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Sanità Lombarda: il Modello va Difeso o Ridisegnato?

Carlo Borghetti sul rapporto fra pubblico e privato accreditato in Lombardia, sul fondo sanitario nazionale e sui dieci anni senza un piano sociosanitario.

Sanità Lombarda: il Modello va Difeso o Ridisegnato?
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Carlo Borghetti — Consigliere regionale della Lombardia, Partito Democratico

Ultimo aggiornamento: 2026-09-23

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Stessa giornata, stesso palazzo, altra sedia. Qualche ora dopo l'assessore al Welfare, a Palazzo Lombardia passa Carlo Borghetti, consigliere regionale del Partito Democratico, e gli vengono poste alcune delle stesse domande fatte a Guido Bertolaso.

Undici minuti, e una posizione che non coincide con quella della giunta ma nemmeno con la caricatura che ci si aspetterebbe.


Quattro privati, non uno

Alla domanda su come conciliare pubblico e privato accreditato, Borghetti comincia dove comincia anche Bertolaso: dicendo che si fa confusione.

Ma la scomposizione che propone è più fine. Quando si parla di privato, dice, bisognerebbe distinguere: c'è il privato accreditato con contratto e quello accreditato senza contratto; c'è il privato che non è accreditato e quindi non prende soldi pubblici; e poi c'è la distinzione trasversale tra profit e no profit.

Sono realtà molto diverse tra loro, e nel dibattito pubblico finiscono tutte nella stessa parola.

Su questa base costruisce la sua tesi, che è a doppio taglio. Da un lato: «quando il servizio privato è accreditato e lavora coi soldi pubblici, ha tutto il diritto di essere considerato un servizio pubblico». Dall'altro, ed è il punto che gli interessa, da quel diritto discendono dei doveri.

Il dovere principale lo definisce in modo operativo: «quando un ospedale privato lavora con i soldi pubblici, deve contribuire agli obiettivi pubblici di salute» che la Regione si prefigge, e aderire alla programmazione regionale. Non soltanto fare le prestazioni che ritiene interessanti per sé, o quelle che la domanda gli porta, ma rispondere ai bisogni su cui la Regione ha deciso che serve di più.

È una differenza sottile ma sostanziale rispetto alla posizione dell'assessore. Bertolaso insiste sulla parità di livello qualitativo tra pubblico e privato accreditato; Borghetti sposta l'accento sulla parità di obblighi programmatori.


La parola chiave è del 1997

Alla domanda se la Lombardia debba difendere il suo modello o avere il coraggio di ridisegnarlo, Borghetti non sceglie nessuna delle due e indica una terza via: tornare ad alcuni principi che la Regione si era data all'inizio, con la legge di riforma del 1997, la legge regionale che ha fondato il modello lombardo.

Il principio che gli interessa è uno solo: il privato era sussidiario. Si è piano piano fatta avanti, sostiene, «l'idea che il privato è concorrente con la sanità pubblica o addirittura sostitutivo».

E non idealizza il punto di partenza: quella visione iniziale, ammette, aveva dei difetti, per esempio puntava troppo sull'ospedale e troppo poco sulla sanità territoriale. Ma, dice, «recuperare il concetto di sussidiarietà oggi nel rapporto tra pubblico e privato in Lombardia è fondamentale».

La seconda richiesta riguarda la governance: che sia più saldamente in mano alla programmazione pubblica, che secondo lui ha fatto fatica a indicare indirizzi e priorità.

A sostegno porta il fatto più concreto dell'intervista. Il piano sociosanitario regionale, che ha durata quinquennale, è stato riapprovato in Consiglio regionale, dieci anni dopo la scadenza del precedente. Per curiosità, il piano precedente copriva il 2010-2014, e il nuovo Piano sociosanitario integrato lombardo 2024-2028 è stato approvato il 25 giugno 2024. Dieci anni, dice, in cui la Regione ha continuato a far leva su un programma scaduto, evidentemente non più all'altezza di un bisogno di salute che cambia di continuo.


I soldi, e i numeri

Sulla sostenibilità del sistema, meno lavoratori, più anziani, Borghetti parte dal fondo sanitario nazionale.

La sua lettura è che il fondo sia stato mantenuto più o meno agli stessi livelli negli ultimi vent'anni, con una leggera crescita recente del tutto insufficiente rispetto all'aumento della domanda. E che i due o tre miliardi visti ultimamente siano stati in gran parte assorbiti dall'inflazione e dal costo del personale. Serve, dice, un'iniezione di risorse almeno tre o quattro volte più consistente.

I numeri che porta a confronto sono questi: gli altri paesi europei si attestano mediamente sul 7,5% del PIL, con Germania e Francia all'8 o 9%, mentre l'Italia è al 6,3-6,4%.

Per curiosità, secondo il rapporto della Fondazione GIMBE pubblicato il 2 settembre 2026, quindi dopo questa intervista, la spesa sanitaria pubblica italiana è al 6,2% del PIL nel 2025, in calo dal 6,3% del 2024. La media dei paesi OCSE europei è 7,1%. Il divario di finanziamento con i paesi europei è quantificato in 36,1 miliardi di euro. La Germania sta intorno all'11%, cioè circa cinque punti sopra l'Italia; Francia, Svezia e Regno Unito circa tre punti sopra.

Quando gli intervistatori sollevano la questione classica, percentuale sul PIL contro valore assoluto, Borghetti taglia corto: «prendiamola come la vogliamo. Servono più soldi per la sanità».

E aggiunge la ragione per cui la domanda cresce: più popolazione anziana, si vive di più ma si vive di più con malattia, farmaci nuovi molto costosi, innovazioni tecnologiche potentissime. Cita, avendola vista quella mattina, la presentazione sui pazienti paraplegici che tornano a stare in piedi, la stessa di cui parlano Mortini e Iannaccone. Tutto questo costa, osserva, e il riferimento che indica è l'articolo 32 della Costituzione: la salute come diritto per tutti, non solo per chi può pagarsi le prestazioni privatamente.


Non solo più soldi

La parte migliore dell'intervista è la risposta a una domanda che lo mette alla prova: aumentare la spesa non sempre è possibile, e spendere di più non significa automaticamente spendere bene.

Borghetti la accoglie invece di difendersi. «Non vorrei che si pensasse che io risolvo il problema con più soldi alla sanità. Quello è un punto di partenza.»

Poi elenca due fronti interni.

Il primo sono gli sprechi e il gap di efficienza della sanità pubblica, sul quale dice che bisogna assolutamente lavorare. E porta un esempio che riguarda la sua stessa regione e la sua stessa storia politica: ricorda che il presidente Maroni, da quello stesso palazzo, aveva annunciato che la riforma del 2015 avrebbe portato a un risparmio di 400 milioni di euro all'anno nella sanità lombarda. «Io c'ero», dice. Quel risparmio non si è mai visto, e conclude che quella previsione andava rivista.

Il secondo è l'appropriatezza: fare alle persone le visite e gli esami giusti al momento giusto. Registra un aumento dell'inappropriatezza, prestazioni erogate dal servizio pubblico che a volte non sono così necessarie, e ne indica il costo vero, che non è solo di bilancio: portano via spazio e risorse a chi ne avrebbe più bisogno e si trova in lista d'attesa.


La domanda provocatoria, e una risposta che non ci sta

L'ultima domanda è la stessa già rivolta a Bertolaso: visto che il privato ha maggiore fluidità organizzativa, non dovrebbe il pubblico guardare alla sua organizzazione per diventare più efficiente?

Borghetti rifiuta la premessa, e lo fa con un argomento specifico. L'efficienza, dice, non riguarda la velocità dell'intervento: gli ospedali pubblici lombardi sono eccellenti da quel punto di vista. Cita la gestione della vicenda di Crans-Montana da parte del Niguarda, e si affretta ad aggiungere il Policlinico e il Papa Giovanni, con una battuta sul rischio, già toccato a Bertolaso, di essere accusato di non averli citati tutti.

La sua tesi è che il problema del pubblico in Lombardia non sta nella qualità del personale, nella qualità degli interventi o nella velocità delle prestazioni, dove, aggiunge, qualche volta il pubblico bagna il naso al privato.

Il tema, concede, è organizzativo: l'utilizzo del personale, la logistica dei reparti e dei pronto soccorso, e soprattutto le strutture.

Ed è qui che arriva il dato che apre il video, e che è il più visivo di tutta l'intervista. Si parla di un'età media molto alta degli ospedali lombardi. Ma se si parla con il Politecnico di Milano, con chi si occupa di edilizia sanitaria, ti dicono che «un ospedale è vecchio dopo 25-30 anni». E chiude così: «Noi abbiamo ospedali che hanno un secolo di vita, altro che 20 anni.»


La chiusura: prevenzione

Alla domanda finale su cosa renda il sistema più sostenibile, la risposta è prevenzione, con un'estensione interessante del termine.

Cita l'argomento economico, un soldo in prevenzione significa due, tre, quattro soldi risparmiati in cura, e poi ci fa rientrare la presa in carico della non autosufficienza. Se prendo in carico subito una persona anziana o con disabilità, dice, sto facendo prevenzione rispetto a un peggioramento; se non la prendo in carico e quella persona si aggrava e finisce in ospedale, mi costa anche di più.

Per curiosità, sul rapporto costi-benefici della prevenzione esiste una letteratura, e i risultati variano molto a seconda dell'intervento. La revisione sistematica di Rebecca Masters e colleghi, pubblicata nel 2017 sul Journal of Epidemiology and Community Health, ha calcolato un ritorno mediano sull'investimento di 14 a 1 per gli interventi di sanità pubblica, che sale a 27 a 1 per quelli su scala nazionale. Sono mediane calcolate su interventi molto diversi fra loro.


Il punto

Messa accanto a quella dell'assessore, questa intervista è utile per dove i due si separano, e per dove no.

Non si separano sulla qualità: entrambi dicono che il livello delle prestazioni non è il problema. Non si separano sulle risorse: entrambi ritengono che ne servano di più. Non si separano sulla burocrazia e sull'accesso.

Si separano su due cose. La prima è che cosa debba il privato accreditato al sistema che lo finanzia: per Bertolaso il tema è la qualità garantita, per Borghetti è l'adesione alla programmazione. La seconda è se in Lombardia una programmazione ci sia stata, e su questo Borghetti non porta un'opinione ma una data: un piano quinquennale rimasto scaduto per dieci anni.

Guarda l'intervento completo con Carlo Borghetti, registrato all'assemblea 2026 di AIOP Lombardia in Palazzo Lombardia.


I numeri citati nell'intervento

  1. 6,3-6,4% del PIL la spesa sanitaria italiana secondo l'ospite, contro una media europea indicata intorno al 7,5% e Germania e Francia all'8-9%.
  2. Per curiosità, secondo GIMBE (settembre 2026): 6,2% nel 2025 e 6,3% nel 2024; media OCSE europea 7,1%; divario 36,1 miliardi; Germania circa 11%.
  3. 3-4 volte l'aumento di risorse che ritiene necessario rispetto ai 2-3 miliardi recenti.
  4. 400 milioni all'anno di risparmio annunciati per la riforma lombarda del 2015 e, secondo l'ospite, mai realizzati.
  5. 10 anni di scarto tra la scadenza del piano sociosanitario regionale precedente (2010-2014) e l'approvazione di quello nuovo (2024-2028, approvato il 25 giugno 2024).
  6. 25-30 anni: l'età oltre la quale, secondo gli esperti di edilizia sanitaria del Politecnico di Milano, un ospedale è considerato vecchio. In Lombardia ce ne sono di centenari.
  7. 1 a 2-3 il ritorno della prevenzione secondo l'ospite. Per curiosità, 14 a 1 il ritorno mediano misurato dalla revisione Masters 2017, 27 a 1 per gli interventi nazionali.

Takeaway

  • «Privato» in sanità indica almeno quattro cose diverse: accreditato con contratto, accreditato senza contratto, non accreditato, e profit o no profit. La confusione tra queste rende impossibile qualunque discussione seria.
  • Il criterio proposto qui non è quanto privato ci sia, ma se chi riceve fondi pubblici sia tenuto a seguire la programmazione pubblica.
  • Un piano sanitario scaduto per dieci anni è un dato, non una posizione politica. Una domanda per riflettere. A che punto è il piano della propria regione?
  • Le prestazioni inappropriate non costano solo soldi: consumano capacità che serviva a chi è in lista d'attesa.
  • Investire in prevenzione, compresa la presa in carico precoce della non autosufficienza, è la via indicata qui per rendere sostenibile il sistema.

Domande frequenti

Quante forme di «privato» esistono in sanità?

Borghetti ne distingue quattro: il privato accreditato con contratto, quello accreditato senza contratto, il privato non accreditato che non riceve soldi pubblici, e poi la distinzione trasversale tra profit e no profit. Sono realtà molto diverse fra loro e, sostiene, vengono confuse di continuo.

Che doveri ha una struttura privata che lavora con soldi pubblici?

Secondo Borghetti ha il diritto di essere considerata servizio pubblico, e da lì discendono dei doveri: contribuire agli obiettivi di salute che la Regione si prefigge e aderire alla programmazione regionale, invece di erogare solo le prestazioni più convenienti o più richieste.

Quanto spende l'Italia per la sanità rispetto agli altri paesi?

L'ospite indica il 6,3-6,4% del PIL contro una media europea intorno al 7,5%. Per curiosità, secondo il rapporto GIMBE di settembre 2026 la spesa è al 6,2% del PIL nel 2025 (era 6,3% nel 2024) contro il 7,1% di media nei paesi OCSE europei, con un divario di finanziamento di 36,1 miliardi di euro.

Basta aumentare la spesa?

No, e lo dice lui stesso: più risorse sono un punto di partenza. Indica due fronti interni, gli sprechi e il gap di efficienza della sanità pubblica, e l'appropriatezza, cioè il fatto che vengano fatte le visite e gli esami giusti al momento giusto, perché le prestazioni inappropriate sottraggono spazio a chi è in lista d'attesa.

Che cosa è successo alla programmazione sanitaria lombarda?

Borghetti riferisce che il piano sociosanitario regionale, di durata quinquennale, è stato riapprovato in Consiglio regionale dopo dieci anni dalla scadenza del precedente. Per curiosità, il piano 2010-2014 è stato seguito dal Piano sociosanitario integrato 2024-2028, approvato il 25 giugno 2024.

Dove conviene investire per rendere sostenibile il sistema?

In prevenzione, inclusa la presa in carico precoce della non autosufficienza: prendere in carico subito una persona anziana o con disabilità è prevenzione rispetto a un peggioramento che costerebbe di più in ospedale.

Fonti

  1. Quotidiano Sanità: Fondazione GIMBE, rapporto sulla spesa sanitaria (2 settembre 2026): Italia al 6,2% del PIL nel 2025 (6,3% nel 2024), contro il 7,1% di media nei paesi OCSE europei; divario di 36,1 miliardi di euro; Germania intorno all'11%
  2. Masters R. et al.: Return on investment of public health interventions: a systematic review. Journal of Epidemiology and Community Health (2017)
  3. Consiglio regionale della Lombardia: elenco dei consiglieri, fra cui Carlo Borghetti (2026)
  4. Welforum: Regione Lombardia, DCR 395/2024: Piano sociosanitario integrato lombardo 2024-2028, approvato il 25 giugno 2024 (2024)
  5. Il Fatto Quotidiano: sul rapporto GIMBE della spesa sanitaria: Italia ultima nel G7, Germania circa cinque punti di PIL sopra (2 settembre 2026)
  6. Skeptical Health on tour x Assemblea AIOP Lombardia 2026: #4 Sanità Lombarda: il Modello va Difeso o Ridisegnato?, con Carlo Borghetti (2026)
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