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C'è Differenza tra Sanità Pubblica e Privata Accreditata?

L'assessore al Welfare della Lombardia sul rapporto fra ospedali pubblici e privati accreditati, burocrazia, telemedicina e carenza di infermieri in regione.

C'è Differenza tra Sanità Pubblica e Privata Accreditata?
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Guido Bertolaso — Assessore al Welfare, Regione Lombardia

Ultimo aggiornamento: 2026-09-23

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L'intervista è registrata a Palazzo Lombardia, all'assemblea 2026 di AIOP Lombardia dedicata a «Cura & Sostenibilità». L'ospite è Guido Bertolaso, assessore al Welfare di Regione Lombardia, e la prima domanda è quella che dà il titolo alla giornata: qual è il modello migliore di collaborazione tra pubblico e privato.

Quello che segue sono ventitré minuti in cui la risposta politica dura poco e il resto è una lista di problemi che l'assessore descrive come irrisolti.


La risposta sull'accreditamento

Bertolaso indica il modello lombardo come il più interessante e formula la sua posizione in una frase che ripete: «Io lo dico tutti i giorni, per me non c'è differenza fra quella che è la prestazione che deve essere garantita da un ospedale pubblico rispetto a quello che deve garantire l'ospedale privato accreditato».

Poi fa la distinzione che rende la frase meno scontata di quanto sembri. Quando si parla di sanità privata, dice, bisogna distinguere una serie di realtà: qui si parla della privata accreditata, cioè riconosciuta dalla Regione come struttura che possiede i criteri necessari a erogare attività sanitarie di qualità, altrimenti non si viene accreditati.

Da lì ricava la conseguenza operativa: l'accreditamento comporta che le strutture regionali deputate svolgano analisi, controllo, monitoraggio e verifica delle prestazioni erogate dal privato. E aggiunge che lo stesso si fa nel pubblico.

Il dato più concreto lo dà descrivendo la propria agenda. Ogni due mesi riunisce tutte le direzioni strategiche, direttore generale, amministrativo, sanitario e sociosanitario, sia delle quaranta realtà pubbliche distribuite sul territorio, fra ASST e ATS, sia dei gruppi privati accreditati: cita Gruppo San Donato, Humanitas, Poliambulanza, Auxologico, Multimedica. Quello che deve essere garantito dall'ospedale di Niguarda, conclude, deve essere allo stesso livello di quanto garantiscono gli altri.


La burocrazia, raccontata dal lato di chi la subisce

La parte più sentita dell'intervista arriva quando gli viene chiesto di un passaggio del suo intervento sulla deburocratizzazione e sull'andare, all'occorrenza, fuori dagli schemi.

Dice che la lotta alla burocrazia è stata il suo comandamento in tutte le attività svolte come funzionario dello Stato. E trova intollerabile che per la mancanza di un timbro, una data sbagliata o una scadenza imprevista una persona anziana, che ha già perso tempo per ottenere la ricetta, venga respinta dallo sportello. «A me queste situazioni mi fanno impazzire.»

Poi fa un esercizio che vale la pena riportare, perché è la cosa più onesta che dice. Osserva che per l'assessore alla sanità fare una visita medica non è complicato, e che lo stesso vale per chiunque possa permettersi di superare una serie di ostacoli. Ma dice di mettersi sempre nei panni della persona più anziana, più umile, più sola, che deve fare una visita, e di immaginare la via crucis che deve percorrere.

La frase che chiude il ragionamento è anche la più pesante: «Sappiamo benissimo che nella stragrande maggioranza dei casi rinunciano.»

È un'ammissione notevole da parte di chi ha la responsabilità politica del sistema, e il dato la conferma. Secondo ISTAT, nel 2023 il 7,6% della popolazione italiana ha rinunciato a prestazioni sanitarie di cui aveva bisogno: il 4,5% per le liste d'attesa, il 4,2% per motivi economici.


Andare fuori dalle regole

Alla domanda su come si esce dalle regole per innovare senza perdere qualità, la risposta è articolata e non difensiva.

Serve coraggio, dice, perché bisogna metterci la faccia e assumersi la responsabilità. E porta l'esempio di gennaio: quando ha deciso di far partire gli elicotteri per andare a prendere i ragazzi ricoverati negli ospedali di Zurigo, Sion e Berna dopo la tragedia di Crans-Montana, non esisteva alcun provvedimento scritto. «Ho fatto tutto a voce», dice. E se qualcosa fosse andato male, sarebbe stato chiamato a risponderne.

Per chi non ricorda i fatti: nella notte di Capodanno 2026 un'esplosione seguita da un incendio nella località svizzera di Crans-Montana ha causato oltre quaranta morti e più di cento feriti, tra cui diversi giovani italiani, molti dei quali lombardi; la Regione organizzò un ponte aereo per riportarli negli ospedali di casa.

Ma Bertolaso non trasforma l'episodio in una dichiarazione di libertà dalle regole. Precisa che bisogna avere esperienza, sapere come funzionano le procedure, sapere cosa si può aggirare, cosa si può risolvere e cosa invece va rispettato, perché ci sono protocolli a cui non si può derogare. Lo chiama un metodo «che non si impara all'università e che invece si riesce ad apprendere solo lavorando giorno e notte sul tavolo di quelli che sono i problemi».

E da lì arriva alla tesi che torna tre volte nell'intervista. Siamo bravissimi, come italiani, a gestire i grandi eventi: cita le Olimpiadi invernali e la campagna vaccinale del 2021. Ma perché riusciamo a essere bravissimi nelle situazioni straordinarie e nell'ordinario non applichiamo la stessa passione, la stessa competenza, la stessa voglia di risolvere i problemi?


Trent'anni di telemedicina

Alla domanda se basti la tecnologia, la risposta è la più memorabile dell'intervista.

La tecnologia è uno strumento, dice, e spesso pensiamo che chiamandola in causa il problema sia risolto. Poi l'esempio: sono trent'anni che sento parlare di telemedicina. Già trent'anni fa si diceva che con la telemedicina si sarebbe risolto tutto. «Siamo nel 2026 e con la telemedicina non abbiamo ancora risolto niente.» Stiamo cominciando, aggiunge, a porre le basi per usarla davvero.

Riconosce che la piattaforma nazionale è stata fatta e che ora ogni regione deve attrezzarsi. E definisce cosa intende lui per telemedicina, distinguendola da ciò che già esiste: «Riuscire a portare la sanità in casa, è questo il punto fondamentale. Tutto il resto sono chiacchiere.» Il teleconsulto tra lo specialista e l'ambulatorio isolato in una valle c'è già ed è importante. Ma quello che vuole garantire è la possibilità di entrare in casa degli anziani, dei più fragili, dei cronici che non riescono a uscire, vederli, parlarci, dargli indicazioni.

E aggiunge la condizione che rende la cosa difficile: per farlo bisogna mettere insieme i medici di medicina generale, le strutture ospedaliere e le centrali operative. «Se lo faccio solamente io con i miei 100 assistiti, è una goccia d'acqua che non risolve assolutamente il problema.»


Il problema si chiama competizione

Alla provocazione se il pubblico possa imparare dalla fluidità organizzativa del privato, Bertolaso risponde che lo stanno già facendo, e poi nomina l'ostacolo.

Si chiama competizione. «Io sono più bravo di te e non ti faccio vedere quello che sto facendo perché voglio tenerlo io.» La competizione su certi livelli ci può stare, dice, ma lo scambio di esperienze, invenzioni e tecnologie deve essere continuo e permanente tra tutte le strutture che si riconoscono in un sistema.

L'esempio che usa per spiegare dove finisce la proprietà e dove comincia il dovere è preciso: se ho scoperto una nuova tecnologia per individuare i segnali precursori del tumore del pancreas, la brevetto, ne ottengo le royalties, ma poi devo metterla a disposizione di tutti, perché il tumore del pancreas non è appannaggio di un solo ospedale.


La domanda dell'infermiere

La parte finale la conducono gli intervistatori, uno dei quali è infermiere, e la domanda è la più concreta della giornata: come si concilia la domanda di una regione come la Lombardia con la carenza di personale, e riusciremo a mantenere la qualità importando professionisti dall'estero?

Bertolaso dice di essere totalmente d'accordo e individua due fattori, il primo dei quali è economico.

Racconta di aver parlato in una regione del Sud con giovani che gli dicevano: fra indennità, disoccupazione e altro portiamo a casa 1.500 euro, perché dovrei andare a fare l'infermiere per la stessa cifra? E ribalta la domanda: chi viene in Lombardia per uno stipendio del genere, con il costo della vita che c'è?

La proposta che avanza è l'indicizzazione territoriale, e la argomenta con la propria esperienza alle Nazioni Unite: lo stipendio veniva integrato da una percentuale legata al costo della vita del paese in cui si lavorava. In Italia, dice, andrebbe fatto lo stesso. Stima il costo della vita in Lombardia un terzo più alto rispetto ad altre regioni, un ordine di grandezza che riportiamo come sua valutazione.

Da qui il paradosso che descrive: strutture e tecnologie non inferiori a nessuno, e insufficiente attrattività, perché non si riesce a offrire ai giovani infermieri alternative allo stipendio. Dice che bisognerebbe dare almeno vitto e alloggio, trasporto gratuito, agevolazioni, e ammette di non avere né i soldi né le disposizioni nazionali per farlo.

Un segnale positivo lo porta: a Vigevano, tre anni fa, a un bando per infermieri si presentavano in due; oggi per cinque posti se ne presentano venti. C'è più interesse, dice, ma non basta e non basterà mai finché resterà lo scoglio economico.


Il capitolo Uzbekistan

Sull'importazione di personale è altrettanto diretto: la ritiene inevitabile, perché ogni giorno si fanno bandi ma se ne vanno più infermieri di quanti se ne assumano.

Precisa però il metodo, rispondendo all'obiezione sulla formazione: non si va in giro per il mondo a prendere dieci infermieri con un diploma e a metterli in cardiochirurgia. Hanno fatto accordi. Il primo tentativo, in America Latina, è finito con una risposta che lui stesso racconta ridendo: non veniamo, lo stipendio è troppo basso.

Ora stanno lavorando con l'Uzbekistan, che ha un esubero di infermieri molto giovani. Un primo gruppo è già arrivato a titolo sperimentale e non è andato male; ora si investe per formarli in italiano e seguirne la preparazione nel paese d'origine, così che arrivino con diploma e lingua. L'inserimento avverrebbe in strutture a bassa intensità, con passaggi successivi solo dopo valutazione da parte del personale italiano.

E chiude il ragionamento senza abbellirlo: è un programma di medio-lungo termine, e c'è il rischio che una volta formati e diventati bravissimi vadano in Svizzera, e siamo punto e a capo. «Se non risolviamo il problema a monte, quello che ho detto prima, economico, tutto il resto sono pannicelli caldi.»

Per contesto, il dato strutturale gli dà ragione sulla dimensione del problema: secondo l'OCSE l'Italia conta 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti contro una media europea di 8,4, circa il 20% in meno.

L'ultima considerazione è politica e la formula come tale: servirebbe una classe dirigente capace di programmare sui dieci-quindici anni invece che sul risultato elettorale, anche adottando scelte non popolari. «Oggi si governa per essere eletti; a casa mia si veniva eletti per governare.»


Il finale, che non è una risposta politica

L'ultima domanda è dell'infermiere e riguarda i colleghi: dopo aver gestito così tanti ragazzi gravemente feriti, che impatto emotivo è rimasto nei reparti?

Bertolaso risponde raccontando un video che dice di conservare. Quando uno di quei ragazzi è stato dimesso, gli infermieri, insieme a medici, OSS e fisioterapisti, ma l'iniziativa, sottolinea, è stata degli infermieri, gli hanno organizzato uno spettacolo di saluto. Lo definisce estremamente commovente.

Aggiunge che quel personale ha rinunciato alle ferie e ai turni, dedicandosi anima e corpo a quei ragazzi. E chiude tornando alla sua tesi: «Siamo straordinari nelle situazioni eccezionali. Dobbiamo essere capaci di trasferire questa nostra straordinarietà nell'ordinario e questa è una sfida epocale.»


Il punto

Sulla domanda del titolo, la risposta dell'assessore è che la differenza non dovrebbe esserci, e che il suo compito è farla sparire dal punto di vista di chi riceve la prestazione.

Ma l'intervista è più interessante per quello che ammette che per quello che rivendica. Che la maggioranza delle persone anziane e sole, davanti alla burocrazia, rinuncia. Che dopo trent'anni la telemedicina non ha ancora risolto nulla. Che il sistema regionale non condivide perché compete. Che la Lombardia non riesce ad assumere infermieri perché non li paga abbastanza per viverci, e che reclutarli all'estero non è una soluzione ma un rinvio.

Tutte cose note a chi ci lavora dentro. Meno comune è sentirle dire da chi ne ha la responsabilità.

Guarda l'intervento completo con Guido Bertolaso, registrato all'assemblea 2026 di AIOP Lombardia in Palazzo Lombardia.


I numeri citati nell'intervento

  1. 40 realtà pubbliche tra ASST e ATS convocate ogni due mesi insieme ai gruppi privati accreditati.
  2. 30 anni che si parla di telemedicina senza, secondo l'assessore, aver risolto nulla.
  3. €1.500 portati a casa in una regione del Sud fra indennità e sussidi, nell'episodio che racconta.
  4. Un terzo in più: il costo della vita in Lombardia rispetto ad altre regioni, secondo la sua stima.
  5. Da 2 a 20 candidati: le domande a un bando per infermieri a Vigevano, tre anni fa e oggi, per cinque posti.
  6. Per contesto, dati aggiunti da noi: 7,6% della popolazione italiana ha rinunciato a prestazioni sanitarie nel 2023 (ISTAT); 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti in Italia contro 8,4 di media UE (OCSE).

Takeaway

  • «Privato accreditato» non significa privato: significa riconosciuto dalla Regione e sottoposto ai suoi controlli, esattamente come il pubblico.
  • La rinuncia alle cure per motivi burocratici è ammessa dall'assessore come fenomeno di massa, non come eccezione.
  • La telemedicina che conta, nella definizione data qui, è quella che entra in casa di chi non esce: il teleconsulto tra professionisti esiste già ed è un'altra cosa.
  • La carenza di infermieri in Lombardia è descritta come un problema di retribuzione rispetto al costo della vita, non di formazione o di vocazione.

Domande frequenti

Che cosa significa «privato accreditato»?

Significa che la struttura è stata riconosciuta dall'istituzione, in questo caso la Regione, come dotata dei criteri necessari a erogare prestazioni sanitarie per conto del servizio pubblico. Bertolaso sottolinea che l'accreditamento comporta attività continue di analisi, controllo e verifica, condotte anche sulle strutture pubbliche.

La Regione tratta diversamente ospedali pubblici e privati accreditati?

Secondo l'assessore no. Riferisce di convocare ogni due mesi le direzioni strategiche di tutte le strutture, le quaranta realtà pubbliche fra ASST e ATS e i gruppi privati accreditati, e di non fare differenza sul livello di prestazione che devono garantire.

A che punto è davvero la telemedicina?

Il giudizio è netto: se ne parla da trent'anni e nel 2026 non ha ancora risolto nulla; si stanno appena ponendo le basi. La piattaforma nazionale esiste, ma ogni regione deve attrezzarsi. L'obiettivo che indica è portare la sanità dentro casa delle persone fragili, non il solo teleconsulto fra professionisti.

Perché mancano infermieri in Lombardia?

Per ragioni economiche, dice l'assessore senza girarci intorno: il costo della vita in Lombardia è molto più alto che altrove e gli stipendi non sono indicizzati, quindi la regione non risulta attrattiva nonostante strutture e tecnologie. Servirebbero alloggio, trasporto e agevolazioni, per cui mancano risorse e disposizioni nazionali.

L'assunzione di infermieri dall'estero risolve la carenza?

Non nel breve periodo. Bertolaso racconta di un tentativo fallito in America Latina, gli infermieri hanno rifiutato perché lo stipendio era troppo basso, e di un percorso in corso con l'Uzbekistan, con formazione linguistica e professionale nel paese d'origine e inserimento iniziale in strutture a bassa intensità. E ammette il rischio che, una volta formati, quei professionisti vadano in Svizzera.

Fonti

  1. Regione Lombardia: Guido Bertolaso, assessore al Welfare
  2. RSI: Tragedia di Crans-Montana (1 gennaio 2026): oltre 40 morti e 115 feriti, con il ponte aereo organizzato per il rientro dei feriti italiani
  3. OCSE: Health Profile 2025: Italia. 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti contro una media UE di 8,4
  4. Skeptical Health on tour x Assemblea AIOP Lombardia 2026: #1 C'è Differenza tra Sanità Pubblica e Privata Accreditata?, con Guido Bertolaso (2026)
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