Lesioni Cutanee: cosa Succede quando Mancano Linee Guida?
Gianluca Castiello e Silvia Bond di AISLeC spiegano perché le lesioni cutanee sono un'epidemia silenziosa: formazione, linee guida, autonomia e prevenzione.

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin
Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager
Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare
Intervista con AISLeC — Associazione Infermieristica Studio Lesioni Cutanee
Ultimo aggiornamento: 2026-09-24
Quanto tempo hai?
Lesioni da pressione, ferite croniche, lacerazioni della pelle: in Italia riguardano circa 2 milioni di persone, ma se ne parla poco. Nell'episodio 45 Cristian Valeri e Guido Magrin ospitano AISLeC, l'Associazione infermieristica per lo studio delle lesioni cutanee, con il presidente Gianluca Castiello e la vicepresidente Silvia Bond. Si parla di cos'è una società scientifica, di formazione e di strumenti per i cittadini. Il tema conta perché molte lesioni si possono prevenire, e con l'invecchiamento della popolazione il problema crescerà.
Cosa emerge dall'episodio
Un'epidemia silenziosa. In letteratura le lesioni cutanee vengono descritte come «un'epidemia silenziosa»: in Italia ogni anno compaiono circa 200.000 nuove lesioni. La lesione viene vista come parte inevitabile della cronicità, e spesso si cura il buco invece della persona. Per Castiello «non c'è un'idea di un approccio olistico alla persona».
Cosa fa una società scientifica. Il mandato viene dalla legge Gelli-Bianco: sono le società scientifiche a produrre linee guida e buone pratiche. AISLeC fa formazione in tutta Italia e rappresenta i professionisti: «la società scientifica è colei che si può sedere ai tavoli istituzionali, non il singolo professionista». Un'indagine tra le università ha mostrato una formazione molto disomogenea, e per questo l'associazione ha proposto un curriculum di wound care per la laurea in infermieristica.
Prevenzione, anche in ospedale. Un paziente che entra integro ed esce con una lesione è un danno creato dalle cure. All'ingresso si valuta il rischio con scale validate, ma il materasso antidecubito non basta: servono mobilizzazione e interventi quotidiani, compresa la cura del piede nelle persone con diabete.
Autonomia e responsabilità. Bond racconta di lesioni gravi a domicilio trattate da professionisti diversi, ognuno a modo suo, senza un piano condiviso. Con le evidenze si classifica la lesione, la si tratta secondo la linea guida e si riduce la pressione. «La nostra autonomia professionale non è saper lavorare da soli, è prendersi la responsabilità delle nostre azioni».
SOS Lesioni della pelle. Per i cittadini AISLeC ha creato opuscoli con disegni e parole semplici, prodotti con la biblioteca pazienti del Centro di riferimento oncologico di Aviano e valutati con uno strumento di qualità a 25 voci. Coprono lesioni da pressione, lacerazioni della pelle, dermatiti da incontinenza, piede diabetico e radiodermiti. È in corso uno studio in cui l'opuscolo viene spiegato ai caregiver con il metodo teach-back. Nel comitato scientifico ora c'è anche un farmacista.
Il contesto in breve
Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, in assenza di linee guida le raccomandazioni di buona pratica sono elaborate dalle società scientifiche iscritte nell'elenco del Ministero, come previsto dalla legge 24 del 2017. Una meta-analisi pubblicata sull'International Journal of Nursing Studies nel 2020, su oltre 2,5 milioni di pazienti ricoverati, ha trovato lesioni da pressione nel 12,8% dei casi, e nell'8,4% comparse durante il ricovero. Uno studio pubblicato su BMJ Open nel 2020 ha stimato nel Regno Unito 3,8 milioni di pazienti con una ferita in un anno, per un costo di 8,3 miliardi di sterline, l'81% sul territorio. Una revisione pubblicata su PLoS One nel 2020 ha trovato il metodo teach-back efficace in 19 studi su 20.
Da portare a casa
- Le lesioni si possono prevenire: movimento, cambi di posizione, cura della pelle e controllo dei piedi contano quanto il materasso antidecubito.
- Chiedi un piano di cura condiviso: chi segue la stessa lesione deve seguire lo stesso percorso basato sulle linee guida.
- Prepara la dimissione: prima di tornare a casa verifica presidi, medicazioni e riferimenti sul territorio.
Lesioni da pressione, ferite croniche, lacerazioni della pelle: in Italia riguardano circa 2 milioni di persone, ma se ne parla poco. In questo episodio di Skeptical Health, Cristian Valeri e Guido Magrin ospitano AISLeC, l'Associazione infermieristica per lo studio delle lesioni cutanee. Prima il presidente Gianluca Castiello racconta cos'è una società scientifica e perché la formazione va uniformata. Poi la vicepresidente Silvia Bond porta il lavoro quotidiano sul territorio e gli strumenti pensati per i cittadini.
Perché il tema è urgente oggi
Le lesioni cutanee sono spesso considerate una conseguenza inevitabile della malattia cronica o dell'età. Non è così. Molte si possono prevenire, e quelle che compaiono guariscono più in fretta se trattate bene fin dall'inizio.
I numeri internazionali danno l'idea del peso del problema. Nel Regno Unito, uno studio pubblicato su BMJ Open ha stimato 3,8 milioni di pazienti con una ferita gestiti dal servizio sanitario nazionale in un solo anno, per un costo di 8,3 miliardi di sterline, l'81% sul territorio. Negli ospedali, secondo una meta-analisi internazionale, circa un paziente adulto ricoverato su otto ha una lesione da pressione.
Con l'invecchiamento della popolazione il problema crescerà. Servono professionisti formati, regole chiare e cittadini informati. È di questo che parla l'episodio.
Cosa emerge dall'episodio
AISLeC è nata nel 1993 e da oltre trent'anni si occupa di prevenzione e trattamento delle lesioni cutanee. È una società scientifica di natura infermieristica, ma a carattere interdisciplinare: collabora con medici, farmacisti e altre società, anche internazionali. Ha delegati in tutte le regioni. Nell'ottobre 2025 ha eletto il nuovo direttivo, con Gianluca Castiello presidente e Silvia Bond vicepresidente.
Un'epidemia silenziosa
Castiello parte dai numeri. In letteratura le lesioni cutanee vengono descritte come «un'epidemia silenziosa». Si stima che in Italia circa 2 milioni di persone ne siano affette e che ogni anno compaiano circa 200.000 nuove lesioni. Eppure, osserva, il problema è poco considerato. La lesione viene vista come un tutt'uno con la cronicità: sei un paziente cronico, quindi avrai una lesione. Non si parla dei tempi di guarigione, e spesso si cura il «buco» invece della persona: «non c'è un'idea di un approccio olistico alla persona».
Cosa fa una società scientifica
Il mandato, spiega, viene dalla legge Gelli-Bianco: sono le società scientifiche a produrre linee guida e buone pratiche. AISLeC lavora su questo e sulla formazione in tutta Italia, per portare la cultura delle prove scientifiche ai professionisti. Ha un comitato scientifico che valida i programmi dei corsi, e una carta etica che impegna i soci.
Per Castiello anche la formazione organizzata da ospedali, aziende sanitarie o ordini professionali dovrebbe passare dalla società scientifica di riferimento, per garantirne la qualità. Cita l'esempio degli Stati Uniti, dove le università chiamano la società scientifica quando organizzano un corso sulle lesioni. C'è poi il ruolo di rappresentanza: «la società scientifica è colei che si può sedere ai tavoli istituzionali, non il singolo professionista». E il riferimento finale è il cittadino: le società scientifiche, dice, devono il loro impegno al cittadino, non alle istituzioni.
La formazione universitaria è disomogenea
AISLeC ha fatto un'indagine tra le università italiane. Il risultato: una grande disomogeneità. In alcuni atenei il wound care è solo un corso elettivo, senza esame, e resta una scelta dello studente. In altri è iniziato un percorso di standardizzazione. In generale, spiega Castiello, i temi sono sparsi nei tre anni, affidati a docenti diversi, senza un esame dedicato. Lo stesso vale per i master: il programma cambia da regione a regione, mentre i professionisti si spostano da una regione all'altra.
La risposta della società scientifica è stata una consensus di esperti: un curriculum di wound care per la laurea triennale in infermieristica, presentato agli organi competenti mentre si lavora alla revisione dei programmi. Il passo successivo sarà definire le competenze attese dopo un master.
Il motivo è pratico. Sul territorio gran parte delle prestazioni infermieristiche riguarda lesioni cutanee, e un neolaureato può trovarsi da solo davanti a un caso complesso senza conoscere la differenza tra un antisettico e l'altro. «Non avere una formazione significa portare queste lesioni che possono essere acute a ferite croniche», spiega Castiello. Con un'infezione i tempi si allungano ancora. Ci sono pazienti seguiti per due o tre anni. E quando le lesioni non sono gestite, l'unico sbocco per molti pazienti diventa il pronto soccorso, che non è il posto giusto per curarle.
Prevenzione: anche in ospedale
Castiello racconta di essere nato come infermiere di area critica. Lì la gestione delle lesioni era un tema nullo: la priorità era salvare la vita, e quello che succedeva dopo non era un problema del reparto. Oggi le cose stanno cambiando, anche grazie ai congressi che dedicano spazio alle lesioni in terapia intensiva. Il principio è semplice: un paziente che «entra integro ed esce con una lesione è un problema, è un danno che gli abbiamo creato».
All'ingresso in ospedale si valuta il rischio con scale validate, ma non basta. «Il materasso antidecubito è prevenzione, ma non è l'unica soluzione», dice. Servono la mobilizzazione e una serie di interventi quotidiani, compresa la cura del piede nelle persone con diabete.
Autonomia e responsabilità
I conduttori riportano una domanda frequente dei giovani infermieri: posso scegliere da solo una medicazione? E raccontano, da infermieri, la sensazione di muoversi spesso in un limbo, sia in struttura sia a domicilio. Per Castiello la società scientifica serve proprio a questo: delimita il perimetro entro cui il professionista può muoversi. E ricorda che spesso, per gli infermieri, «la pratica arriva prima della normativa». Le buone pratiche, aggiunge, agiscono direttamente sull'atto che si compie e tutelano il professionista.
Silvia Bond, che lavora da molti anni sul territorio in Friuli Venezia Giulia, fa un esempio. Una lesione da pressione di quarto stadio infetta, a domicilio. Un professionista mette l'ultima medicazione consigliata dall'informatore farmaceutico; il medico di famiglia ne vorrebbe un'altra; un terzo professionista propone la chirurgia immediata. Ognuno lavora a modo suo, senza un piano condiviso. Con le evidenze scientifiche, invece, si classifica la lesione secondo i criteri internazionali, la si tratta come indica la linea guida e si riduce la pressione sulla zona. «La nostra autonomia professionale non è saper lavorare da soli, è prendersi la responsabilità delle nostre azioni», riassume.
Il territorio: arrivare prima
Sul territorio, racconta Bond, spesso si arriva troppo tardi, o non si arriva. Le persone hanno ricevuto informazioni discordanti da tanti professionisti, oppure si sono affidate ai social, alla vicina di casa, alla pubblicità in tv. Ricorda casi di lesioni vaste agli arti inferiori, infette, in persone rimaste sole a curarsi. «Quanta solitudine, quanta fragilità», dice, invitando chiunque a passare una giornata con loro sul territorio.
SOS Lesioni della pelle
Per raggiungere i cittadini AISLeC ha creato una linea di opuscoli, SOS Lesioni della pelle, insieme alla biblioteca pazienti del Centro di riferimento oncologico di Aviano. Ogni opuscolo viene valutato con uno strumento di qualità a 25 voci, che considera trasparenza, appropriatezza, documentazione, linguaggio e grafica. Il primo ha ottenuto un punteggio del 99%. Ci vuole quasi un anno per produrne uno, e le discussioni con le bibliotecarie sono accese, perché «il messaggio deve arrivare». Niente fotografie, ma disegni, per non impressionare. Parole semplici, scelte con il vocabolario: disinfettante invece di antisettico, pelle invece di cute, e accanto a skin tears la traduzione «lacerazione della pelle».
Gli opuscoli coprono lesioni da pressione, lacerazioni della pelle, dermatiti da incontinenza, piede diabetico e radiodermiti. Ai tavoli di lavoro partecipano anche infermieri non specialisti, formati per costruirli. Bond racconta un episodio del giorno prima: un uomo con diabete si presenta nel suo ambulatorio per un callo. Lei gli guarda le unghie, capisce che se le taglia male, prende l'opuscolo e per venti minuti gli spiega come tagliarle e come lavare i piedi, immagine per immagine. Consegnare uno strumento e spiegarlo, dice, fa la differenza.
AISLeC sta conducendo anche uno studio sulle lacerazioni della pelle: l'opuscolo viene spiegato ai caregiver con il metodo teach-back, e dopo alcuni mesi si verifica quanto hanno recepito. Gli opuscoli dicono anche fin dove arriva l'autocura e quando chiamare il professionista. Si scaricano dal sito, sono entrati nei protocolli di alcune aziende sanitarie e sono stati presentati ai farmacisti delle farmacie comunali. Un video animato sulle lesioni da pressione è stato proiettato nelle metropolitane di tre grandi città italiane.
Il farmacista nel team
Una novità è la presenza di un farmacista nel comitato scientifico. Castiello ritiene che «il farmacista sia fondamentale nel team» di wound care: non per fare la medicazione, compito dell'infermiere, ma per la gestione delle molecole, la conservazione dei prodotti e le scelte legate alla sostenibilità. Per il 2026 AISLeC sta preparando un programma rivolto ai farmacisti ospedalieri, che potrebbe estendersi a quelli territoriali.
Continuità tra ospedale e territorio
In chiusura i conduttori lanciano una sfida: un opuscolo sulla dimissione del paziente con lesioni, il passaggio più delicato tra ospedale e territorio. Ricorda il caso di un ragazzo tetraplegico, ospite del podcast, dimesso senza il materasso adatto e con problemi comparsi in poche settimane. Bond accoglie la proposta: la continuità vale in entrambe le direzioni. «Più c'è continuità, più c'è uniformità di informazioni tra di noi, più questa persona starà bene». Come prossimi ospiti, AISLeC suggerisce rappresentanti di altre società scientifiche, per un confronto collaborativo.
Cosa dice la scienza
Linee guida e buone pratiche: cosa dice la legge
La legge 24 del 2017, nota come Gelli-Bianco, affida un ruolo preciso alle società scientifiche. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, le raccomandazioni di buona pratica clinico-assistenziale sono elaborate dalle società scientifiche iscritte nell'apposito elenco del Ministero della Salute, come previsto dall'articolo 5 della legge, in assenza di linee guida. Sono documenti di sviluppo più rapido, basati su solide prove di efficacia, che colmano il vuoto quando una linea guida completa non è disponibile. È il meccanismo a cui fanno riferimento Castiello e Bond quando parlano di tutela del professionista e del paziente, e che risponde alla domanda del titolo.
Lesioni da pressione in ospedale
La meta-analisi di Li e colleghi (International Journal of Nursing Studies, 2020) ha raccolto 39 studi su oltre 2,5 milioni di pazienti adulti ricoverati. I risultati:
- prevalenza delle lesioni da pressione: 12,8%;
- lesioni sviluppate durante il ricovero: 8,4% dei pazienti;
- stadi più frequenti: primo (43,5%) e secondo (28,0%);
- sedi più colpite: sacro, talloni e anca.
Il dato sulle lesioni acquisite in ospedale dà concretezza alla frase di Castiello sul paziente che entra integro ed esce con una lesione. Il fatto che la maggior parte sia ai primi stadi mostra quanto spazio ci sia per la prevenzione.
Il peso delle ferite sul sistema
Lo studio di Guest e colleghi (BMJ Open, 2020) ha analizzato le ferite gestite dal servizio sanitario britannico nel 2017-2018:
- 3,8 milioni di pazienti con una ferita in un anno;
- guarite nell'anno l'89% delle ferite acute, ma solo il 49% di quelle croniche;
- ferite croniche guarite nel 59% dei casi senza infezione, nel 45% con infezione certa o sospetta;
- 54,4 milioni di visite di infermieri di comunità;
- costo annuo di 8,3 miliardi di sterline, l'81% sul territorio.
In cinque anni la prevalenza delle ferite era aumentata del 71%. Gli autori concludono che serve un cambiamento strutturale per gestire la domanda crescente. Sono numeri britannici, ma confermano i due punti dell'episodio: le lesioni croniche e infette durano di più, e il peso ricade soprattutto sul territorio.
Educare il paziente funziona
La revisione sistematica di Talevski e colleghi (PLoS One, 2020) ha analizzato 20 studi sul metodo teach-back, in cui il paziente ripete con parole proprie ciò che gli è stato spiegato. Il metodo si è dimostrato efficace in 19 studi su 20, con risultati che vanno dal ricordo delle informazioni fino a esiti di salute come le riammissioni in ospedale e la qualità della vita. È la tecnica scelta da AISLeC nello studio sulle lacerazioni della pelle, e sostiene l'idea di Bond che spiegare uno strumento, e non solo consegnarlo, fa la differenza.
Le criticità reali
Una domanda per riflettere. Se una parte così grande del lavoro infermieristico sul territorio riguarda le lesioni cutanee, perché nella laurea triennale non c'è ancora un esame dedicato in tutti gli atenei?
La formazione cambia da ateneo ad ateneo. Corsi elettivi in alcune università, percorsi strutturati in altre, master con programmi diversi da regione a regione.
Troppe voci, poco coordinamento. Senza un piano di cura condiviso, ogni professionista rischia di cambiare medicazione e approccio, allungando i tempi di guarigione.
La prevenzione in ospedale è ancora debole. Il materasso antidecubito da solo non basta, e le lesioni acquisite durante il ricovero restano frequenti.
Le persone arrivano tardi e sole. Informazioni discordanti, social e solitudine portano a casi gravi che si potevano evitare.
La dimissione è un passaggio fragile. Senza continuità tra ospedale e territorio, bastano poche settimane per perdere quanto fatto in reparto.
Cosa può cambiare
Dall'episodio emergono proposte precise. Un curriculum di wound care uniforme nella laurea triennale, con un esame dedicato, e requisiti comuni per i master. Formazione che passi dalle società scientifiche, per garantirne la qualità. Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali regionali per le persone con lesioni, come alcune regioni stanno già facendo. Team multidisciplinari veri, con infermieri, medici e farmacisti. Materiali per i cittadini semplici e verificati, distribuiti in ambulatori, farmacie e studi medici. E un'attenzione particolare alla dimissione, con presidi adeguati già al rientro a casa.
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Conclusione
Gianluca Castiello e Silvia Bond raccontano le lesioni cutanee come un problema di sistema, non solo di medicazioni. Mancano una formazione uniforme, piani di cura condivisi e informazioni chiare per i cittadini. La risposta di AISLeC passa da linee guida e buone pratiche, dal curriculum per l'università, dagli opuscoli SOS Lesioni della pelle e da un'idea di autonomia come responsabilità. Le prove scientifiche confermano che molte lesioni nascono durante il ricovero, che quelle croniche e infette durano di più e pesano soprattutto sul territorio, e che educare paziente e caregiver funziona.
→ Ascolta l'episodio 45 di Skeptical Health con AISLeC per il racconto completo.
I dati chiave
- Circa 2 milioni: le persone con lesioni cutanee in Italia, secondo le stime citate da AISLeC nell'episodio
- 12,8%: la prevalenza delle lesioni da pressione negli adulti ricoverati (Li et al., 2020)
- 8,4%: i pazienti che sviluppano una lesione da pressione durante il ricovero (Li et al., 2020)
- 49% contro 89%: le ferite croniche e acute guarite in un anno nel Regno Unito (Guest et al., 2020)
- 81%: la quota del costo delle ferite sostenuta sul territorio nel Regno Unito (Guest et al., 2020)
- 19 su 20: gli studi in cui il metodo teach-back si è dimostrato efficace (Talevski et al., 2020)
Takeaway
Le lesioni si possono prevenire. Movimento, cambi di posizione, cura della pelle e controllo dei piedi contano quanto il materasso antidecubito.
Chiedi un piano di cura condiviso. Se più professionisti seguono la stessa lesione, devono seguire lo stesso percorso basato sulle linee guida.
Informati da fonti verificate. Gli opuscoli delle società scientifiche sono più affidabili dei social o dei consigli del vicino.
Prepara la dimissione. Prima di tornare a casa, verifica presidi, medicazioni e riferimenti sul territorio.
Domande frequenti
Cos'è AISLeC?
AISLeC è l'Associazione infermieristica per lo studio delle lesioni cutanee, nata nel 1993. È una società scientifica di natura infermieristica ma aperta ad altri professionisti, che produce buone pratiche, organizza formazione in tutta Italia e realizza materiali per i cittadini. Nell'episodio 45 la raccontano il presidente Gianluca Castiello e la vicepresidente Silvia Bond.
Quante persone hanno lesioni cutanee in Italia?
Secondo le stime citate nell'episodio 45 da Gianluca Castiello, presidente di AISLeC, in Italia circa 2 milioni di persone convivono con lesioni cutanee e ogni anno si registrano circa 200.000 nuove lesioni. Per questo in letteratura si parla spesso di epidemia silenziosa.
Quanto sono frequenti le lesioni da pressione in ospedale?
Una meta-analisi pubblicata sull'International Journal of Nursing Studies (2020), su oltre 2,5 milioni di pazienti adulti, ha stimato una prevalenza delle lesioni da pressione del 12,8% tra i ricoverati. L'8,4% dei pazienti sviluppava la lesione durante il ricovero. Le sedi più colpite sono sacro, talloni e anca.
L'infermiere può scegliere in autonomia una medicazione?
Sì, se lavora secondo linee guida e buone pratiche. Nell'episodio 45 Silvia Bond, vicepresidente di AISLeC, spiega che l'autonomia professionale non significa lavorare da soli, ma prendersi la responsabilità delle proprie scelte seguendo le evidenze scientifiche e condividendo il piano di cura con gli altri professionisti.
Cosa prevede la legge Gelli-Bianco per le linee guida?
La legge 24 del 2017 prevede che i professionisti sanitari si attengano alle linee guida pubblicate nel Sistema nazionale linee guida e, in loro assenza, alle buone pratiche clinico-assistenziali. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, le raccomandazioni di buona pratica sono elaborate dalle società scientifiche iscritte nell'apposito elenco del Ministero della Salute.
Cos'è il metodo teach-back?
È una tecnica di educazione terapeutica: il professionista spiega un'informazione e poi chiede al paziente o al caregiver di ripeterla con parole proprie, per verificare che l'abbia capita. Una revisione sistematica del 2020 lo ha trovato efficace in 19 studi su 20. AISLeC lo usa in uno studio sulle lacerazioni della pelle.
Fonti
- Istituto Superiore di Sanità: Buone pratiche clinico-assistenziali, Sistema Nazionale Linee Guida
- Li Z et al.: Global prevalence and incidence of pressure injuries in hospitalised adult patients: A systematic review and meta-analysis. International Journal of Nursing Studies (2020)
- Guest JF et al.: Cohort study evaluating the burden of wounds to the UK's National Health Service in 2017/2018: update from 2012/2013. BMJ Open (2020)
- Talevski J et al.: Teach-back: A systematic review of implementation and impacts. PLoS One (2020)