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La Sanità non ha Bisogno di Eroi, ma di Processi

Giacomo Baldi, anestesista e co-fondatore di GAPMED, spiega perché la media dei medici per abitante nasconde i deserti sanitari e cosa cambierebbe davvero.

La Sanità non ha Bisogno di Eroi, ma di Processi
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Giacomo Baldi — Medico anestesista, co-fondatore di GAPMED

Ultimo aggiornamento: 2026-09-23

Quanto tempo hai?

Alla domanda di rito, chi è Giacomo Baldi, la risposta è «non lo so», seguita da una risata. Poi si corregge: è un ingegnere informatico che a un certo punto, per motivi ancora da capire, si è iscritto a medicina ed è diventato anestesista. Tutto questo, aggiunge, perché non aveva capito che voleva fare l'imprenditore, l'ha capito tardi e adesso sta recuperando il tempo.

Oggi è co-fondatore di GAPMED, azienda nata nel gennaio 2020, in tempi, osserva, «per poco non sospetti», che si occupa di staffing sanitario: fornire alle cliniche chirurgiche le figure che servono a far funzionare una sala operatoria, anestesisti, infermieri e chirurghi.


Il personale sceglie

La prima domanda vera è se nel 2025 abbia ancora senso parlare di selezione del personale sanitario, o se ormai si tratti di ricerca pura.

Entrambe, risponde. Serve ricerca per portare i talenti giusti nelle strutture giuste, perché l'offerta di personale è scarsissima e la domanda enorme. La conseguenza è che il rapporto di forza si è rovesciato: il personale può permettersi di scegliere quale pacchetto di carriera risponda meglio alle proprie necessità e al proprio equilibrio di vita.

Gli intervistatori rilanciano con un tema che il podcast ha già affrontato più volte: oggi molti professionisti non cercano necessariamente la paga migliore. Baldi conferma di riscontrarlo enormemente nella propria community di medici e infermieri, e aggiunge un passaggio che sposta il discorso dall'HR all'organizzazione: «il work life balance non viene soltanto da far incontrare la struttura con il professionista, ma viene anche dal dargli strumenti affinché quella life sia effettivamente migliore».

L'esempio è il loro: gestiscono la parte chirurgica per due grandi gruppi ospedalieri italiani, e «i nostri chirurghi sono estremamente contenti del fatto che non devono più occuparsi di tutto il backoffice, gestiamo tutto noi».


Metà del tempo

Il dato che porta a sostegno lo introduce come cosa nota: circa il 50% del tempo di un medico se ne va in lavoro burocratico e amministrativo.

Per curiosità, lo studio più citato su questo tema è uscito nel 2016: gli Annals of Internal Medicine hanno pubblicato il lavoro di Christine Sinsky e colleghi, uno studio osservazionale sull'impiego del tempo dei medici in quattro specialità ambulatoriali. Il risultato: 27% della giornata in contatto diretto con il paziente, 49,2% tra cartella clinica elettronica e lavoro di scrivania. E per ogni ora passata con i pazienti, circa due ore di documentazione.

È uno studio statunitense su setting ambulatoriali, e l'ordine di grandezza è quello di cui parla l'ospite.


Il Tenex Engineer, applicato alla sala operatoria

Alla domanda se la carenza si possa colmare con figure ibride formate più rapidamente, Baldi ammette di non saper rispondere, e la ragione che dà è interessante.

Da un lato si stanno formando più medici e più infermieri, l'apertura del numero chiuso ha luci e ombre, precisa, ma qualche effetto lo avrà. Dall'altro la tecnologia corre a una velocità tale che il fabbisogno stesso diventa incerto: se un medico diventasse dieci volte più efficace, quanti ne stiamo inserendo davvero? «Potrebbero essere pochi se non introduciamo la tecnologia, potrebbero essere troppi se la introduciamo molto rapidamente», dice.

È una risposta che rifiuta la domanda, ma nel modo giusto: la programmazione del personale sanitario si fa su orizzonti di dieci o quindici anni, e in quell'arco l'ipotesi che la produttività di un professionista resti costante non è più neutra.

Da lì arriva il passaggio che dà il titolo all'intervista. «I processi sono fatti da persone e metodi.» E ancora: «se tu cambi metodi la persona diventa 10 volte più efficace di quello che faceva prima».

E porta l'analogia che viene dal suo primo mestiere: nelle startup californiane si parla del 10x engineer, quello che da solo fa il lavoro di dieci ingegneri junior. «Non è un genio», è la frase importante, «è semplicemente che ha standardizzato la metodologia di lavoro, ha applicato le conoscenze e quindi riesce ad avere un output assolutamente maggiore».

Aggiunge però una cautela che non sempre si sente da chi viene dal software: in sanità l'organizzazione è poco flessibile, e giustamente, perché ci si occupa della salute dei cittadini e il margine di errore deve essere zero.


Dove intervenire: la scrivania e la logistica

Alla domanda sulla priorità, Baldi indica due ambiti e ne esclude implicitamente un terzo.

Il primo è burocratico. Secondo la sua stima, il 97% dei dati di un ospedale è spesso inaccessibile dall'esterno e spesso non digitalizzato. La conseguenza è concreta: qualcuno scrive, qualcuno fa data entry. Togli quello, dice da anestesista, e fai quattro interventi in più in una giornata perché il tempo di cambio sala si riduce.

Il secondo non è clinico ma logistico, e la descrizione che ne dà spiega perché l'ottimizzazione conta tanto: un atto chirurgico comporta l'organizzazione di un numero importante di attori. Ci deve essere l'infermiere, il chirurgo, l'anestesista, la strumentazione, e qualcuno che si sia occupato di sterilizzarla correttamente la sera prima. Tutto va gestito con enorme precisione, e su questo, conclude, c'è un grosso margine di miglioramento.

Nota bene: nessuno dei due ambiti è la cura del paziente. È il punto dell'intervista.


La media del pollo

La domanda migliore arriva verso la fine: è corretto chiamarla carenza, o è ormai una caratteristica strutturale a cui adattarsi?

Baldi risponde in due modi, e il primo è il pezzo che apre il video. Se fai la famosa media del pollo, dividi il numero di medici per la popolazione, ottieni una statistica che a livello europeo non è affatto male. Il problema è che quella statistica va calata sul territorio, e l'Italia non è uniforme. Il medico di base a Milano non dovrebbe essere un grosso problema; in Valtellina, o in territori remoti, lo è.

La formula che usa è la più efficace dell'intervento: «esistono deserti sanitari accanto a pletore di specialisti» che servono un territorio urbano. Una carenza così, conclude, è molto difficile da trattare con una statistica di base: bisognerebbe almeno usare le densità di popolazione.

I dati gli danno ragione in modo quasi letterale. Secondo il profilo sanitario OCSE dedicato all'Italia, nel 2023 il Paese contava 5,4 medici ogni 1.000 abitanti contro una media europea intorno a 4,3, oltre il 25% in più. Ma nello stesso periodo la densità dei medici di medicina generale è scesa di circa il 13%, con una carenza stimata tra i 2.910 e i 5.897 medici di famiglia. E sul versante infermieristico il rapporto si inverte: 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti contro una media UE di 8,4, cioè circa il 20% in meno.

Detto altrimenti: l'Italia ha più medici della media europea, meno infermieri, e i medici che mancano sono proprio quelli di prossimità. La media nasconde tutte e tre le cose.


Non esiste l'integratore

Gli intervistatori chiudono con una metafora, se ho una carenza, esiste un integratore che la colma? Baldi risponde che non esiste una soluzione rapida. Quello che esiste è portare avanti più fronti in parallelo: formare più medici e più infermieri, e nello stesso tempo far correre processi e tecnologie. Cita le soluzioni viste quel giorno in fiera, telemedicina e teleconsulto, con un'osservazione precisa: riducono i territori, e riducendo i territori riducono anche la carenza.

Sull'ultima domanda, come si è competitivi sulla qualità in un mercato che gareggia sul prezzo, la risposta comincia con una risata. Abbassare il prezzo non funziona.

L'assunto da cui parte è che la qualità clinica che puoi fornire dipende da quanto il personale lavora in team e da quanto è integrato nei processi della clinica. «Se io mando un infermiere un giorno a fare un turno, posso risolvere un'urgenza puntuale, ma non sto risolvendo un problema», dice. Quello che fanno loro è costruire team, integrarli nel sistema e gestire il turnover mantenendo indici di qualità clinica. L'infermiere disponibile per un giorno resta nel database delle urgenze; il personale che conta va fidelizzato e fatto lavorare su due, al massimo tre clienti.


Il punto

Il titolo lo dice, ma il contenuto lo dimostra in tre modi diversi.

Metà del tempo di un medico non è dedicata ai pazienti, e non per colpa sua. Un intervento chirurgico dipende da una catena logistica che comincia la sera prima, con la sterilizzazione. E la carenza di personale, guardata da vicino, non è un numero troppo basso ma una distribuzione sbagliata, troppi specialisti dove ci sono già, nessun medico di famiglia dove non c'è nient'altro.

Nessuna di queste tre cose si risolve chiedendo a qualcuno di impegnarsi di più.

Guarda l'intervento completo con Giacomo Baldi, registrato a HealthTech XPO in Università Bocconi.


I numeri citati nell'intervento

  1. ~50% del tempo di un medico in lavoro burocratico e amministrativo secondo l'ospite; 49,2% in cartella elettronica e lavoro di scrivania contro 27% di contatto diretto col paziente nello studio Sinsky, Annals of Internal Medicine 2016.
  2. 97% dei dati di un ospedale inaccessibile dall'esterno e spesso non digitalizzato, secondo la stima dell'ospite.
  3. 4 interventi in più al giorno recuperabili riducendo i tempi di cambio sala, secondo la sua esperienza da anestesista.
  4. 2 grandi gruppi ospedalieri italiani per cui l'azienda gestisce la componente chirurgica.
  5. 2-3 clienti al massimo per professionista, come regola per mantenere la qualità clinica.
  6. Riferimenti OCSE aggiunti da noi: 5,4 medici e 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti in Italia (2023), contro ~4,3 e 8,4 di media UE; densità dei medici di famiglia in calo del 13% in dieci anni.

Takeaway

  • Quando senti dire che in Italia mancano i medici, chiedi dove: il totale nazionale è sopra la media europea, la distribuzione no.
  • Il numero che manca davvero non è quello dei medici ma quello degli infermieri, dove l'Italia è circa il 20% sotto la media UE.
  • Ridurre il lavoro amministrativo non è un miglioramento di comfort: è tempo clinico che torna disponibile.
  • Fornire personale a chiamata risolve un turno scoperto, non un reparto: la qualità dipende dal fatto che le stesse persone lavorino insieme abbastanza a lungo.

Domande frequenti

In Italia mancano davvero i medici?

Dipende da come si conta. Baldi lo chiama «la media del pollo»: dividendo i medici per la popolazione l'Italia non sta male rispetto all'Europa, ma quella statistica va calata sul territorio. Il medico di base a Milano non è un problema, in Valtellina sì: esistono deserti sanitari accanto a concentrazioni di specialisti nelle aree urbane.

Quanto tempo di un medico se ne va in burocrazia?

L'ospite indica circa il 50%. Lo studio di riferimento, Sinsky e colleghi, Annals of Internal Medicine 2016, misura 49,2% del tempo in cartella clinica elettronica e lavoro di scrivania contro il 27% di contatto diretto con il paziente.

Basterà formare più medici e infermieri?

Baldi non lo dà per scontato in nessuna delle due direzioni. Se la tecnologia rende un professionista molto più efficace, il fabbisogno cambia: potrebbero risultare pochi senza tecnologia e troppi con un'adozione molto rapida. Non esiste, dice, una soluzione veloce: vanno portati avanti più fronti in parallelo.

Dove conviene intervenire per primo nell'organizzazione ospedaliera?

Su due ambiti. Il burocratico, secondo l'ospite gran parte dei dati di un ospedale non è digitalizzata, quindi qualcuno li trascrive a mano, e il logistico, perché un intervento chirurgico richiede di coordinare con precisione persone, strumentazione e sterilizzazione.

Perché abbassare il prezzo non funziona nella fornitura di personale sanitario?

Perché la qualità clinica dipende da quanto il personale lavora in team e da quanto è integrato nei processi della struttura. Mandare un infermiere per un singolo turno risolve un'urgenza puntuale, non un problema: la strada indicata è fidelizzare e concentrare ciascun professionista su due o tre clienti al massimo.

Fonti

  1. Sinsky C. et al.: Allocation of Physician Time in Ambulatory Practice: A Time and Motion Study in 4 Specialties. Annals of Internal Medicine (2016): 27% di contatto diretto col paziente, 49,2% in cartella elettronica e lavoro di scrivania
  2. OCSE: Health Profile 2025: Italia. 5,4 medici ogni 1.000 abitanti contro una media UE di circa 4,3; 6,9 infermieri contro 8,4; densità dei medici di medicina generale in calo di circa il 13% in dieci anni
  3. Skeptical Health on tour x HealthTech XPO 2025: #6 La Sanità non ha Bisogno di Eroi, ma di Processi, con Giacomo Baldi (2026)
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