Longevità & PrevenzioneEP26 14 min di lettura

Vivremo fino a 150 anni... Ma Siamo Pronti?

Stefano Bison, AD di Humanitas Medical Care, spiega perché viviamo più a lungo ma non più sani e come prevenzione, educazione e digitale possono cambiare rotta.

Vivremo fino a 150 anni... Ma Siamo Pronti?
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Stefano Bison — Esperto longevità

Ultimo aggiornamento: 2026-09-24

Quanto tempo hai?

Viviamo sempre più a lungo, ma non sempre in salute. È da qui che parte Stefano Bison, amministratore delegato di Humanitas Medical Care, la rete di poliambulatori del gruppo Humanitas, ospite di Cristian Valeri e Guido Magrin nell'episodio 26 di Skeptical Health. Con un passato tra consulenza, banche d'affari e assicurazioni, guarda alla longevità con gli occhi di chi arriva da fuori: un tema di salute, ma anche di economia, di equità e di educazione.


Perché il tema è urgente oggi

L'Italia è uno dei Paesi più vecchi del mondo. Secondo l'ISTAT, al 1° gennaio 2026 un italiano su quattro aveva 65 anni o più, e nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Intanto l'aspettativa di vita continua a salire: 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne.

La domanda che pone l'episodio è semplice: quanti di questi anni saranno vissuti in salute? Se gli anni in più arrivano con due o tre malattie croniche e senza autonomia, il costo ricade sulle persone, sulle famiglie e su un sistema sanitario che già fatica. Per Bison la longevità non è una conquista automatica: diventa un'opportunità solo se si investe in prevenzione, educazione e in un modo diverso di organizzare le cure.


Cosa emerge dall'episodio

Stefano Bison è arrivato al podcast su suggerimento di un ospite precedente, Stefano Denicolai. Si presenta come un outsider. Oggi guida Humanitas Medical Care, cioè tutto quello che nel gruppo non è ospedale: una rete di poliambulatori tra Lombardia e Piemonte, con un centro anche in Sicilia, costruita attorno agli 11 ospedali del gruppo. Prima ha lavorato dieci anni in Generali, dove si è occupato anche di innovazione e digital health, e ancora prima in banca d'affari e consulenza. Ha iniziato come assistente di ricerca in Bocconi sul settore telecomunicazioni e tecnologia.

Da outsider in un settore tradizionale

Bison racconta la sua carriera come una serie di salti indietro di dieci anni in termini di digitalizzazione: dalla tecnologia alle banche, dalle banche alle assicurazioni, dalle assicurazioni alla sanità. Secondo lui la sanità sta attraversando oggi fasi che le banche hanno vissuto vent'anni fa: CRM, app digitali, terapie digitali, che in Italia non hanno ancora una regolamentazione. Per questo pensa che uno sguardo esterno possa essere utile: «il settore ha evidente bisogno di innovazione».

Del gruppo Humanitas gli è piaciuto il taglio imprenditoriale. È nato circa trent'anni fa con l'ospedale di Rozzano, oggi conta 11 ospedali e 22 centri poliambulatoriali, ed eroga più della metà delle prestazioni in accreditamento con il Servizio sanitario nazionale.

La casa in fiamme

Per spiegare perché il modello di cura è sotto stress, Bison parte dai numeri. In Italia la spesa sanitaria pubblica è di circa 140 miliardi l'anno, a cui si aggiunge una quarantina di miliardi di spesa privata. Circa il 40% della spesa pubblica, dice, va ai malati cronici. E circa 12 milioni di italiani hanno almeno due patologie croniche.

Poi usa una metafora: «se tu vivi in una casa che ha due stanze che stanno andando a fuoco, tu evidentemente, e lo farei anch'io se fossi lì, ti concentri nello spegnere il fuoco in quelle due stanze prima che mettere in ordine le altre stanze». Il problema è che la piramide demografica italiana ormai è una specie di pentagono: il 25% della popolazione ha più di 65 anni, contro il 21% della media europea. La sua conclusione: «Se noi concentriamo tutte le risorse nel curare non ne usciamo».

Lifespan e healthspan

Mentre il sistema fatica a innovare, osserva Bison, la medicina corre: nuove molecole, intelligenza artificiale, diagnosi più precoci. Questo allunga la vita, il lifespan, ma apre il divario con l'healthspan, gli anni vissuti in salute. In Italia, secondo le stime che cita, il divario è già di circa 10 anni. Gli Stati Uniti, ricorda, spendono circa 10.000 dollari l'anno a persona e vedono l'aspettativa di vita contrarsi.

Dal Covid in poi, aggiunge, in Europa si sono persi in media forse due anni di vita in salute. La sintesi è netta: «tu campi di più, campi di più malato». E chi lavora su quello che viene prima, sulla prevenzione? Bison richiama il nome della sua società: «Care non significa solo curare, significa prendersi cura».

Cosa si può imparare dagli altri Paesi

Guido Magrin obietta che la crisi dei sistemi sanitari riguarda tutta Europa, e che i modelli del Nord sono difficili da copiare. Bison è d'accordo sui limiti del confronto, ma pensa che qualcosa si possa imparare. Cita l'Unicredit Longevity Economic Index: secondo questa pubblicazione, in termini reali la spesa pubblica italiana in sanità è al punto più basso da 17 anni. Poi il tema del personale: in Italia, dice, c'è circa un infermiere per medico, mentre in altri Paesi si arriva a quattro o sei.

Il sistema americano, quasi del tutto privato, per lui ha mostrato i suoi limiti. I sistemi di tipo Bismarck, basati sulle assicurazioni sociali, gli sembrano funzionare un po' meglio di quelli di tipo Beveridge come Italia e Regno Unito. La prima lezione è il focus sulla prevenzione: secondo i dati che riporta, l'Italia ha tagliato del 20% la spesa per la prevenzione, che vale circa il 6% della spesa pubblica. La seconda è la digitalizzazione: in Finlandia, racconta, i symptom checker hanno ridotto dell'80% gli accessi al medico di base. La terza, delicata, è il ruolo delle assicurazioni private, che per Bison deve restare redistributivo, in un Paese con circa 80 miliardi l'anno di evasione fiscale.

Prevenzione per chi non ce l'ha

Cristian Valeri propone l'idea di una gamification della prevenzione. Bison è d'accordo: per lui può aiutare, anzi è la chiave. Ma avverte che rendere la prevenzione sempre più sofisticata, con test genetici ed epigenetici, non basta. Secondo i numeri che cita, metà degli italiani ha ridotto le spese sanitarie private negli ultimi due anni e circa 6 milioni hanno rinunciato a curarsi. In questo contesto, sofisticare la prevenzione «sta dando più strumenti a chi gli strumenti li ha già». Bisogna invece raggiungere le fasce di popolazione che oggi restano fuori.

Il primo passo è la consapevolezza. Prevenzione non è solo il controllo annuale dei nei: è anche sapere che non ci si espone al sole nelle ore più calde. «Quella è educazione, cioè è roba che andrebbe insegnata a scuola». Lo stesso vale per la longevità, che per lui è soprattutto comportamentale: muoversi, dormire meglio, mangiare bene. In Generali, racconta, il programma Vitality premiava con punti e sconti chi si muoveva di più o non fumava. Funzionava perché creava un incentivo a cambiare, cosa che costa fatica.

Il rischio longevità

La definizione di longevità che preferisce è semplice: anni di vita in salute. Cita un report della Geneva Association, un'associazione di assicuratori: più della metà degli intervistati intende la longevità come vivere in autonomia il più a lungo possibile. Poi allarga il discorso. Il vero rischio dell'allungamento della vita, dice, è sociale ed economico. Il longevity risk è «il fatto che tu viva a lungo e non abbia mezzi per potertelo permettere». In Giappone, ricorda, circa un anziano su cinque vive in povertà.

Le proiezioni demografiche sono lineari, e per Bison serviranno azioni coraggiose, sia dal pubblico sia dal privato, perché lo tsunami demografico arriverà comunque. Senza queste scelte, citando il premio Nobel Michael Spence, la longevità rischia di diventare iniqua: chi può permetterselo vivrà a lungo e bene, gli altri vivranno a lungo ma in povertà e senza autonomia. Valeri e Magrin fanno notare quanto siano difficili queste scelte per la politica e per chi oggi non riesce a pagare nemmeno l'assicurazione dell'auto. Bison riconosce la difficoltà e richiama le idee di un altro Nobel, Robert Merton: risparmio privato, piani pensione, strumenti di home equity. E insiste di nuovo sull'awareness: l'economista Tito Boeri, racconta, ha mostrato che bastano poche infografiche per far cambiare punto di vista ai giovani su salute e futuro.

Orchestrare la cura

Sulla domanda di Valeri sul territorio, Bison racconta la storia di Medical Care: nove anni di vita, 22 punti sul territorio che a fine anno sarebbero diventati 26, con l'obiettivo di portare le cure vicino a casa delle persone. Accessibile, spiega, vuol dire disponibile in fretta e raggiungibile senza perdere mezza giornata di lavoro.

Il problema più grande, secondo lui, è che oggi il cittadino è lasciato solo: «il problema oggi è che l'orchestrazione della tua cura non ce l'hai più». Chi lavora in ospedale aiuta i propri familiari a trovare lo specialista giusto. È un'orchestrazione artigianale, che Medical Care sta provando a ingegnerizzare e industrializzare. Il primo esempio è il percorso Gastro Care, pensato per seguire la persona dal primo sintomo fino, se serve, all'ospedale, con nutrizionista e specialisti diversi. Un altro è un percorso sul sonno che include anche il supporto psicologico.

Su medici di famiglia e digitale, Bison ricorda che i medici di base seguono in media 1.500-1.800 pazienti e ricevono decine di messaggi WhatsApp che non sono pagati e li espongono a responsabilità. Cita Charlie Munger, socio di Warren Buffett: «mostrami gli incentivi e ti dico come va a finire». Serve un modello che premi chi tiene le persone in salute. Il digitale aiuta: il Fascicolo sanitario elettronico, secondo lui, funziona molto bene ed è un motivo di orgoglio.

Un terzo dipende da noi

Bison cita poi il lavoro del National Innovation Centre for Ageing britannico: sulla longevità in salute, un terzo dipende dai comportamenti, un quarto dalle circostanze sociali, un quinto dalla genetica, e solo dopo arriva l'assistenza sanitaria. «Ragazzi, il grosso si fa sopra, si fa con la formazione cambiando i comportamenti». Ricorda che il 45% degli italiani non fa alcuno sport. E sui farmaci di moda tra chi cerca la longevità, come metformina e rapamicina, osserva che simulano in gran parte ciò che si ottiene con la restrizione calorica.

Per chi vuole approfondire, mette in guardia: «c'è un sacco di rumore in questo momento», con chiunque che vende la molecola o l'integratore di turno. Consiglia il libro Outlive di Peter Attia, il report di Unicredit sulla longevity economy e il divulgatore Aureliano Stingi.

Intelligenza artificiale e cambiamento

Nell'ultima domanda Valeri racconta di aver creato in pochi minuti uno strumento di intelligenza artificiale con gli appunti dei suoi studenti. Come si prepara un'organizzazione a un cambiamento così veloce? Bison ammette che il mondo sanitario ha una certa resistenza al cambiamento. Il suo metodo è esporre più persone possibile a ciò che già oggi è possibile: appena arrivato ha dato a tutti i collaboratori amministrativi la versione aziendale protetta di ChatGPT. Come bussola cita il medico William Mayo: il migliore interesse del paziente è l'unico interesse da considerare. «Se noi teniamo questa cosa a mente, nessuna innovazione fa paura». E conclude: «Come tutte le grandi rivoluzioni, meglio abbracciarla e studiarla prima che non subirla».

Come prossimo ospite suggerisce Daniele Francescon, imprenditore ed ex collega in Boston Consulting Group, che lavora nel campo della psicoterapia.


Cosa dice la scienza

Il divario tra vita e salute cresce nel mondo

Lo studio di Garmany e Terzic della Mayo Clinic (JAMA Network Open, 2024) ha analizzato i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità su 183 Paesi, lungo due decenni. Il divario tra aspettativa di vita e aspettativa di vita in salute si è allargato ovunque, arrivando in media a 9,6 anni. Le donne hanno un divario più largo degli uomini, di circa 2,4 anni. Il divario è più ampio dove pesano di più le malattie non trasmissibili. Gli Stati Uniti hanno il valore più alto, 12,4 anni. È lo stesso fenomeno che Bison descrive quando parla di anni in più vissuti da malati.

Gli anni in salute in Italia

Eurostat misura gli "anni di vita in buona salute", cioè gli anni senza limitazioni nelle attività quotidiane. Nel 2023 la media europea alla nascita era di 63,1 anni. L'Italia era seconda nell'Unione, con 68,5 anni per gli uomini e 69,6 per le donne. Per curiosità, confrontando questi valori con l'aspettativa di vita stimata dall'ISTAT, la parte di vita con qualche limitazione resta ampia, soprattutto per le donne. Anche il profilo sanitario dell'Italia curato da OCSE e Commissione europea nota che le donne italiane vivono più a lungo, ma con più limitazioni.

Gli stili di vita allungano gli anni senza malattia

Lo studio di Li e colleghi (BMJ, 2020) ha seguito per decenni oltre 110.000 professionisti sanitari americani. Ha considerato cinque abitudini: non fumare, peso nella norma, almeno 30 minuti al giorno di attività fisica, alcol moderato e dieta di qualità. A 50 anni, le donne che ne seguivano quattro o cinque potevano aspettarsi 34,4 anni liberi da diabete, malattie cardiovascolari e tumori, contro 23,7 anni di chi non ne seguiva nessuna. Negli uomini: 31,1 contro 23,5 anni. È il dato che dà concretezza all'idea di Bison che il grosso si fa sui comportamenti.

Quanto pesano i comportamenti in Italia

Secondo il Country Health Profile 2025 di OCSE e European Observatory, nel 2021 fumo, alcol, dieta scorretta e inattività fisica hanno causato in Italia circa 167.000 morti, il 24% del totale. La dieta è il primo fattore. Il report segnala anche che solo il 5% degli adolescenti italiani fa almeno un'ora al giorno di attività fisica moderata o intensa, il valore più basso dell'Unione.

Spesa, accesso e personale

Lo stesso report conferma molti dei temi dell'episodio. Nel 2023 l'Italia ha speso in sanità l'8,4% del PIL, con una spesa pro capite circa il 19% più bassa della media europea e una spesa pubblica pro capite più bassa del 27%. Il 27% della spesa è privata, quasi tutta pagata di tasca propria. Le liste d'attesa sono la principale barriera: nel 2023 oltre il 7% della popolazione ha rinunciato a cure necessarie. Chi è a rischio di povertà ha 2,6 volte più probabilità di avere bisogni di cura non soddisfatti. Sul personale, per curiosità, il rapporto tra infermieri e medici in Italia è di 1,3, tra i più bassi dell'Unione. Nel 2023 quasi il 52% dei medici di famiglia seguiva più di 1.500 pazienti. Il Fascicolo sanitario elettronico copre invece il 98% della popolazione.


Le criticità reali

Una domanda per riflettere. Se circa un terzo della longevità in salute dipende dai comportamenti, chi dovrebbe occuparsi di insegnarli: la scuola, il medico di famiglia, le aziende sanitarie, o tutti insieme?

La prevenzione è la prima voce a soffrire. Quando le risorse sono poche, si spengono gli incendi. La prevenzione dà risultati tra anni, mentre i bilanci si chiudono ogni dodici mesi.

La longevità può diventare diseguale. Chi ha tempo, soldi e cultura sanitaria accede a controlli e percorsi di prevenzione. Chi non li ha rinvia le cure o vi rinuncia. I dati sull'accesso mostrano che le persone più povere hanno molte più difficoltà a curarsi.

Il cittadino resta solo tra un servizio e l'altro. Medici di famiglia con molti pazienti, specialisti diversi, esami sparsi: manca spesso qualcuno che tenga insieme il percorso.

Il digitale c'è, ma si usa poco. L'infrastruttura, come il Fascicolo sanitario elettronico, è cresciuta molto. Mancano ancora regole sulle terapie digitali e competenze digitali diffuse tra i cittadini.


Cosa può cambiare

Dall'episodio emergono alcune direzioni concrete. La prima è l'educazione sanitaria, a partire dalla scuola, per rendere normali gesti come muoversi, dormire bene, proteggersi dal sole e mangiare meglio. La seconda è l'uso di incentivi, anche con meccanismi di gioco e premi, per rendere il cambiamento meno faticoso. La terza è organizzare la cura in percorsi integrati e multidisciplinari, che seguano la persona dal sintomo alla terapia. La quarta è sfruttare il digitale: fascicolo elettronico, telemedicina, strumenti di orientamento per il cittadino, regole chiare per le terapie digitali. Infine, guardare alla longevità anche come tema economico, con strumenti di risparmio e di protezione per gli anni in cui l'autonomia si riduce.


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Conclusione

Stefano Bison porta in questo episodio una visione della longevità che va oltre la medicina. Vivere più a lungo è una buona notizia solo se quegli anni sono vissuti in salute e con i mezzi per sostenerli. Per arrivarci servono prevenzione accessibile a tutti, educazione sanitaria, incentivi ai comportamenti sani e percorsi di cura che non lascino solo il cittadino. Le prove scientifiche confermano che il divario tra vita e salute sta crescendo nel mondo e che gli stili di vita possono ridurlo di molti anni. La sfida, come dice Bison, è abbracciare il cambiamento prima di subirlo.

Ascolta l'episodio 26 di Skeptical Health con Stefano Bison per il racconto completo.


I dati chiave

  1. 25,1%: la quota di italiani con 65 anni e più al 1° gennaio 2026 (ISTAT)
  2. 1,14: il numero medio di figli per donna in Italia nel 2025 (ISTAT)
  3. 9,6 anni: il divario medio tra aspettativa di vita e vita in salute in 183 Paesi (JAMA Network Open, 2024)
  4. 12,4 anni: lo stesso divario negli Stati Uniti, il più ampio al mondo (JAMA Network Open, 2024)
  5. Circa 11 anni in più senza malattie croniche: la differenza, per le donne di 50 anni, tra chi segue quattro o cinque abitudini sane e chi nessuna (BMJ, 2020)
  6. 24%: la quota di morti in Italia attribuibile a fumo, alcol, dieta e inattività nel 2021 (OCSE, 2025)
  7. Oltre il 7%: gli italiani che nel 2023 hanno rinunciato a cure necessarie, soprattutto per le liste d'attesa (OCSE, 2025)

Takeaway

  1. Pensa agli anni in salute, non solo agli anni. La domanda utile non è quanto vivrai, ma quanto a lungo resterai autonomo.

  2. Parti dalle abitudini di base. Non fumare, muoverti ogni giorno, mangiare bene e dormire a sufficienza valgono più di qualunque test o integratore alla moda.

  3. Diffida del rumore sulla longevità. Scegli fonti serie e chiedi al medico prima di provare molecole o protocolli promessi come miracolosi.

  4. Pianifica anche la parte economica. Risparmio, previdenza e protezione per gli ultimi anni fanno parte della longevità quanto la salute.

Domande frequenti

Che differenza c'è tra lifespan e healthspan?

Il lifespan è la durata della vita, cioè quanti anni si vivono. L'healthspan è la parte di quella vita trascorsa in buona salute. La differenza tra i due è il periodo vissuto con malattie o limitazioni. Nell'episodio 26 Stefano Bison ricorda che in Italia questo divario è stimato in circa 10 anni e che è il vero nodo della longevità.

Il divario tra durata della vita e vita in salute sta crescendo?

Sì, a livello globale. Uno studio pubblicato su JAMA Network Open nel 2024, basato sui dati OMS di 183 Paesi, ha trovato che negli ultimi vent'anni il divario tra aspettativa di vita e aspettativa di vita in salute si è allargato fino a 9,6 anni in media. Gli Stati Uniti hanno il divario più ampio, 12,4 anni, e le donne hanno in media un divario più largo degli uomini.

Quanti anziani ci sono in Italia?

Secondo l'ISTAT, al 1° gennaio 2026 le persone con 65 anni e più erano circa 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione. Gli over 85 erano 2,5 milioni. Nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. È il quadro demografico che Stefano Bison descrive come una piramide diventata «una specie di pentagono».

Cos'è il rischio longevità?

È il rischio di vivere a lungo senza avere i mezzi economici per sostenere gli ultimi anni di vita, tra cure, assistenza e pensione. Nell'episodio 26 Stefano Bison lo definisce così: «il fatto che tu viva a lungo e non abbia mezzi per potertelo permettere». Per questo, secondo lui, la longevità è un tema sanitario ma anche sociale ed economico.

Gli stili di vita allungano davvero gli anni vissuti in salute?

Le prove vanno in questa direzione. In uno studio pubblicato sul BMJ nel 2020 su oltre 110.000 persone, le donne che a 50 anni seguivano quattro o cinque abitudini sane vivevano in media 34,4 anni senza diabete, malattie cardiovascolari e tumori, contro 23,7 anni di chi non ne seguiva nessuna. Negli uomini la differenza era tra 31,1 e 23,5 anni.

Cosa significa percorso di cura integrato?

È un modo di organizzare l'assistenza in cui la persona viene seguita dal primo sintomo fino alla cura, da più professionisti che lavorano insieme, invece di passare da una prestazione all'altra da sola. Stefano Bison racconta che Humanitas Medical Care sta costruendo percorsi di questo tipo, per esempio sui disturbi gastrointestinali e sul sonno.

Fonti

  1. Garmany A, Terzic A: Global Healthspan-Lifespan Gaps Among 183 World Health Organization Member States. JAMA Network Open (2024)
  2. Li Y et al.: Healthy lifestyle and life expectancy free of cancer, cardiovascular disease, and type 2 diabetes: prospective cohort study. BMJ (2020)
  3. Eurostat: How many healthy life years can EU citizens expect? (2025)
  4. ISTAT: Indicatori demografici, anno 2025 (2026)
  5. OECD, European Observatory on Health Systems and Policies: State of Health in the EU, Italy Country Health Profile 2025
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