Il Farmacista in Italia: Professionista o Bottegaio?
Stipendi, partita IVA, università superata, generici, fitoterapia e servizi in farmacia: Silvia Gallotta, farmacista titolare, racconta la professione oggi.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Silvia Gallotta — Farmacista
Ultimo aggiornamento: 2026-09-24
Quanto tempo hai?
Il farmacista è un professionista sanitario o un bottegaio? Nell'episodio 34 di Skeptical Health, Cristian Valeri e Guido Magrin ne parlano con Silvia Gallotta, farmacista titolare in Brianza, che ha fatto tutta la gavetta prima di diventare titolare. Racconta una professione in crisi, tra stipendi bassi, dipendenti che scelgono la partita IVA e un'università rimasta indietro. Il tema conta perché la farmacia è il presidio sanitario più diffuso sul territorio, e capire cosa il farmacista può fare è utile a chiunque ci entri.
Cosa emerge dall'episodio
Da bottegai a professionisti sanitari. «Fino al 2018 eravamo considerati dei bottegai», dice Gallotta. Il cambio di passo, secondo lei, arriva con la legge Lorenzin del 2018, che ha riordinato le professioni sanitarie. Ancora oggi però qualche cliente anziano la chiama signora, mentre chiamava dottore un collaboratore non laureato.
Carriere orizzontali e partita IVA. Per diventare titolare servono grandi capitali o una farmacia di famiglia. Chi non li ha resta al massimo direttore, e chi rimane, dice, lo fa per passione. Molti si licenziano e lavorano con la partita IVA, a Milano fino a 40 euro l'ora, ma senza maternità, malattia e ferie. Gallotta ha scelto un'altra strada: part-time con lo stipendio quasi invariato. Il risultato, racconta, è stato più continuità e un fatturato cresciuto del 22% in un anno.
Un'università da riformare. La critica più netta riguarda la formazione: «studiamo delle molecole che sono state ritirate negli anni '80 perché provocavano il cancro». Propone tre anni di materie di base e poi insegnamenti in continuo aggiornamento. Per chi diventa titolare servirebbe anche un percorso di gestione economica, perché molti non sanno leggere un bilancio.
Il consiglio, non la vendita. Il vero lavoro del farmacista è il consiglio: chiedere a chi prende un antipertensivo se fuma, spiegare come funziona un farmaco, dire quando andare dal medico. «Prenda l'ibuprofene che costa meno, questo è fare il bottegaio». Sulla fitoterapia, in cui ha concluso un master, ricorda che «naturale non vuol dire non tossico»: l'iperico, per esempio, non va associato ad alcune benzodiazepine.
Servizi fatti bene. Nella sua farmacia si fanno telecardiologia e telenutrizione. Sulle inchieste che hanno messo in dubbio gli esami in farmacia, dà ragione ai critici: se si scelgono strumenti economici poco affidabili, il problema è del farmacista, che deve fare le cose bene.
Il contesto in breve
Una revisione sistematica pubblicata su Drugs nel 2009 ha raccolto le interazioni tra prodotti a base di erbe e farmaci: l'iperico è tra i prodotti con più interazioni documentate, anche con anticoagulanti, contraccettivi e alcune benzodiazepine. Una meta-analisi pubblicata sul Journal of the American Heart Association nel 2014, su 39 studi randomizzati e oltre 14.000 pazienti, ha trovato che gli interventi dei farmacisti riducono la pressione sistolica in media di 7,6 mmHg. L'effetto era maggiore quando l'intervento era guidato dal farmacista e almeno mensile. Sugli esami in farmacia, uno studio pubblicato su Clinical Chemistry nel 2010 ha trovato che sei strumenti su otto per l'emoglobina glicata non rispettavano i criteri di qualità analitica accettati. Per questo la scelta del dispositivo conta, e un risultato vicino alle soglie va confermato in laboratorio.
Da portare a casa
- Dichiara sempre i fitoterapici: iperico e altri prodotti naturali possono interferire con i farmaci.
- Un esame in farmacia è un primo passo: se il risultato è vicino alla soglia, confermalo in laboratorio.
- Usa il farmacista come consulente: chiedi come assumere un farmaco, per quanto tempo e quando andare dal medico.
«Fino al 2018 eravamo considerati dei bottegai». Lo dice Silvia Gallotta, farmacista titolare in Brianza, che si definisce «atipica» perché ha fatto tutta la gavetta prima di diventare titolare. In questo episodio racconta a Cristian Valeri e Guido Magrin una professione in crisi: stipendi bassi, dipendenti che scelgono la partita IVA, un'università rimasta indietro, farmacie trasformate in negozi. E difende un'idea precisa: il farmacista non è chi vende scatole, ma il punto di contatto tra medico e paziente.
Perché il tema è urgente oggi
Le farmacie sono il presidio sanitario più diffuso e accessibile sul territorio. Dopo la pandemia hanno assunto nuovi compiti: vaccinazioni, test, telemedicina, presa in carico dei pazienti cronici. Ma la professione fatica: i farmacisti dipendenti protestano per stipendi che considerano inadeguati e molti lasciano per lavorare come liberi professionisti.
Intanto i cittadini si trovano davanti a scaffali di integratori, fitoterapici e omeopatici accanto ai farmaci, e a esami in farmacia la cui affidabilità dipende dagli strumenti. Capire cosa il farmacista può e deve fare è utile a chiunque entri in una farmacia.
Cosa emerge dall'episodio
Silvia Gallotta ha 37 anni, è nata in un piccolo paese della Calabria e si è laureata in Farmacia a Pavia. È figlia di farmacisti, ma ha scelto di fare tutta la trafila: tirocinante, magazziniera, dipendente. È diventata titolare vincendo un concorso per l'assegnazione delle sedi farmaceutiche.
Da bottegai a professionisti sanitari
Fino agli anni Ottanta, ricorda, la farmacista era un'istituzione del paese, «insieme al sindaco e al prete». Poi per molti è diventata una bottegaia. Il cambio di passo, secondo lei, arriva con la legge Lorenzin del 2018, che ha riordinato le professioni sanitarie. Ancora oggi però qualche cliente anziano la chiama «signora», mentre chiamava «dottore» un collaboratore non laureato: una questione di retaggio, e forse di genere.
La "casta" e la carriera orizzontale
Gallotta respinge l'idea dei farmacisti come casta, ma ne riconosce l'origine: per diventare titolare servono «svariati milioni di euro» o una farmacia di famiglia. Chi non li ha ha una carriera «orizzontale»: al massimo direttore di farmacia, con lo stipendio fissato dal contratto nazionale. Chi resta, dice, lo fa «veramente per passione». Racconta di aver letto in un gruppo di titolari un commento sprezzante verso i dipendenti scesi in piazza. La sua risposta: in attesa dei contratti nazionali, un titolare può aumentare il superminimo, dare bonus, offrire welfare aziendale.
Partita IVA: 40 euro l'ora, ma senza tutele
Molti farmacisti oggi si licenziano e lavorano con la partita IVA: a Milano, racconta, si arriva a 40 euro l'ora. Gallotta capisce le ragioni, perché ai dipendenti si chiede di tutto: banco, formazione, obiettivi di vendita, tamponi, vaccini, autoanalisi. Ma avverte che la partita IVA non garantisce maternità retribuita, allattamento, malattia e ferie. Una collaboratrice passata alla libera professione le ha detto di averlo fatto per avere tempo. Da lì ha cambiato strategia: ha concesso part-time mantenendo quasi invariato lo stipendio. Il risultato, dice, è stato più continuità e un fatturato cresciuto del 22% in un anno. E aggiunge: il titolare deve dare l'esempio lavorando al banco con i collaboratori.
Un'università da riformare
La critica più netta riguarda la formazione: «studiamo delle molecole che sono state ritirate negli anni '80 perché provocavano il cancro» e poi «non abbiamo idea di che cosa sia un farmaco biologico». Propone tre anni di materie di base e poi materie in continuo aggiornamento, come nelle ingegnerie. E per chi diventa titolare, un percorso di gestione economico-finanziaria: oggi molti non sanno leggere un bilancio. Ai tirocinanti consiglia di continuare a studiare subito dopo la laurea.
Il consiglio, non la vendita
Il vero lavoro del farmacista, per Gallotta, è il consiglio. Chiedere a chi prende un antipertensivo se fuma, spiegare a un diabetico come funziona la metformina, dire a chi compra un antidolorifico di non superare tre giorni e poi andare dal medico. Fare farmacovigilanza e controllare le interazioni. «Prenda l'ibuprofene che costa meno, questo è fare il bottegaio». Critica le pressioni commerciali, come vendere prodotti aggiuntivi dopo un vaccino, che fanno sentire i dipendenti «come un venditore di scarpe». E osserva che l'arrivo delle catene, gestite con logiche della grande distribuzione, ha paradossalmente spinto clienti e farmacisti verso le farmacie indipendenti.
Generici, fitoterapia e omeopatia
Cristian Valeri racconta di pazienti usciti dalla farmacia con i fiori di Bach invece della pomata che serviva, o con prodotti omeopatici al posto del vaccino antinfluenzale. Gallotta distingue: la fitoterapia, in cui ha appena concluso un master triennale, ha basi scientifiche perché «la medicina nasce dalle piante». Ma «naturale non vuol dire non tossico»: l'iperico, per esempio, non va associato ad alcune benzodiazepine. Sull'omeopatia preferisce non esprimersi perché non l'ha studiata.
Sui generici, al banco il farmacista deve per legge chiedere se il paziente vuole l'originale o l'equivalente. Gallotta spiega che i generici hanno studi e registrazione, ma aggiunge che possono contenere «fino al 18%» di principio attivo in meno. Il tema della bioequivalenza lo approfondiamo più sotto. Osserva anche che alcuni pazienti si trovano meglio con un generico per via degli eccipienti.
I servizi: telemedicina fatta bene
Dopo il Covid la farmacia è cambiata. Nella sua si fanno telecardiologia (ECG, holter cardiaco e pressorio) e un servizio di telenutrizione con una professionista dedicata, in convenzione per alcuni pazienti o a pagamento. Sulle inchieste giornalistiche che hanno messo in dubbio gli esami in farmacia, dà ragione ai critici: se si scelgono strumenti economici che si discostano dal laboratorio anche di 15 punti, il problema è del farmacista. «Devi fare una cosa, ma falla bene».
Come prossimo ospite suggerisce Costantino Criaco, farmacista.
Cosa dice la scienza
Per curiosità: come funziona la bioequivalenza
Un generico dichiara la stessa quantità di principio attivo dell'originale. Per essere autorizzato deve dimostrare la bioequivalenza: le concentrazioni del farmaco nel sangue, misurate negli studi, devono rientrare in un intervallo di tolleranza fissato dalle agenzie regolatorie rispetto all'originale. È da questo margine che nasce spesso il dibattito sulle differenze tra generico e marca. La meta-analisi di Kesselheim e colleghi (JAMA, 2008) su 47 studi di farmaci cardiovascolari ha trovato equivalenza clinica nella grande maggioranza dei trial, per esempio in 7 su 7 per i beta-bloccanti e 10 su 11 per i diuretici, e nessuna prova di superiorità dei farmaci di marca. Resta vero che gli eccipienti possono differire e che in rari casi un paziente tollera meglio una formulazione.
Fitoterapici: le interazioni esistono
La revisione sistematica di Izzo ed Ernst (Drugs, 2009) ha raccolto le segnalazioni di interazioni tra prodotti a base di erbe e farmaci prescritti. L'iperico è tra i prodotti con più interazioni documentate: induce gli enzimi che metabolizzano molti farmaci e ne riduce l'efficacia. Tra questi ci sono anticoagulanti, contraccettivi, immunosoppressori, antiretrovirali e alcune benzodiazepine. È la conferma di quanto dice Gallotta: il consiglio sui fitoterapici richiede competenze farmacologiche.
Omeopatia: effetti compatibili con il placebo
Sull'omeopatia, su cui Gallotta non si pronuncia, la letteratura è chiara. Lo studio di Shang e colleghi (Lancet, 2005) ha confrontato 110 trial di omeopatia con 110 trial di medicina convenzionale. Limitandosi agli studi più grandi e di qualità migliore, l'effetto dell'omeopatia non era distinguibile dal placebo (odds ratio 0,88, intervallo di confidenza 0,65-1,19). Quello della medicina convenzionale invece restava (0,58). Gli effetti clinici dell'omeopatia sono compatibili con un effetto placebo.
Il farmacista che segue il paziente funziona
Il ruolo di consiglio e monitoraggio che Gallotta rivendica ha prove solide. La meta-analisi di Santschi e colleghi (Journal of the American Heart Association, 2014), su 39 studi randomizzati e oltre 14.000 pazienti, ha trovato che gli interventi dei farmacisti riducono la pressione sistolica in media di 7,6 mmHg rispetto alle cure abituali. Si trattava soprattutto di educazione del paziente, comunicazione con il medico e gestione della terapia. L'effetto era maggiore quando l'intervento era guidato dal farmacista e almeno mensile.
Esami in farmacia: dipende dallo strumento
Sulla qualità degli esami point of care, lo studio di Lenters-Westra e Slingerland (Clinical Chemistry, 2010) ha valutato otto strumenti per l'emoglobina glicata. Sei su otto non rispettavano i criteri di qualità analitica generalmente accettati. È il motivo per cui la scelta del dispositivo conta, come dice Gallotta, e per cui un risultato vicino alle soglie va confermato in laboratorio.
Le criticità reali
Stipendi e carriere. Senza prospettive di crescita e con stipendi bassi, i farmacisti dipendenti lasciano per la partita IVA, rinunciando a tutele importanti.
Formazione superata. Un corso di laurea che non prepara su farmaci biologici e gestione d'impresa lascia i giovani farmacisti senza strumenti.
Pressioni commerciali. Obiettivi di vendita e prodotti senza prove di efficacia accanto ai farmaci rischiano di trasformare il consiglio in vendita.
Servizi di qualità variabile. Test e telemedicina in farmacia sono una risorsa solo se strumenti e fornitori sono affidabili.
Cosa può cambiare
Le proposte di Gallotta sono concrete: una riforma dell'università con materie di base e insegnamenti in continuo aggiornamento, un percorso di gestione economica per i titolari, retribuzioni e tempo di lavoro che trattengano i dipendenti. La farmacia dei servizi può diventare un nodo della sanità territoriale, a patto di scegliere strumenti validati e di mettere il consiglio professionale davanti alla vendita.
Approfondisci: articoli correlati
Farmacista Dipendente: ne Vale la Pena?, chi lavora al banco e quanto guadagna
Farmacisti, titolari e partita IVA: chi ha paura del cambiamento?, il confronto tra titolari e liberi professionisti
Deblistering: Opportunità Professionale, Prima Ancora che Risparmio Economico, il riconfezionamento dei farmaci per i pazienti fragili
Il Farmacista Libero Professionista Non è un Marchettaro, pro e contro della libera professione in farmacia
Conclusione
Silvia Gallotta porta in questo episodio la voce di una titolare che sta dalla parte dei dipendenti. La sua risposta alla domanda del titolo è che il farmacista è un professionista, se fa il suo lavoro: consigliare, monitorare, verificare le interazioni. I dati confermano che questo ruolo funziona, dalla pressione arteriosa alla sicurezza dei fitoterapici. Chiedono anche rigore su generici, omeopatia ed esami in farmacia. Il rischio di tornare bottegai dipende da stipendi, formazione e pressioni commerciali.
→ Ascolta l'episodio 34 di Skeptical Health con Silvia Gallotta per il racconto completo.
I dati chiave
- 40 euro l'ora: il compenso di un farmacista a partita IVA a Milano, secondo Silvia Gallotta
- +22%: la crescita del fatturato della sua farmacia dopo aver concesso part-time ai collaboratori
- 47 studi: quelli analizzati da Kesselheim et al. (JAMA 2008), senza prove di superiorità dei farmaci di marca sui generici
- 0,88: l'odds ratio dell'omeopatia negli studi migliori, non distinguibile dal placebo (Shang et al., Lancet 2005)
- -7,6 mmHg: la riduzione media della pressione sistolica con gli interventi del farmacista (Santschi et al., JAHA 2014)
- 6 su 8: gli strumenti point of care per l'emoglobina glicata che non rispettavano i criteri di qualità (Lenters-Westra, Clin Chem 2010)
Takeaway
Il generico è equivalente. Stesso principio attivo, stessa dose: se hai dubbi, chiedi al farmacista degli eccipienti, non della "quantità" di farmaco.
Dichiara sempre i fitoterapici. Iperico e altri prodotti naturali possono interferire con i farmaci: il farmacista deve saperlo.
Un esame in farmacia è un primo passo. Se il risultato è vicino alla soglia, confermalo in laboratorio e chiedi quale strumento è stato usato.
Usa il farmacista come consulente. Chiedi come assumere un farmaco, per quanto tempo e quando è il caso di andare dal medico.
Domande frequenti
Il farmaco generico funziona come quello di marca?
Sì. Un generico contiene lo stesso principio attivo, nella stessa quantità e forma farmaceutica, e per essere autorizzato deve dimostrare di essere bioequivalente all'originale: l'esposizione dell'organismo al farmaco deve rientrare in limiti stretti fissati dalle agenzie regolatorie. Una meta-analisi pubblicata su JAMA nel 2008 non ha trovato prove di una superiorità dei farmaci di marca rispetto ai generici nelle malattie cardiovascolari. Possono cambiare gli eccipienti, che in qualche paziente fanno la differenza.
Quanto guadagna un farmacista dipendente in Italia?
Dipende dal contratto nazionale applicato, dal livello e dall'anzianità. Nell'episodio 34 Silvia Gallotta, farmacista titolare, riconosce che le retribuzioni sono basse rispetto a quanto si chiede ai dipendenti: banco, vaccini, tamponi, telemedicina, obiettivi di vendita. Per questo, racconta, molti scelgono la partita IVA, che a Milano può arrivare a 40 euro l'ora ma senza maternità, malattia e ferie pagate.
La fitoterapia è sicura?
Naturale non vuol dire privo di rischi. Molti fitoterapici hanno principi attivi e possono interagire con i farmaci. L'esempio più noto è l'iperico (erba di San Giovanni), che accelera il metabolismo di numerosi farmaci e ne riduce l'efficacia, compresi alcuni ansiolitici, anticoagulanti, contraccettivi e immunosoppressori. Prima di assumere un fitoterapico insieme ad altri farmaci conviene chiedere al farmacista o al medico. Diverso il caso dell'omeopatia, per cui le prove di efficacia oltre il placebo mancano.
Gli esami fatti in farmacia sono affidabili?
Dipende dallo strumento. I dispositivi point of care usati in farmacia per glicemia, emoglobina glicata o colesterolo hanno prestazioni molto diverse tra loro: uno studio del 2010 ha trovato che sei strumenti su otto per l'emoglobina glicata non rispettavano i criteri di qualità analitica. Silvia Gallotta sostiene che la responsabilità è del farmacista, che deve scegliere dispositivi e fornitori di telemedicina di qualità. Un risultato borderline va sempre confermato in laboratorio.
Cosa può fare il farmacista oltre a vendere farmaci?
Con la farmacia dei servizi e dopo la pandemia, le farmacie italiane possono offrire vaccinazioni, test, telemedicina (elettrocardiogramma, holter cardiaco e pressorio) e programmi di presa in carico. Ma il ruolo centrale resta il consiglio: spiegare come assumere un farmaco, controllare interazioni ed effetti collaterali, segnalare quando serve il medico. Gli interventi dei farmacisti sui pazienti ipertesi, secondo una meta-analisi del 2014, riducono la pressione sistolica in media di 7,6 mmHg.
Perché i farmacisti sono considerati una casta?
Perché per diventare titolare di una farmacia privata servono in genere capitali di milioni di euro o una farmacia di famiglia, e le sedi sono contingentate. Silvia Gallotta, che è diventata titolare vincendo un concorso, spiega che chi non ha queste possibilità ha una carriera 'orizzontale': può al massimo diventare direttore di farmacia. Secondo lei, chi resta dipendente lo fa per passione.
Fonti
- Kesselheim AS et al.: Clinical equivalence of generic and brand-name drugs used in cardiovascular disease: a systematic review and meta-analysis. JAMA (2008)
- Izzo AA, Ernst E: Interactions between herbal medicines and prescribed drugs: an updated systematic review. Drugs (2009)
- Shang A et al.: Are the clinical effects of homoeopathy placebo effects? Comparative study of placebo-controlled trials of homoeopathy and allopathy. The Lancet (2005)
- Santschi V et al.: Improving blood pressure control through pharmacist interventions: a meta-analysis of randomized controlled trials. Journal of the American Heart Association (2014)
- Lenters-Westra E, Slingerland RJ: Six of eight hemoglobin A1c point-of-care instruments do not meet the general accepted analytical performance criteria. Clinical Chemistry (2010)