Le Prestazioni Sanitarie Mutano col Territorio?
Andrea Mecenero, AD del Centro Diagnostico Italiano, sul divario fra anni di vita e anni in salute e su perché le tariffe non premiano la tecnologia migliore.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con Andrea Mecenero — Amministratore delegato, CDI Centro Diagnostico Italiano
Ultimo aggiornamento: 2026-09-23
Quanto tempo hai?
Le prestazioni sanitarie cambiano a seconda del territorio in cui si vive? Ne parla Andrea Mecenero, amministratore delegato del Centro Diagnostico Italiano, in un'intervista di otto minuti registrata ad Agevity 2025, la più breve della serie. Si parla di longevità, di sedi vicine a casa, di medicina a domicilio e di cosa rallenta l'innovazione in diagnostica. Il tema conta perché la distanza da un servizio e il modo in cui viene pagato decidono chi riesce davvero a curarsi e con quali tecnologie.
Cosa emerge dall'episodio
Il divario che conta. Sulla longevità Mecenero salta i dati demografici, «non mi dilungo sui trend che ben conosciamo», e va al punto. La grande sfida è accorciare il più possibile il divario fra gli anni di vita e gli anni di vita passati in salute. Solo così si potrà mantenere il sistema di welfare, perché altrimenti un gruppo sempre più piccolo di lavoratori non riuscirà a sostenere chi è oltre l'età lavorativa.
La rete vicina a casa. L'azienda ha scelto di uscire dal concetto di struttura singola e di andare il più vicino possibile a casa delle persone. L'obiettivo è che curarsi sia accessibile e che non si debba perdere una giornata di lavoro per una visita o un prelievo. La rete conta 35 sedi, soprattutto fra Milano, Varese e Pavia. Vent'anni o trent'anni fa, ricorda, era inimmaginabile fare una TAC o una risonanza in un ambulatorio.
La medicina a domicilio. Il bisogno di portare i servizi a casa è enorme, con benefici che oggi «non siamo nemmeno in grado di stimare da quanto alti saranno». Ma organizzare una rete domiciliare è un mestiere a sé, con complessità logistiche da affrontare come business autonomo. Mecenero lo dice con franchezza: «Sinceramente non è il nostro core business.» Anche le soluzioni tecnologiche cominciano a intravedersi, ma non sono ancora pratiche nei fatti.
Formazione e tempo. Il primo freno all'innovazione è la formazione. Infermieri, medici e specialisti sono oberati di attività e faticano a trovare il tempo per imparare le tecnologie nuove.
Una remunerazione che non premia l'innovazione. Il secondo freno è il modo in cui si pagano le prestazioni. Un esame fatto con una tecnologia nuova o con una di vent'anni fa può dare esiti molto diversi, ma riceve la stessa remunerazione, nel pubblico e nel privato. Differenziare le tariffe richiederebbe di valutare l'appropriatezza e di misurare gli esiti, cose oggettivamente complesse, «ma sarebbe giusto lavorarci».
Il contesto in breve
Secondo il rapporto BES dell'ISTAT relativo al 2024, in Italia la speranza di vita alla nascita è di 83,4 anni: 85,5 per le donne e 81,4 per gli uomini. La speranza di vita in buona salute è invece di 58,1 anni, con un divario di circa venticinque anni. La componente in buona salute è scesa di un anno rispetto al 2023, mentre la durata complessiva della vita è rimasta stabile. Il rapporto lo chiama un paradosso di quantità senza qualità. L'obiettivo che Mecenero indica come condizione per sostenere il welfare, quindi, oggi si sta allontanando.
Da portare a casa
- Vivere a lungo e vivere in salute sono due misure diverse: in Italia le separano circa venticinque anni.
- La prossimità è una questione di equità: una prestazione che costa una giornata di permesso non è accessibile a tutti allo stesso modo.
- Pagare uguale ogni tecnologia frena l'innovazione: così il sistema non ha modo di premiare chi si aggiorna.
Andrea Mecenero è amministratore delegato del Centro Diagnostico Italiano. Otto minuti di intervista ad Agevity, la più breve della serie, e due affermazioni che meritano di essere prese sul serio, una perché i dati la confermano in modo più drammatico di come la formula lui, l'altra perché descrive un meccanismo che tiene ferma l'innovazione senza che nessuno lo abbia deciso.
Il divario che conta
Sulla longevità, Mecenero salta i dati demografici, «non mi dilungo sui trend che ben conosciamo», e va al punto che considera decisivo.
La grande sfida, dice, è accorciare il più possibile il divario fra gli anni di vita e gli anni di vita passati in salute. Nelle sue parole: «La grande sfida che noi abbiamo davanti è quella di riuscire ad accorciare il più possibile il gap tra gli anni di vita e gli anni di vita passati in salute». Solo riducendo quel divario si potrà mantenere il sistema di welfare che ci siamo costruiti; altrimenti il gruppo sempre più piccolo di lavoratori non riuscirà a sostenere il gruppo sempre più grande di chi è oltre l'età lavorativa.
È l'argomento che in questa serie ricorre in tre interviste diverse. Ma vale la pena mettere il numero, perché è più severo del tono con cui viene detto.
Secondo il rapporto BES dell'ISTAT relativo al 2024, in Italia la speranza di vita alla nascita è di 83,4 anni, 85,5 per le donne, 81,4 per gli uomini. La speranza di vita in buona salute è di 58,1 anni: 56,6 per le donne, 59,8 per gli uomini.
Il divario è di circa venticinque anni.
E non si sta accorciando: la speranza di vita in buona salute è scesa di un anno rispetto al 2023, il peggior risultato del quinquennio, mentre la durata complessiva della vita è rimasta stabile. Il rapporto lo chiama un paradosso di quantità senza qualità.
Detto altrimenti: l'obiettivo che Mecenero indica come condizione di sostenibilità del welfare si sta allontanando, non avvicinando. È un dato che dovrebbe comparire più spesso nel dibattito sulla spesa sanitaria di quanto compaia.
La rete, e perché conta dove metti un ambulatorio
Sul territorio, Mecenero rivendica una scelta strategica dell'azienda: uscire dal concetto di struttura singola e andare il più vicino possibile a casa delle persone.
La motivazione che dà è concreta e riguarda l'accesso, non il comfort: fare in modo che curarsi diventi un servizio accessibile, che non si debba perdere una giornata di lavoro per una visita o un prelievo. Lo racconta così: l'azienda ha scelto di andare vicino alle persone «per fare in modo che curarsi diventasse una forma di servizio accessibile, che non si dovesse perdere una giornata di lavoro per farsi una visita».
È un punto che vale la pena isolare. Una prestazione che richiede una giornata di permesso non è disponibile allo stesso modo per tutti: la ricevono più facilmente i pensionati e chi ha un lavoro flessibile, meno chi ha un turno, un contratto a chiamata o un lavoro manuale. La distanza, in sanità, è un filtro sociale prima che geografico.
La rete che descrive conta 35 sedi, distribuite prevalentemente fra Milano, Varese e Pavia. E l'obiettivo dichiarato è che ciascuna eroghi il ventaglio più ampio possibile di prestazioni.
Su cosa lo renda possibile porta l'esempio che apre il video, ed è un buon promemoria contro il pessimismo di maniera: vent'anni o trent'anni fa era inimmaginabile andare in un ambulatorio a farsi una TAC o una risonanza. Oggi lo diamo per scontato. L'auspicio lo formula così: «Auguriamoci che in futuro diventi ancora più possibile fare prestazioni ancora più complesse».
La medicina a domicilio: il bisogno c'è, il modello no
Alla domanda se l'ambizione sia portare il servizio direttamente a casa, Mecenero risponde con una franchezza che in un'intervista aziendale non è scontata.
L'ambizione c'è, e il bisogno lo definisce enorme, con benefici che oggi «non siamo nemmeno in grado di stimare da quanto alti saranno».
Ma dice anche cosa lo ferma, e non è la domanda. Organizzare una rete domiciliare è un mestiere a sé, con complessità logistiche che vanno affrontate come business autonomo. «Oggi organizzare una rete domiciliare ha delle complessità che devono essere presi proprio come business in sé.» La loro organizzazione è costruita su servizi erogati in sede, e mettere insieme i due modelli è difficile. «Sinceramente non è il nostro core business.»
Sulla tecnologia è altrettanto misurato: le soluzioni cominciano a intravedersi, ma non si riesce ancora a renderle pratiche nei fatti. E tuttavia non chiude la porta: «Però è giusto investirci ed è giusto che ci continuiamo, perché sicuramente arriveremo prima o poi a dei risultati importanti».
Vale la pena notare la differenza rispetto ad altre interviste di questa serie, dove la medicina domiciliare viene presentata come una direzione ormai imboccata. Qui chi la guarda da dentro dice che il collo di bottiglia non è la volontà né la tecnologia: è la logistica, ed è un problema di impresa.
Il pezzo che spiega perché l'innovazione è lenta
L'ultima domanda, cosa impedisce a una realtà come la vostra di innovare in fretta, la burocrazia o la mancanza di personale? riceve la risposta più interessante dell'intervista, in due parti.
La prima è la formazione, e riguarda il tempo. Gli operatori, infermieri, medici, specialisti, dice, «sono oberati di attività e fanno fatica di dedicare del tempo per formarsi su tecnologie nuove». A volte, dice, non riescono ad applicarsi.
È lo stesso vincolo che Adriano Leli descrive parlando delle gare d'appalto: le competenze necessarie appartengono a persone il cui mestiere è curare, e il loro tempo è già speso.
La seconda è la remunerazione, ed è la parte che merita attenzione perché descrive un incentivo perverso.
I sistemi di finanziamento, osserva Mecenero, sono strumenti di indirizzo strategico: guidano, spingono. E quelli attuali, dice senza girarci intorno, non agevolano l'innovazione: «Oggi i sistemi di remunerazione che noi abbiamo delle prestazioni, sono sincero, non agevolano il processo di innovazione».
L'esempio è secco. Un esame eseguito con una tecnologia nuova o con una di vent'anni fa può produrre esiti molto diversi, ma riceve la stessa remunerazione, sia nel pubblico sia nel privato, fondi e assicurazioni compresi. «Oggi non c'è ancora una cultura per differenziare la remunerazione della prestazione sulla base della tecnologia utilizzata.»
Il punto è che, in un sistema così, aggiornare il parco tecnologico è un costo puro per chi lo fa: il beneficio va al paziente e al sistema, il conto resta a chi ha investito.
Mecenero riconosce però perché sia difficile cambiarlo, e la sua onestà qui vale più della denuncia: differenziare le tariffe richiederebbe di valutare l'appropriatezza delle prescrizioni e di misurare gli esiti, cose che definisce oggettivamente complesse, «ma sarebbe giusto lavorarci».
È esattamente il collo di bottiglia che Marco Pantera, dal lato di chi compra, indica nell'intervista sul value based procurement: pagare per il valore richiede di saper misurare il valore. I due lo dicono dai due lati opposti del contratto, e concordano.
Il punto
Otto minuti, due cose che restano.
La prima è il numero che l'intervista evoca senza dirlo: venticinque anni fra quanto viviamo e quanto viviamo bene, e quel divario che nell'ultimo anno si è allargato invece di restringersi. Qualunque discorso sulla longevità che non parta da lì parla d'altro.
La seconda è che l'innovazione tecnologica in diagnostica non è frenata da un divieto, ma da un'indifferenza: finché una macchina di oggi e una di vent'anni fa vengono pagate uguale, il sistema non chiede a nessuno di sostituirla. E chi lo fa, lo fa a proprie spese.
Guarda l'intervento completo con Andrea Mecenero, registrato ad Agevity 2025 in Assolombarda.
I numeri citati nell'intervento
- 35 sedi della rete territoriale, prevalentemente fra Milano, Varese e Pavia.
- 20-30 anni fa: quando fare una TAC o una risonanza in ambulatorio era inimmaginabile.
- Dati aggiunti da noi (ISTAT, BES 2024): speranza di vita 83,4 anni, in buona salute 58,1 anni, divario di circa 25 anni, con la componente in buona salute in calo di un anno rispetto al 2023.
Takeaway
- Vivere a lungo e vivere in salute sono due misure diverse, e in Italia le separano circa venticinque anni. La seconda sta peggiorando.
- Una prestazione che costa una giornata di permesso non è accessibile a tutti allo stesso modo: la prossimità è una questione di equità.
- La medicina domiciliare non è ferma per mancanza di domanda: è un problema logistico e di modello organizzativo.
- Se la stessa prestazione viene pagata uguale con qualunque tecnologia, il sistema non ha alcun modo di premiare chi si aggiorna.
Domande frequenti
Qual è la sfida della longevità, in termini pratici?
Accorciare il divario fra gli anni di vita e gli anni vissuti in buona salute. In Italia quel divario, secondo i dati ISTAT relativi al 2024, è di circa 25 anni: 83,4 anni di speranza di vita alla nascita contro 58,1 anni vissuti in buona salute.
Perché portare la diagnostica vicino a casa?
Perché l'accessibilità è parte della cura: non dover perdere una giornata di lavoro per una visita o un prelievo cambia chi riesce a farli. È la logica su cui il Centro Diagnostico Italiano ha costruito una rete di 35 sedi tra Milano, Varese e Pavia.
Perché la medicina domiciliare è difficile da realizzare?
Non per mancanza di bisogno, che l'ospite definisce enorme, ma per complessità logistica: organizzare una rete domiciliare è un mestiere a sé, con un modello di business diverso da quello di una rete di strutture.
Cosa frena l'innovazione tecnologica in diagnostica?
Due cose, secondo Mecenero. Gli operatori sono oberati e faticano a trovare il tempo per formarsi sulle tecnologie nuove. E i sistemi di remunerazione non premiano l'innovazione: lo stesso esame fatto con una tecnologia nuova o con una di vent'anni fa riceve la stessa tariffa.
Fonti
- ISTAT: Rapporto BES 2024: speranza di vita alla nascita 83,4 anni (85,5 donne, 81,4 uomini); speranza di vita in buona salute 58,1 anni, in calo di un anno rispetto al 2023
- CDI Centro Diagnostico Italiano: Andrea Mecenero, amministratore delegato
- Skeptical Health on tour x Assolombarda: Agevity 2025 #4 Le Prestazioni Sanitarie Mutano col Territorio?, con Andrea Mecenero (2026)