno scambio tra generazioni che, spera, un domani potrebbe arrivare anche nelle case di riposo.
Il TSO e la realtà che non vediamo
Tra le esperienze più forti c'è stata quella del trattamento sanitario obbligatorio, vissuta con la polizia locale di Milano. Un tema di cui, osserva, non si parla mai. Invernici lo descrive come un prendersi cura in modo coatto, invasivo ma in molti casi efficace. Per un ragazzo di 16-19 anni capire che l'istituzione interviene per tutelare la salute di una persona non è scontato.
Da giornalista aggiunge una riflessione sul rapporto con le immagini: «noi siamo quasi assuefatti dalla realtà che non viviamo», scrollando notizie di morti e guerre sui social come se nulla fosse. Ricorda anche che, con il nuovo codice della strada, i dati sull'incidentalità sembrano migliorare, ma che non basta mai.
Una vita salvata a Bormio
La storia che chiude il racconto arriva da Bormio. Dopo una gara di sci alpino, una giovane donna di nemmeno 30 anni va in arresto cardiaco. La comandante della polizia locale, presente per altro, interviene subito. Poi arrivano i sanitari di AREU con il defibrillatore, e la ragazza si salva. I giovani di On the Road erano lì e hanno aiutato ad allontanare le persone per far passare ambulanza e automedica. Sembrano piccole cose, dice Invernici, ma lì ti senti protagonista, utile per gli altri, e «questa cosa è bellissima». L'associazione, grazie ad AREU e ad altre realtà, forma i ragazzi anche all'uso del defibrillatore.
In chiusura suggerisce come ospite Alberto Zoli, che avrebbe avuto la responsabilità del soccorso sanitario per le Olimpiadi invernali in Lombardia. E lascia un messaggio: «la vita è bella non perché lo dice un film, ma deve essere vissuta».
Cosa dice la scienza
Gli incidenti stradali e i giovani nel mondo
Secondo la scheda dell'Organizzazione mondiale della sanità sugli incidenti stradali, ogni anno nel mondo muoiono sulle strade circa 1,16 milioni di persone, e tra 20 e 50 milioni restano ferite, molte con una disabilità. Gli incidenti stradali sono la prima causa di morte tra i 5 e i 29 anni. Più della metà delle vittime sono utenti vulnerabili: pedoni, ciclisti e motociclisti. L'OMS segnala anche che chi usa il cellulare alla guida ha circa 4 volte più probabilità di essere coinvolto in un incidente. È lo scenario che Invernici descrive quando parla di ragazzi morti per una distrazione o un messaggio.
Cosa succede sulle strade italiane
Il rapporto ISTAT sugli incidenti stradali 2024 conta in Italia 3.030 morti, 233.853 feriti e 173.364 incidenti con lesioni. Le vittime tra i motociclisti sono salite a 830, il 13,1% in più rispetto al 2023. La classe di età con più vittime è quella tra i 20 e i 24 anni. Rispetto al 2023, i morti tra i 20 e i 29 anni sono aumentati del 23,9% e quelli tra i 15 e i 17 anni sono passati da 51 a 80. I feriti crescono soprattutto tra i 15 e i 17 anni (+15,7%) e tra i 18 e i 19 anni (+13,6%). Distrazione, mancata precedenza e velocità troppo elevata sono, insieme, il 37,8% dei comportamenti errati registrati. L'Italia resta al 19° posto in Europa per mortalità stradale.
Insegnare il primo soccorso ai ragazzi
La dichiarazione scientifica KIDS SAVE LIVES dell'International Liaison Committee on Resuscitation (Schroeder e colleghi, Circulation, 2023) ha raccolto le prove sull'insegnamento della rianimazione agli studenti. I ragazzi sono molto motivati a imparare. Già dai 4 anni i bambini riconoscono i primi passi della catena della sopravvivenza, e dai 10-12 anni riescono a fare compressioni toraciche efficaci sui manichini. La formazione ripetuta consolida le competenze nel tempo, e gli studenti diventano "moltiplicatori" che trasmettono quanto imparato ad altri. Gli autori raccomandano di combinare teoria e pratica e di usare anche strumenti social adatti all'età. Un approccio vicino a quello di On the Road, dove i ragazzi formati formano a loro volta i coetanei.
Il defibrillatore nelle mani di chi c'è
Una revisione sistematica di 41 studi osservazionali (Bækgaard e colleghi, Circulation, 2017) ha analizzato l'effetto dei defibrillatori di accesso pubblico sull'arresto cardiaco fuori dall'ospedale. Quando il defibrillatore viene usato prima dell'arrivo dei soccorsi, la sopravvivenza alla dimissione ha una mediana del 40%. Quando a usarlo sono persone presenti sul posto, non inviate dalla centrale, la mediana sale al 53%. La media generale di sopravvivenza dopo arresto cardiaco extraospedaliero, ricordano gli autori, resta sotto il 10%. È il senso della storia di Bormio: chi è presente e sa cosa fare cambia l'esito.
Le criticità reali
Coinvolgere i giovani è sempre più difficile. Dopo il Covid molte associazioni faticano a reclutare, e i luoghi di aggregazione si sono ridotti.
Il volontariato si scontra con il lavoro. Non tutti i datori di lavoro permettono di assentarsi per un'emergenza, e questo limita chi vorrebbe restare attivo.
Burocrazia e diffidenza. Sicurezza, privacy e responsabilità sono preoccupazioni legittime, ma possono bloccare progetti nuovi per anni.
Esperienze forti, da accompagnare. Vedere un incidente o un TSO lascia il segno. Senza un'équipe educativa e psicologica il rischio è che l'impatto resti solo un trauma.
Una domanda per riflettere. Se l'esperienza diretta accende vocazioni per le professioni sanitarie, quanto spazio dovrebbe avere nella scuola, accanto alla teoria?
Cosa può cambiare
L'episodio suggerisce alcune direzioni. Portare nelle scuole esperienze pratiche e accompagnate, non solo lezioni teoriche. Diffondere la formazione al primo soccorso e all'uso del defibrillatore, come raccomanda la comunità scientifica internazionale. Valorizzare l'educazione tra pari, in cui i ragazzi più grandi formano i più giovani. Costruire protocolli con prefetture, comuni, aziende sanitarie e forze dell'ordine, sul modello di quelli già sperimentati. E favorire gli scambi tra generazioni, portando i giovani anche nei luoghi della fragilità.
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Conclusione
Alessandro Invernici racconta un progetto nato da un incidente di cronaca e cresciuto in 18 anni fino a coinvolgere 1.500 ragazzi e 150 comuni. La sua idea è semplice: togliere il filtro dello smartphone e far vivere ai giovani la realtà del soccorso, accompagnati da professionisti ed educatori. Chi entra, spesso resta, e a volte trova la propria strada. I dati sugli incidenti stradali tra i giovani e le prove sulla formazione al primo soccorso mostrano quanto questo tipo di educazione sia utile, per i ragazzi e per chi potrebbero salvare.
→ Ascolta l'episodio 3 di Skeptical Health con Alessandro Invernici per il racconto completo.
I dati chiave
- Circa 1.500 ragazzi e 150 comuni: il bilancio di Ragazzi On the Road dal 2006, secondo Alessandro Invernici
- 75-80%: la quota di partecipanti che resta nell'associazione dopo l'esperienza, secondo quanto riferito in puntata
- 5-29 anni: la fascia di età in cui gli incidenti stradali sono la prima causa di morte nel mondo (OMS)
- 3.030: i morti in incidenti stradali in Italia nel 2024 (ISTAT)
- Da 51 a 80: le vittime tra i 15 e i 17 anni in Italia tra il 2023 e il 2024 (ISTAT)
- 53%: la sopravvivenza mediana quando il defibrillatore è usato da persone presenti sul posto (Bækgaard et al., 2017)
Takeaway
Metti via il telefono, alla guida e sulla scena. Alla guida quadruplica il rischio di incidente. Davanti a un'emergenza, filmare non aiuta: chiamare il 112 e fare spazio ai soccorsi sì.
Impara il primo soccorso. Un corso di rianimazione e uso del defibrillatore può servire a chiunque, a ogni età.
Se hai tra i 16 e i 20 anni, prova il volontariato. Un'esperienza accompagnata nel soccorso può aiutarti a capire cosa vuoi fare da grande.
Per genitori e insegnanti: cerca esperienze pratiche. Progetti accompagnati da professionisti ed educatori possono insegnare più di molte lezioni teoriche.
Domande frequenti
Cos'è Ragazzi On the Road?
È un'associazione di promozione sociale nata nel 2006 in provincia di Bergamo. Porta ragazzi tra i 16 e i 20 anni a vivere esperienze reali accanto a polizia locale, forze dell'ordine, soccorritori e operatori sanitari, con un'équipe educativa. Secondo il vicepresidente Alessandro Invernici, ha coinvolto circa 1.500 giovani in circa 150 comuni, soprattutto nel Nord Italia.
Come funziona l'esperienza sui mezzi di soccorso?
I ragazzi, formati, assicurati e accompagnati, salgono su ambulanze, pattuglie o in centrale operativa, rispettando il segreto d'ufficio e protocolli rigidi. Nell'episodio Alessandro Invernici spiega che si sale al massimo uno per ambulanza e due per pattuglia, e che lo smartphone va spento e consegnato prima di iniziare.
Qual è la prima causa di morte tra i giovani?
Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per bambini e giovani tra i 5 e i 29 anni. Ogni anno nel mondo muoiono sulle strade circa 1,16 milioni di persone. In Italia, secondo l'ISTAT, nel 2024 la classe di età con più vittime è stata quella tra i 20 e i 24 anni.
Usare il cellulare alla guida aumenta il rischio di incidente?
Sì. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, chi usa il cellulare mentre guida ha circa 4 volte più probabilità di essere coinvolto in un incidente. In Italia, secondo l'ISTAT, distrazione, mancata precedenza e velocità troppo elevata sono insieme il 37,8% dei comportamenti errati registrati negli incidenti del 2024.
I ragazzi possono imparare a rianimare e usare un defibrillatore?
Sì. Secondo la dichiarazione scientifica KIDS SAVE LIVES dell'International Liaison Committee on Resuscitation (2023), gli studenti sono molto motivati a imparare il primo soccorso, e dai 10-12 anni riescono a fare compressioni efficaci sui manichini. La formazione ripetuta consolida le competenze. Ragazzi On the Road forma i giovani anche all'uso del defibrillatore.
Quanto conta il defibrillatore usato da chi è presente?
Molto. Una revisione sistematica di 41 studi pubblicata su Circulation nel 2017 ha trovato che, quando un defibrillatore di accesso pubblico viene usato da persone presenti sul posto, la sopravvivenza alla dimissione dopo arresto cardiaco extraospedaliero ha una mediana del 53%. Nell'episodio Alessandro Invernici racconta un caso di questo tipo a Bormio.
Fonti
- World Health Organization: Road traffic injuries, fact sheet (2026)
- ISTAT: Incidenti stradali, anno 2024 (2025)
- Schroeder DC et al.: KIDS SAVE LIVES: Basic Life Support Education for Schoolchildren. A Narrative Review and Scientific Statement From the International Liaison Committee on Resuscitation. Circulation (2023)
- Bækgaard JS et al.: The Effects of Public Access Defibrillation on Survival After Out-of-Hospital Cardiac Arrest: A Systematic Review of Observational Studies. Circulation (2017)