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Galileo si Rivolta: Come Abbiamo Creato i Complottisti in Sanità

Lorenzo Guzzetti torna a Skeptical Health: come la comunicazione del Covid ha alimentato i complottisti, e poi personale, regole vecchie e liste d'attesa.

Galileo si Rivolta: Come Abbiamo Creato i Complottisti in Sanità
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Lorenzo Guzzetti — Esperto comunicazione scientifica

Ultimo aggiornamento: 2026-09-24

Quanto tempo hai?

«Galileo Galilei stava dormendo, bello morto, si è ribaltato nella tomba». Con questa immagine Lorenzo Guzzetti apre la sua riflessione sul Covid e sul complottismo. Consulente in ambito sociosanitario, ex sindaco di Uboldo e formatore, torna a Skeptical Health con Cristian Valeri e Guido Magrin per rispondere ai commenti del pubblico. Si parla di come si lavora in sanità, di personale che manca, di regole vecchie, di tecnologie e di liste d'attesa. E di una tesi netta: i complottisti in sanità, dice, li abbiamo creati noi.


Perché il tema è urgente oggi

La pandemia ha lasciato un segno sulla fiducia nella scienza e nelle istituzioni sanitarie. Sui social, sotto ogni video che parla di salute, compaiono commenti su case farmaceutiche onnipotenti, malattie inventate e vaccini pericolosi. Allo stesso tempo il sistema sociosanitario fatica a trovare infermieri, operatori e medici, e le liste d'attesa restano uno dei problemi più sentiti dai cittadini.

Sono temi collegati. Un sistema che comunica male perde credibilità. Un sistema che non attira giovani perde qualità. E un sistema che perde fiducia fa più fatica a far accettare le proprie scelte. Questo episodio prova a tenerli insieme.


Cosa emerge dall'episodio

Lorenzo Guzzetti è già stato ospite del podcast più volte. Ha iniziato a lavorare in sanità dalla corsia, in cooperativa. Ha una laurea in scienze politiche e per dieci anni è stato sindaco di un comune di circa 10.000 abitanti. Oggi si occupa di gestione di strutture residenziali e sociosanitarie, in particolare RSD, le residenze per persone con disabilità. La puntata nasce dai commenti ricevuti sui video precedenti.

Come si arriva a lavorare in sanità

Il primo commento è una battuta: se studiamo, diventiamo come te? Guzzetti risponde sul serio. Per la parte amministrativa e manageriale non serve un titolo specifico: si può partire da economia, scienze politiche o giurisprudenza. Serve però una base di diritto, perché il settore è super normato e ogni regione ha le sue regole. Poi ci sono i master per chi vuole fare carriera direttiva.

Il suo consiglio è partire dal basso, dalle cooperative o dalle realtà che forniscono servizi alle strutture. Chi vuole gestire la sanità deve sapere cosa fanno un ASA, un OSS, un infermiere, un educatore, un fisioterapista. Difende anche le cooperative: molte lavorano bene e si prendono cura dei lavoratori, altre meno, come le aziende.

Il personale che manca

Sulla carenza di personale Guzzetti è diretto. In Parlamento si dice che mancano migliaia di infermieri e medici, ma la realtà è che «non li fai innanzitutto in catena di montaggio»: servono anni per formarli. Le scuole superiori, secondo lui, dovrebbero far conoscere questi lavori ai ragazzi, perché le iscrizioni ai corsi di infermieristica e ai corsi per ASA e OSS sono calate molto.

Perché i giovani non scelgono la sanità? Il mondo del lavoro è cambiato: oggi si può lavorare da casa, con meno responsabilità e guadagni simili o maggiori. Molti arrivano a queste professioni per caso, dopo il volontariato in ambulanza o grazie a un familiare. Sugli stipendi, i commenti del pubblico hanno indicato cifre come 2.500 euro al mese per un infermiere, 2.000 per un OSS, 3.500 per un medico. In studio si ricorda l'intervento di Luca Degani sul welfare aziendale. Guzzetti indica due strade: incentivare il welfare aziendale, che è detassato, e rivedere le regole.

Regole vecchie e continuità assistenziale

Il punto su cui insiste di più sono le regole. «Stiamo andando avanti a curare le persone, a curare i pazienti con regole scritte all'inizio degli anni 2000», dice. Nel frattempo sono cambiati i bisogni dei pazienti e il mercato del lavoro. Cita dati sul turnover: una larga parte dei contratti, anche a tempo indeterminato, si chiude nei primi anni, una situazione che prima del Covid non esisteva.

Per chi vive in una RSD per decenni, questo è un problema serio. In ospedale, se il ricovero dura una settimana, cambiare medico conta poco. Ma se il punto di riferimento di una persona con disabilità cambia ogni anno e mezzo, come si garantisce la continuità assistenziale? Per questo chiede di introdurre le nuove tecnologie come aiuto vero.

Guzzetti è convinto che il futuro sarà delle professioni relazionali. Alla nipote di 18 anni ha consigliato di diventare educatrice professionale: l'intelligenza artificiale potrà fare molti lavori, ma «da qui ai prossimi 20 anni l'aspetto relazionale sarà fondamentale». La carezza, l'abbraccio, il piano educativo, riempire di vita le giornate: questo non si sostituisce.

Il Titanic e l'orchestrina

In studio si parla di stanchezza e di esaurimento. Il problema, emerge, non è solo lo stipendio: le persone cambiano lavoro perché sono esaurite, non perché altrove pagano di più. Servono turni regolari, un'équipe che comunica, supporto per le famiglie. La pandemia ha fatto riscoprire alle persone il valore del tempo, e sempre meno sono disposte a turni rigidi. Guzzetti ricorda che suo padre ha lavorato 42 anni nella stessa azienda, mentre oggi cambiare è normale. In studio si evoca l'immagine del Titanic con l'orchestrina che suona: chi fa le regole, dice Guzzetti, finge che i problemi non ci siano.

Parla anche della rete ospedaliera. In Lombardia, spiega, si è abituati ad avere un ospedale a pochi chilometri, per una tradizione storica, mentre in altre zone le distanze sono molto maggiori. A un certo punto, dice, bisognerà avere il coraggio di dire la verità ai cittadini e riorganizzare. E ricorda che «la Lombardia non è Milano»: le aree di montagna, oltre la galleria di Morbegno, si organizzano con regole proprie.

Le tecnologie nello standard

Le nuove tecnologie non sono solo intelligenza artificiale. Sono la telemedicina, i sollevatori, il letto elettrico che si abbassa, la cartella informatizzata. Costano troppo, dice Guzzetti, solo se si aggiungono a una struttura di costi già pesante. Vanno invece inserite nello standard regionale, così le strutture sono spinte a investire. Oggi due strutture dello stesso tipo possono avere rette diverse, e chi ha investito sembra più caro.

La cartella informatizzata aiuta anche chi scrive in italiano con fatica, come i molti operatori arrivati da poco dall'estero, e rende il dato più affidabile: non si può correggere una nota di una settimana prima senza lasciare traccia. In studio si ricorda anche la telemedicina con lo specialista collegato mentre il medico di struttura visita il paziente, per evitare ambulanza e pronto soccorso. Guzzetti osserva che il sistema tende a rincorrere le emergenze: dopo un incendio in una RSA a Milano tutti a parlare di antincendio, dopo il blackout in Spagna una mail della Regione per sapere dei gruppi di continuità.

Il settore sociosanitario, aggiunge, produce ricchezza: anche la più piccola RSA paga stipendi e fa vivere famiglie. Guzzetti lo paragona al settore chimico, dove il lavoro è rischioso ma la gente fa la fila per entrare grazie a stipendi, welfare e standard alti. La sanità, invece, è vista come un settore di ripiego.

Iperspecializzazione e spirito di squadra

Guido Magrin porta il tema del demansionamento e della responsabilità: alla fine, per il paziente, conta l'azione, non la lamentela. Guzzetti vede un rischio nell'iperspecializzazione. È positiva, perché oggi infermieri e OSS usano strumenti impensabili vent'anni fa. Ma rischia di creare muri. Racconta che per la direzione di una struttura sono arrivati più curriculum di infermieri ed educatori che di manager. E ricorda che le competenze sono diverse: in passato qualcuno ha pensato di fare a meno della parte manageriale, ed è andata male.

Un commento di un'infermiera di terapia intensiva, «i pazienti li lavo io», ha generato decine di risposte. In terapia intensiva, si osserva in studio, lavare un paziente intubato con un catetere centrale richiede competenze specifiche. Ma le RSA in Lombardia, ricorda Guzzetti, sono circa 630 e le RSD circa 330: la massa critica è lì. Ai tempi della cooperativa, racconta, alcuni OSS sceglievano la struttura in base all'infermiere con cui avrebbero lavorato, perché da lui imparavano. Quello spirito di gruppo, dice, si sta perdendo.

Il Covid e la nascita dei complottisti

Poi arriva il tema del titolo. Sotto un video sulla prevenzione, il commento più votato diceva che «le case farmaceutiche non lo consentiranno mai». Guzzetti si carica: «Partiamo dal presupposto che la colpa è nostra». Durante il Covid, invece di spiegare cos'è la scienza, dice, «siamo arrivati a livelli di stregoneria».

Elenca ciò che secondo lui ha minato la credibilità: all'inizio non si facevano le autopsie; persone in auto da sole con la mascherina; supermercati con corsie chiuse; esperti in televisione giorno e notte. In Italia, sostiene, si è chiuso per oltre un anno, più che nella media europea, e le scuole hanno riaperto più tardi che in Francia. «Se tu non sei serio nell'approccio scientifico», dà spazio a chi costruisce complotti. E conclude: «questa gente l'abbiamo creata noi».

Sulle case farmaceutiche risponde con un esempio. Le aziende del tabacco, dice, hanno capito prima di tutti dove andava il mercato e hanno cambiato prodotto. Pensare di saperne più delle multinazionali è ingenuo, e alcune stanno già spostando il business sugli integratori.

Sui vaccini la sua posizione è precisa. «Il vaccino è una medicina»: come tutte le medicine può avere effetti collaterali, e dirlo non è un problema. Racconta di aver insistito con amici sopra i 50 anni perché si vaccinassero. Ma critica l'obbligo per chi aveva meno di 50 anni senza altre malattie, e il messaggio che il vaccino impedisse il contagio, mentre riduceva la malattia grave. Si è creata, dice, una idolatria che ha alimentato la reazione opposta. Oggi, aggiunge, tornano malattie come il morbillo e la scabbia.

Le responsabilità

Guzzetti distribuisce le responsabilità. La classe medica, dice, in parte è fuggita: ricorda persone a cui il medico diceva di non andare in ambulatorio. La politica ha abdicato al suo ruolo: avrebbe dovuto ascoltare i medici e poi decidere, invece di delegare al Comitato tecnico scientifico. Critica i medici che mandavano in pronto soccorso anziani di 85 anni dalle strutture, contribuendo a riempire le terapie intensive. E anche la Chiesa, secondo lui, ha perso un'occasione, ricordando San Carlo Borromeo tra i malati durante la peste. In studio si aggiunge che gli edifici religiosi avrebbero potuto ospitare piccoli ospedali da campo. Il risultato, per Guzzetti, è una generazione di giovani segnata dalla chiusura delle scuole: nella psichiatria, racconta, c'è stata l'esplosione di casi.

In studio si ricorda anche che, in alcuni contesti di grande fragilità, le mascherine sono utili. Guzzetti cita l'amico Andrea Ciccioni, già ospite del podcast: nel 2010, quando andava a trovare Luca, ricoverato per una leucemia all'ospedale San Gerardo, la mascherina era la norma, e nessuno vi vedeva un complotto.

Liste d'attesa e appropriatezza

L'ultima parte riguarda le liste d'attesa. In quei giorni Regione Lombardia aveva annunciato un accordo con i NAS per controllare strutture, medici e personale amministrativo. Guzzetti riferisce un dato citato dal presidente della Regione, Attilio Fontana: circa 62 milioni di prescrizioni l'anno in Lombardia. Secondo lui il nodo è la prescrizione facile, anche per tutela legale. I medici, dice, devono «ricordarsi di fare i medici», visitare e avere il coraggio della diagnosi.

Gli altri due punti su cui guardare, secondo lui, sono le agende del CUP, alcune aperte e altre chiuse, e l'abitudine dei cittadini a non spostarsi: se un esame serve ed è disponibile a 40 chilometri, conviene andarci pagando il ticket invece di centinaia di euro privatamente. Chiude con un dubbio: perché strutture private e del privato sociale lavorano 24 ore su 24 e il pubblico, che ha le attrezzature, non riesce a fare lo stesso?


Cosa dice la scienza

L'infodemia secondo l'OMS

Nel 2020 l'Organizzazione mondiale della sanità ha riunito online esperti, istituzioni, media e piattaforme social per affrontare quella che ha chiamato infodemia: una sovrabbondanza di informazioni, in parte corrette e in parte no, che rende difficile trovare fonti affidabili. La consultazione, descritta da Tangcharoensathien e colleghi (Journal of Medical Internet Research, 2020), ha raccolto 594 idee e le ha condensate in 50 azioni. I principi sono vicini a quelli di cui parla Guzzetti: messaggi basati sulle prove, tradotti in indicazioni pratiche, comprensibili da tutti, e ascolto delle comunità.

Fiducia nella scienza e disinformazione

Uno studio di Roozenbeek e colleghi (Royal Society Open Science, 2020) ha analizzato campioni nazionali di Regno Unito, Irlanda, Stati Uniti, Spagna e Messico. Credere alla disinformazione sul Covid non era la norma, ma una quota rilevante di persone riteneva affidabili informazioni false. Chi era più suscettibile alla disinformazione seguiva meno le indicazioni sanitarie ed era meno disposto a vaccinarsi. In tutti i Paesi, una maggiore fiducia negli scienziati e migliori competenze con i numeri erano associate a una minore suscettibilità. È il legame tra credibilità e comportamenti che attraversa tutto l'episodio.

La fiducia conta anche nei numeri della pandemia

Un'ampia analisi pubblicata su The Lancet nel 2022 ha confrontato 177 Paesi. Gli indici di preparazione alle pandemie non spiegavano le differenze nei tassi di infezione. Contavano invece la fiducia nel governo e quella tra le persone, e una minore corruzione: erano associate a meno infezioni e, nei Paesi a reddito medio e alto, a una maggiore copertura vaccinale. Gli autori suggeriscono di investire nella comunicazione del rischio e nel coinvolgimento delle comunità per rafforzare la fiducia nelle indicazioni di sanità pubblica.

Scuole chiuse e salute mentale dei ragazzi

La revisione sistematica di Viner e colleghi (JAMA Pediatrics, 2022) ha raccolto 36 studi da 11 Paesi sul primo lockdown, con quasi 80.000 bambini e ragazzi. La chiusura delle scuole, insieme alle altre restrizioni, era associata a problemi emotivi e comportamentali: tra il 18% e il 60% dei ragazzi superava le soglie di rischio per il disagio, soprattutto ansia e sintomi depressivi. Sono emersi anche più tempo davanti agli schermi e meno attività fisica. È il tema che Guzzetti richiama quando parla di una generazione di giovani messa in difficoltà.

Il personale sanitario in Europa

Il rapporto dell'Ufficio regionale europeo dell'OMS Health and care workforce in Europe: time to act (2022) afferma che tutti i Paesi della Regione europea affrontano gravi difficoltà legate al personale sanitario e di assistenza. Il documento analizza medici, infermieri, ostetriche, dentisti, farmacisti e fisioterapisti, e propone politiche per formare, attrarre e trattenere i professionisti. È il contesto europeo della carenza di cui si parla nella prima parte della puntata.


Le criticità reali

Una domanda per riflettere. Se la fiducia si costruisce prima delle emergenze, chi dovrebbe occuparsi oggi, in tempi normali, di spiegare ai cittadini come funziona la scienza e perché a volte cambia idea?

La comunicazione nelle crisi. Regole poco spiegate e messaggi contraddittori lasciano spazio a interpretazioni alternative. La fiducia persa si recupera lentamente.

Un settore percepito come ripiego. Stipendi, turni e carichi di lavoro rendono poco attraenti le professioni sanitarie e sociosanitarie proprio quando ce n'è più bisogno.

Regole scritte per un altro mondo. Standard e minutaggi pensati vent'anni fa faticano a rispondere ai bisogni attuali e alla mobilità del lavoro.

Tecnologie fuori dallo standard. Se non sono riconosciute nei requisiti, chi investe in tecnologie sembra solo più caro.

Liste d'attesa. Prescrizioni, agende e organizzazione dell'offerta sono pezzi dello stesso problema.


Cosa può cambiare

Dall'episodio emergono proposte chiare. Comunicare la scienza in modo coerente, spiegando le ragioni delle scelte e ammettendo l'incertezza. Far conoscere le professioni sanitarie nelle scuole superiori. Rafforzare il welfare aziendale e l'organizzazione del lavoro, non solo gli stipendi. Riscrivere regole e standard dell'assistenza partendo dai bisogni reali, inserendo telemedicina, ausili e cartella informatizzata. Difendere la continuità assistenziale nelle strutture di lungo periodo. E sulle liste d'attesa, lavorare su appropriatezza delle prescrizioni, trasparenza delle agende e uso pieno delle attrezzature pubbliche.


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Conclusione

Lorenzo Guzzetti porta in questo episodio una tesi scomoda: il complottismo in sanità non nasce dal nulla, ma anche dagli errori di comunicazione di chi la sanità la fa. Intorno a questa idea costruisce un ragionamento più ampio su personale, regole, tecnologie e liste d'attesa. Le ricerche internazionali mostrano quanto la fiducia nella scienza e nelle istituzioni pesi sui comportamenti delle persone, e quanto le chiusure abbiano inciso sui più giovani. La sfida è ricostruire quella fiducia prima della prossima emergenza.

Ascolta l'episodio 25 di Skeptical Health con Lorenzo Guzzetti per il racconto completo.


I dati chiave

  1. 50 azioni: quelle proposte dalla consultazione tecnica dell'OMS per gestire l'infodemia (JMIR, 2020)
  2. 5 Paesi: in tutti, più fiducia negli scienziati significava meno suscettibilità alla disinformazione sul Covid (Royal Society Open Science, 2020)
  3. 177 Paesi: analizzati su The Lancet, dove la fiducia nel governo e tra le persone era associata a meno infezioni (2022)
  4. 18-60%: i ragazzi sopra le soglie di rischio per il disagio psicologico durante il primo lockdown (JAMA Pediatrics, 2022)
  5. 36 studi, 11 Paesi: le prove sugli effetti della chiusura delle scuole sui ragazzi (JAMA Pediatrics, 2022)
  6. Tutti i Paesi: quelli della Regione europea dell'OMS alle prese con gravi difficoltà sul personale sanitario (OMS Europa, 2022)

Takeaway

  1. Chiediti chi parla e su quali prove. Davanti a un contenuto sulla salute, cerca la fonte e i dati, non solo l'opinione.

  2. L'incertezza non è un complotto. In una crisi nuova le indicazioni cambiano con le conoscenze: capire perché cambiano aiuta a fidarsi.

  3. Se lavori in sanità, spiega. Una scelta spiegata bene a un paziente o a un familiare vale più di un divieto.

  4. Per gli esami, valuta anche strutture più lontane. Se serve una prestazione, chiedi al CUP la prima disponibilità in tutta la regione.

Domande frequenti

Perché il Covid ha favorito il complottismo in sanità?

Secondo Lorenzo Guzzetti, ospite dell'episodio 25, la responsabilità è prima di tutto di chi lavora in sanità: durante la pandemia regole poco spiegate, messaggi confusi e dibattiti televisivi continui hanno tolto una ragione logica alle scelte. Quando manca una spiegazione chiara, dice, si lascia spazio a chi costruisce complotti.

Che cos'è un'infodemia?

L'Organizzazione mondiale della sanità definisce infodemia la sovrabbondanza di informazioni, alcune corrette e altre no, che accompagna un'epidemia. Rende difficile trovare fonti affidabili quando servono. Nel 2020 una consultazione tecnica dell'OMS ha proposto 50 azioni per gestirla, a partire da messaggi basati sulle prove e comprensibili da tutti.

La fiducia nella scienza protegge dalla disinformazione?

Uno studio pubblicato nel 2020 su Royal Society Open Science, condotto in Regno Unito, Irlanda, Stati Uniti, Spagna e Messico, ha trovato che una maggiore fiducia negli scienziati e migliori competenze con i numeri erano associate a una minore suscettibilità alla disinformazione sul Covid. Chi credeva di più alla disinformazione era meno disposto a vaccinarsi.

La fiducia nelle istituzioni ha contato durante la pandemia?

Un'analisi su 177 Paesi pubblicata su The Lancet nel 2022 ha trovato che livelli più alti di fiducia nel governo e tra le persone erano associati a tassi di infezione più bassi e, nei Paesi a reddito medio e alto, a una maggiore copertura vaccinale. Gli autori suggeriscono di investire nella comunicazione del rischio.

Che effetti ha avuto la chiusura delle scuole sui ragazzi?

Una revisione sistematica pubblicata su JAMA Pediatrics nel 2022, con 36 studi da 11 Paesi, ha associato la chiusura delle scuole durante il primo lockdown a sintomi di ansia e depressione, più tempo davanti agli schermi e meno attività fisica. Tra il 18% e il 60% dei ragazzi superava le soglie di rischio per il disagio psicologico.

Perché mancano infermieri e operatori sociosanitari?

Secondo Lorenzo Guzzetti le iscrizioni ai corsi di infermieristica e per operatori sono calate, molti giovani scelgono lavori con meno responsabilità, e il turnover è cresciuto dopo il Covid. Il rapporto dell'OMS Europa del 2022 sul personale sanitario conferma che tutti i Paesi della Regione europea affrontano gravi difficoltà su questo fronte.

Fonti

  1. Tangcharoensathien V et al.: Framework for Managing the COVID-19 Infodemic: Methods and Results of an Online, Crowdsourced WHO Technical Consultation. Journal of Medical Internet Research (2020)
  2. Roozenbeek J et al.: Susceptibility to misinformation about COVID-19 around the world. Royal Society Open Science (2020)
  3. COVID-19 National Preparedness Collaborators: Pandemic preparedness and COVID-19: an exploratory analysis of infection and fatality rates, and contextual factors associated with preparedness in 177 countries. The Lancet (2022)
  4. Viner R et al.: School Closures During Social Lockdown and Mental Health, Health Behaviors, and Well-being Among Children and Adolescents During the First COVID-19 Wave: A Systematic Review. JAMA Pediatrics (2022)
  5. WHO Regional Office for Europe: Health and care workforce in Europe: time to act (2022)
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