Il Farmacista Libero Professionista Non è un Marchettaro
Partita IVA, 32 euro l'ora, contratto fermo e farmacia dei servizi: Cristina Longhini racconta cosa significa oggi fare il farmacista libero professionista.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Cristina Longhini — Farmacista, Segretaria Nazionale MIFC
Ultimo aggiornamento: 2026-09-24
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Nell'episodio 67 di Skeptical Health, Cristian Valeri e Guido Magrin parlano di farmacia con Cristina Longhini, farmacista con partita IVA e segretario nazionale del Movimento Italiano Farmacisti Collaboratori. Il farmacista libero professionista viene a volte descritto come uno che si vende al miglior offerente. In pochi anni la farmacia è diventata un presidio del Servizio sanitario nazionale, con vaccini, esami e prenotazioni, ma chi ci lavora racconta di un contratto rimasto indietro. È un tema che riguarda anche i cittadini, perché la farmacia di quartiere è spesso il primo contatto con la sanità.
Cosa emerge dall'episodio
Un professionista che rischia in proprio. Longhini ha lavorato per anni come collaboratrice e poi come direttrice di una farmacia privata a Monza. Per lei chi sceglie la partita IVA va controcorrente e si prende delle responsabilità: «un farmacista che si mette in libera professione non è un marchettaro». Deve pagarsi previdenza, Ordine, commercialista, tasse e assicurazione, e non ha malattia né tutele.
Perché ha lasciato il lavoro da dipendente. La scelta è nata dalla stanchezza: corsi negati, un part-time da 928 euro dopo la maternità, responsabilità quasi da titolare quando era direttrice. «Ero stanca come mamma di non avere tempo per mio figlio». Le offerte da dipendente che riceveva erano basse, ed è anche per questo, dice, che le farmacie non trovano personale.
La libertà che non c'è. Libera professione non significa scegliere gli orari: è il titolare a incastrare il professionista nei turni. Racconta di un titolare che le ha chiesto di firmare condizioni scritte a mano, con ferie solo nei giorni di chiusura. «Ma quindi io sarei una libera professionista o una dipendente camuffata?». I titolari corretti esistono, aggiunge, ma sono pochi.
Un contratto fermo. Il contratto dei collaboratori è ancora arenato, e per Longhini pesa la scarsa partecipazione ai sindacati. Secondo lei un farmacista, con tutto il carico di lavoro che ha, non dovrebbe prendere meno di 2000 euro. Il farmacista fa farmacovigilanza, prevenzione e legge un elettrocardiogramma: «Qui non siamo dispensatori di scatolette, siamo chimici, siamo farmacisti».
Il Covid e i servizi. La pandemia è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: i farmacisti hanno garantito i farmaci con gli studi medici chiusi, poi sono diventati vaccinatori e hanno fatto tamponi. I nuovi servizi sono rimasti, con lo stesso stipendio, e il compenso va alla farmacia e non al farmacista. Sulle grandi catene vede una visione molto commerciale, mentre il suo modello resta il farmacista di quartiere che conosce la persona.
Il contesto in breve
Secondo il Ministero della Salute, il decreto legislativo 153 del 2009 ha dato alle farmacie convenzionate nuovi compiti: assistenza domiciliare, aderenza alle terapie, prevenzione ed esami di prima istanza. Una revisione pubblicata su Vaccine nel 2016 ha analizzato 36 studi e in tutti le coperture vaccinali aumentavano quando erano coinvolti i farmacisti. Una revisione Cochrane del 2016 mostra che infermieri e farmacisti formati che prescrivono ottengono risultati comparabili ai medici su pressione, glicemia e colesterolo. Secondo una revisione pubblicata nel 2023 su oltre 11.000 farmacisti di otto Paesi, il 51% risultava in burnout, con carichi di lavoro eccessivi tra i fattori associati.
Da portare a casa
- Prima di aprire la partita IVA, fai i conti: previdenza, Ordine, tasse e assicurazione sono a tuo carico.
- Diffida dei contratti su un foglio: vincoli da dipendente senza tutele da dipendente non sono libera professione.
- Riconosci il tuo farmacista: dietro il banco c'è un professionista sanitario.
Il farmacista libero professionista viene a volte descritto come uno che si vende al miglior offerente. Nell'episodio 67 di Skeptical Health, Cristian Valeri e Guido Magrin danno voce a chi ha fatto questa scelta: Cristina Longhini, farmacista con partita IVA e segretario nazionale del Movimento Italiano Farmacisti Collaboratori. Si parla di contratti, stipendi, farmacia dei servizi, grandi catene e di cosa è cambiato dopo il Covid.
Perché il tema è urgente oggi
In pochi anni la farmacia è cambiata molto. Dal decreto legislativo 153 del 2009 in poi, le farmacie sono diventate un presidio del Servizio sanitario nazionale sul territorio: assistenza domiciliare, aderenza alle terapie, prevenzione, esami di prima istanza, prenotazioni. Con la pandemia si sono aggiunti tamponi e vaccini.
Chi fa questo lavoro ogni giorno, però, racconta di un contratto che non ha seguito il cambiamento. Mancano farmacisti, molti lasciano il banco o scelgono la partita IVA, e il burnout è un problema riconosciuto anche a livello internazionale. È una questione che riguarda i professionisti, ma anche i cittadini: la farmacia di quartiere è spesso il primo punto di contatto con la sanità.
Cosa emerge dall'episodio
Cristina Longhini ha iniziato nel 2008 a Milano come farmacista collaboratrice in una farmacia privata. Lo è stata per molti anni. Poi è diventata direttrice di una farmacia privata a Monza per tre anni, un ruolo che dice di aver amato. Oggi lavora in libera professione e, come segretario nazionale del Movimento Italiano Farmacisti Collaboratori, si batte per il rinnovo del contratto e per il riconoscimento del farmacista come figura professionale. È arrivata in puntata dopo aver commentato l'intervista a Silvia, farmacista titolare ospite di un episodio precedente.
Racconta di venire da una famiglia di farmacisti e di aver scelto la professione anche per la sicurezza del posto: da bambina avrebbe voluto fare la maestra. Dopo quasi vent'anni di lavoro, però, il rapporto da dipendente le stava stretto. «Il rapporto di dipendenza è come se fosse un lungo matrimonio», dice, fatto di diritti e doveri, ma lei sentiva molto più i doveri.
Non un marchettaro, ma un professionista che rischia
Alla domanda su cosa sia un libero professionista in farmacia, risponde partendo dall'etichetta del titolo. Il libero professionista, dice, «è fondamentalmente un farmacista che si è rotto del sistema», che va controcorrente e si prende delle responsabilità. E soprattutto: «un farmacista che si mette in libera professione non è un marchettaro». Deve pagarsi la previdenza, l'iscrizione all'Ordine, il commercialista, le tasse e l'assicurazione. Deve trovarsi da solo il lavoro. Non ha malattia né tutele.
Sui compensi è diretta. All'inizio, quando mancavano molti farmacisti, alcuni colleghi chiedevano anche 40-50 euro l'ora. Oggi non è più così. «Il mio stipendio, quello che fatturo, è 32 euro l'ora», su cui paga le tasse al 15% e tutti i costi. Se si ammala, va a lavorare lo stesso, perché altrimenti non fattura.
Perché ha lasciato il lavoro da dipendente
La scelta, spiega, è nata dalla stanchezza. Stanca di sentirsi dire che non poteva fare un corso perché serviva al banco. Stanca di trovarsi, dopo la maternità, con un part-time da 928 euro. «Ero stanca come mamma di non avere tempo per mio figlio». E stanca, da direttrice, di portare responsabilità quasi da titolare: ordini, ricette, fatture, stupefacenti, scaduti, ispezioni.
Prima di aprire la partita IVA ha provato a cercare un altro posto da dipendente. Le proposte, racconta, erano indecenti: venendo da una direzione, «mi proponevano per 38 ore 1552 netti». Per lei è questo uno dei motivi della carenza di personale: non si trovano farmacisti anche perché le offerte sono basse. Il libero professionista diventa così una necessità per molte farmacie, anche grandi.
La libertà che non c'è
Ma libera professione, spiega, non significa decidere i propri orari. È il titolare a incastrare il professionista nei turni della farmacia. Racconta di aver chiesto un paio di pomeriggi liberi per stare con il figlio e di non essere più andata bene. E di un titolare che le ha chiesto di firmare un foglio scritto a mano con le condizioni della farmacia: ferie solo nei giorni di chiusura e un compenso di circa mille euro al mese in meno di quanto avrebbe fatturato. «Ma quindi io sarei una libera professionista o una dipendente camuffata?», si è chiesta. I titolari corretti esistono, aggiunge, ma sono pochi. E ricorda un rischio per tutti: chi fattura sempre a un unico committente, in caso di verifica, dovrebbe essere assunto.
Il contratto fermo e il ruolo dei sindacati
Sul contratto collettivo dei farmacisti collaboratori la situazione, dice, è ancora arenata. La proposta arrivata è di circa 220 euro lordi al mese in più. Nel frattempo i farmacisti non sono inquadrati come personale sanitario, hanno molti doveri e un lavoro che cambia continuamente.
Perché non si sblocca? Il primo motivo, per lei, è la scarsa partecipazione. I sindacati pesano in base agli iscritti: «se veramente tutti i farmacisti si iscrivessero al sindacato, la forza del sindacato sarebbe devastante». Racconta di scioperi passati con pochissime adesioni, per paura delle reazioni del titolare. L'ultimo invece è stato molto partecipato, al punto che alcune farmacie hanno dovuto chiudere. Riferisce anche episodi di pressione da parte di alcune grandi catene durante lo sciopero, che l'hanno spinta a bloccare una chat di colleghi.
Qual è allora lo stipendio giusto? «Un farmacista ad oggi per tutto il carico di lavoro che ha non dovrebbe prendere meno di 2000 euro». Il farmacista, insiste, fa molto più che vendere: «Qui non siamo dispensatori di scatolette, siamo chimici, siamo farmacisti». Fa farmacovigilanza, legge un elettrocardiogramma, fa prevenzione. All'estero, ricorda, è anche prescrittore.
Il Covid, la goccia che ha fatto traboccare il vaso
Da dove nasce la mobilitazione degli ultimi anni? «La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la pandemia, è il Covid». I farmacisti hanno lavorato spesso senza protezioni, con gli studi medici chiusi, garantendo i farmaci sul territorio. Poi, all'improvviso, sono diventati vaccinatori dopo corsi e prove pratiche: «era abuso di professione fino al giorno prima». Hanno fatto tamponi rischiando di infettarsi. Tante belle parole, i famosi eroi, e poi tutto è sparito. Ma il lavoro non è diminuito: i nuovi servizi sono rimasti e cresciuti, con lo stesso stipendio.
Il compenso dei servizi, spiega, va alla farmacia e non al farmacista. Da direttrice ricorda circa 400 vaccini Covid: la farmacia riceveva 12,90 euro per vaccino, ora 6,60. Al farmacista vaccinatore, dopo varie proteste, si è parlato di 2 euro lordi a vaccino o di 200 euro una tantum. E aggiunge che alcuni servizi, come la fornitura di dispositivi per stomie o di latte per neonati, costano alla farmacia più del rimborso. Anche per questo chiede che i titolari facciano una battaglia istituzionale insieme ai collaboratori, che hanno la stessa laurea e sono dottori come loro. Racconta di essere andata in commissione sanità di Regione Lombardia e di aver ricevuto la solidarietà di veterinari e odontoiatri.
Le grandi catene e la farmacia di quartiere
Sulle grandi catene la sua posizione è netta. Le vede come una visione molto commerciale, fatta di obiettivi di vendita, premi e scontrino medio, con personale che ruota e colleghi che le raccontano di sentirsi sotto pressione. Il rischio, dice, è che le catene pesino sempre di più nelle scelte di categoria. Per lei il modello resta un altro: il farmacista «di fiducia, il farmacista di quartiere, il farmacista che conosce la persona ancora prima del medico». I pazienti, osserva, se ne accorgono quando non trovano più il loro farmacista.
Racconta anche situazioni pesanti in alcune zone del Sud, con stipendi più bassi del minimo e ferie decise solo dal titolare. Uno dei conduttori porta il punto di vista di chi gestisce un'impresa: nella sua azienda paga sopra il minimo del contratto del commercio, e si chiede perché in farmacia ci si fermi al minimo. Longhini risponde che pochi titolari offrono un superminimo, e che nelle piccole città la contrattazione personale quasi non esiste. Per questo chiede uno stipendio adeguato uguale per tutti.
Alla domanda se da titolare difenderebbe ancora il contratto, risponde senza esitare: «Io il contratto lo rispetto, anzi sarei la prima a fare casino».
La formazione
L'ultimo tema è l'università. I cinque anni vanno bene, dice, ma andrebbero riorganizzati: tre anni di materie di base, come fisiologia, patologia e chimica farmaceutica, e due anni per preparare davvero al lavoro, compresi marketing e gestione economica della farmacia. Chi diventa direttore, osserva, si trova a fare fatture e ordini senza averlo mai studiato. Come prossimo ospite suggerisce il farmacista Marco Gallo, noto sui social come il farmacista fancazzista.
Cosa dice la scienza
La farmacia dei servizi in Italia
Secondo il Ministero della Salute il volto della farmacia è cambiato negli ultimi 15 anni grazie a una serie di decreti. Il decreto legislativo 153 del 2009 ha attribuito alle farmacie in convenzione con il Servizio sanitario nazionale nuovi compiti: la partecipazione all'assistenza domiciliare integrata, il supporto al corretto uso dei farmaci e all'aderenza alle terapie, anche con la farmacovigilanza, le campagne di prevenzione ed educazione sanitaria, i servizi di secondo livello e gli esami di prima istanza per l'autocontrollo. I decreti del 16 dicembre 2010 e dell'8 luglio 2011 hanno regolato le prestazioni analitiche, le prestazioni professionali e la prenotazione delle visite tramite CUP in farmacia. È il quadro dentro cui si muove l'evoluzione del lavoro descritta da Longhini.
I farmacisti aumentano le vaccinazioni
La revisione sistematica di Isenor e colleghi (Vaccine, 2016) ha analizzato 36 studi sul ruolo dei farmacisti nelle vaccinazioni: 22 come educatori o facilitatori e 14 come vaccinatori. Tutti gli studi hanno trovato un aumento delle coperture quando i farmacisti erano coinvolti, per l'influenza come per lo pneumococco, rispetto ai soli canali tradizionali. Gli autori segnalano come limiti il gran numero di studi non randomizzati e la loro eterogeneità. È la base scientifica del ruolo di vaccinatore che i farmacisti italiani hanno assunto con la pandemia.
Il farmacista prescrittore
Longhini ricorda che in altri Paesi il farmacista può prescrivere. Una revisione Cochrane (Weeks e colleghi, 2016) ha raccolto 46 studi con 37.337 partecipanti in cui la prescrizione era affidata a infermieri o, in 20 studi, a farmacisti. I risultati sono stati comparabili a quelli della prescrizione medica per pressione arteriosa, emoglobina glicata, colesterolo LDL, aderenza alle terapie, soddisfazione dei pazienti e qualità di vita. A 12 mesi, per esempio, la pressione sistolica era più bassa di circa 5 mmHg nei gruppi con prescrittori non medici. Gli autori chiedono studi più rigorosi su eventi avversi e costi.
Il burnout tra i farmacisti
La revisione di Dee e colleghi (International Journal of Clinical Pharmacy, 2023) ha raccolto 19 studi su 11.306 farmacisti in otto Paesi. Più della metà, il 51%, risultava in burnout. I fattori associati erano orari più lunghi, meno esperienza, molti pazienti e prescrizioni da gestire, carichi di lavoro eccessivi e scarso equilibrio tra lavoro e vita privata. La pandemia di Covid ha peggiorato la situazione. Gli autori avvertono che il burnout può influire sulla qualità dell'assistenza. Sono molti degli stessi elementi che Longhini racconta dalla sua esperienza.
Le criticità reali
Una domanda per riflettere. Se al farmacista si chiedono sempre più servizi sanitari, dai vaccini agli esami, chi dovrebbe riconoscerne il valore: il titolare, il contratto collettivo, le Regioni o lo Stato?
Un contratto che non segue il lavoro. Le competenze richieste sono cresciute, ma l'inquadramento e la retribuzione, secondo chi lavora al banco, sono rimasti indietro.
La partita IVA come ripiego. Quando la libera professione nasce dalla carenza di personale e da offerte basse, il confine con il lavoro dipendente si fa sottile, con rischi per entrambe le parti.
Servizi poco remunerati. Alcune prestazioni convenzionate, secondo quanto racconta Longhini, vengono pagate meno di quanto costano, e il compenso raramente arriva al professionista.
Formazione da aggiornare. Chi esce dall'università conosce la chimica, ma spesso non la gestione di una farmacia né i nuovi servizi.
Cosa può cambiare
Le proposte che emergono dalla puntata sono concrete. Rinnovare il contratto dei farmacisti collaboratori riconoscendo le nuove attività sanitarie. Portare una quota del compenso dei servizi, come i vaccini, a chi li esegue. Rafforzare la rappresentanza, perché il peso dei sindacati dipende dagli iscritti. Rendere trasparenti i rapporti con i liberi professionisti, con compensi a ore e senza vincoli da lavoro dipendente. Aggiornare il corso di laurea con una parte pratica e gestionale. E, guardando all'estero, valutare un ruolo più ampio del farmacista, anche nella prescrizione, come mostrano le prove disponibili.
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Conclusione
Cristina Longhini racconta una professione che è cresciuta molto più del suo contratto. Il farmacista libero professionista, nella sua esperienza, non è chi cerca il guadagno facile ma chi ha scelto di rischiare in proprio dopo anni di stipendi bassi e responsabilità alte. La pandemia ha reso evidente quanto la farmacia sia un presidio sanitario, e le prove sui farmacisti vaccinatori e prescrittori lo confermano. Il burnout diffuso, anche all'estero, ricorda che quel presidio si regge su persone. Riconoscerle, economicamente e professionalmente, è la condizione per non perderle.
→ Ascolta l'episodio 67 di Skeptical Health con Cristina Longhini per il racconto completo.
I dati chiave
- 2009: l'anno del decreto legislativo 153 che ha avviato la farmacia dei servizi (Ministero della Salute)
- 36 studi su 36: quelli che hanno trovato più vaccinazioni con il coinvolgimento dei farmacisti (Vaccine, 2016)
- 46 studi, 37.337 partecipanti: le prove sulla prescrizione affidata a infermieri e farmacisti, con risultati comparabili a quella medica (Cochrane, 2016)
- 51%: i farmacisti in burnout secondo una revisione su oltre 11.000 professionisti di otto Paesi (International Journal of Clinical Pharmacy, 2023)
- 32 euro l'ora: il compenso che Longhini dichiara di fatturare come libera professionista
- 220 euro lordi al mese: l'aumento proposto per il contratto dei collaboratori, secondo Longhini
- 2.000 euro: lo stipendio minimo che Longhini ritiene giusto per un farmacista
Takeaway
Prima di aprire la partita IVA, fai i conti. Previdenza, Ordine, commercialista, tasse e assicurazione sono a tuo carico, e senza lavoro non c'è reddito.
Diffida dei contratti su un foglio. Un libero professionista fattura le ore che lavora: vincoli da dipendente senza tutele da dipendente non sono libera professione.
La rappresentanza conta. Se sei farmacista collaboratore, informati sui tuoi diritti e sul peso che ha l'iscrizione a un sindacato.
Riconosci il tuo farmacista. Vaccini, esami, consigli sull'aderenza: dietro il banco c'è un professionista sanitario.
Domande frequenti
Cosa fa un farmacista libero professionista?
È un farmacista con partita IVA che lavora a ore per una o più farmacie e fattura le ore svolte. Nell'episodio 67 Cristina Longhini spiega che paga da sé previdenza, iscrizione all'Ordine, commercialista, tasse e assicurazione, non ha malattia pagata né tutele, e di solito si adatta ai turni decisi dal titolare della farmacia.
Quanto guadagna un farmacista libero professionista?
Cristina Longhini, farmacista libera professionista, racconta di fatturare 32 euro l'ora, su cui paga le tasse e tutti i costi della professione. Ricorda che all'inizio, quando mancavano molti farmacisti, alcuni colleghi chiedevano 40-50 euro l'ora, ma che oggi trovare lavoro come libero professionista non è semplice.
Perché molti farmacisti scelgono la partita IVA?
Secondo Cristina Longhini, segretario nazionale del Movimento Italiano Farmacisti Collaboratori, molti ci arrivano per stanchezza: stipendi da dipendente bassi, proposte di contratto sottopagate, poco tempo per la famiglia e responsabilità crescenti. Per le farmacie, spiega, il libero professionista è spesso una necessità dovuta alla carenza di personale.
Cos'è la farmacia dei servizi?
È l'insieme dei servizi che le farmacie possono offrire nell'ambito del Servizio sanitario nazionale, introdotti dal decreto legislativo 153 del 2009 e dai decreti del 2010 e 2011: partecipazione all'assistenza domiciliare, supporto all'aderenza alle terapie, campagne di prevenzione, esami di prima istanza e prenotazione delle visite tramite CUP.
I farmacisti possono fare i vaccini?
Sì. In Italia i farmacisti hanno iniziato a vaccinare con la pandemia di Covid, dopo corsi e prove pratiche, come racconta Cristina Longhini. Una revisione sistematica pubblicata su Vaccine nel 2016 ha trovato che in tutti i 36 studi analizzati il coinvolgimento dei farmacisti aumentava le coperture vaccinali.
Quanto è diffuso il burnout tra i farmacisti?
Una revisione sistematica pubblicata nel 2023 su International Journal of Clinical Pharmacy, con dati su 11.306 farmacisti di otto Paesi, ha stimato che più della metà (51%) sia in burnout. I fattori associati sono orari lunghi, carichi di lavoro eccessivi, molte prescrizioni da gestire e scarso equilibrio tra lavoro e vita privata.
Fonti
- Ministero della Salute: La farmacia dei servizi (aggiornato 2024)
- Isenor JE et al.: Impact of pharmacists as immunizers on vaccination rates: A systematic review and meta-analysis. Vaccine (2016)
- Weeks G et al.: Non-medical prescribing versus medical prescribing for acute and chronic disease management in primary and secondary care. Cochrane Database of Systematic Reviews (2016)
- Dee J et al.: A systematic review and pooled prevalence of burnout in pharmacists. International Journal of Clinical Pharmacy (2023)