Collaborazioni 11 min di lettura

Privatizzare la Sanità la Rende più Efficiente?

Michele Nicchio, presidente di AIOP Lombardia, sul nuovo assistente infermiere, sulle sperimentazioni gestionali e sul 7% del PIL che non è un numero magico.

Privatizzare la Sanità la Rende più Efficiente?
C
G

Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Michele Nicchio — Presidente AIOP Lombardia, vicepresidente nazionale AIOP

Ultimo aggiornamento: 2026-09-23

Quanto tempo hai?

Michele Nicchio è presidente di AIOP Lombardia e vicepresidente nazionale dell'associazione che rappresenta la sanità privata accreditata, ospedali e strutture residenziali.

La registrazione avviene in Assolombarda davanti a un pubblico di studenti dei corsi sociosanitari, e la prima parte non parla di pubblico e privato affatto: parla di cosa fa un infermiere e di perché quasi nessuno lo sa.


Perché parlare a chi deve ancora scegliere

Alla domanda sul perché sia importante incontrare i futuri professionisti, Nicchio esordisce con una battuta che non è del tutto una battuta: per convincerli a intraprendere questa carriera.

La ragione che porta è demografica. L'innalzamento dell'età media e la crescente necessità di cure faranno sì che serva sempre più assistenza infermieristica. E aggiunge l'osservazione che dà il senso alla giornata: quando si pensa alla sanità si pensa ai medici, alle strumentazioni, alla diagnostica, e non si riflette sul fatto che l'infermiere è quello che passa più tempo con il paziente, che lo assiste dall'inizio alla fine del suo percorso.

Il dato strutturale gli dà ragione sulla dimensione del problema: secondo l'OCSE, l'Italia conta 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti contro una media europea di 8,4, circa il 20% in meno.


Perché è difficile spiegare cosa fa un infermiere

Gli intervistatori raccontano di aver intervistato alcuni studenti prima dell'evento, e di aver trovato l'idea che il lavoro infermieristico sia soprattutto relazionale, senza una componente tecnica e di programmazione.

La spiegazione di Nicchio è netta: nell'immaginario collettivo l'infermiere è visto come il seguito del medico, l'assistente, «per non dire il segretario del medico». Mentre è un professionista con competenze proprie, che segue la parte operativa della gestione del paziente, con responsabilità proprie.

E ammette di avere la stessa sensazione quando parla con i ragazzi: non sanno quali siano davvero le attività di un infermiere.


L'assistente infermiere, e la domanda che ne deriva

Il tema più attuale dell'intervista è l'introduzione di una nuova figura, l'assistente infermiere, confermata pochi giorni prima della registrazione.

Alla domanda se abbia senso aggiungere una figura quando già non è chiaro chi fa cosa, Nicchio risponde «sì, ma risposta molto democristiana», e la risposta a due facce è effettivamente la parte utile.

Perché sì. Un tempo esisteva l'infermiere generico, figura scomparsa con l'introduzione della laurea. Una figura a metà strada fra infermiere e OSS potrebbe sgravare l'infermiere di attività che oggi gli competono ma che, per carenza di personale, fatica a svolgere, e che l'OSS formalmente non può fare.

Perché con cautela. Le mansioni non sono ancora declinate nel dettaglio, e prima di completare la riforma andrebbe chiarito esattamente chi fa che cosa.

Su quest'ultimo punto, per curiosità, ecco cosa stabilisce il decreto. I decreti sull'assistente infermiere e sul nuovo profilo OSS sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale nel giugno 2025. Il percorso dura da 6 a 12 mesi per almeno 500 ore, 200 di teoria, 280 di tirocinio clinico, 20 di esercitazioni, ed è riservato a chi ha già la qualifica di OSS, un diploma e almeno 24 mesi di esperienza. Le attività previste comprendono rilevazione dei parametri vitali, somministrazione di ossigeno e primo soccorso, oltre al supporto nella preparazione della terapia e nell'educazione del paziente, svolte collaborando e attenendosi alle indicazioni e ai programmi dell'infermiere.


La domanda che ogni studente si farà

Da qui gli intervistatori pongono la questione scomoda: se il divario retributivo fra assistente infermiere e infermiere sarà piccolo, a fronte di percorsi formativi completamente diversi, perché una ragazza dovrebbe fare tre anni di laurea?

Nicchio non nega il problema. Si aspetta che il gap sia proporzionale alla differenza di mansioni e che quindi non sia enorme. Ammette che il dubbio possa sorgere.

Ma la risposta che dà è la cosa migliore dell'intervista, perché sposta il confronto dal punto di partenza al punto di arrivo.

L'assistente infermiere, dice, è l'ultimo livello a cui quel percorso formativo può arrivare. Il percorso infermieristico con la laurea è invece solo l'inizio: dopo ci sono master, dottorati, specializzazioni. Quindi la domanda che un ragazzo dovrebbe porsi non è quanto guadagnerà il primo anno, ma fino a dove vuole spingersi.

La formula con cui chiude è la sintesi: il punto di partenza è molto vicino, il possibile punto di arrivo rimane più distante.


Il «minestrone» della parola privato

Sulla differenza fra pubblico e privato, Nicchio comincia dove cominciano tutti gli ospiti di questa serie: dicendo che si fa confusione.

Il termine privato, dice, diventa un minestrone unico in cui finiscono il privato accreditato, il privato puro, le società fra professionisti, le cooperative di medici, tutto ciò che non è pubblico.

AIOP rappresenta il privato accreditato, cioè convenzionato con il servizio sanitario. E la conseguenza che ne trae è quella che ripete più volte: per il cittadino e per il professionista non c'è differenza. Stesso servizio, gratuito o con lo stesso ticket a seconda delle esenzioni. Due componenti dello stesso sistema.


Suzzara, e cosa cambia per chi ci va

L'esempio concreto è l'ospedale di Suzzara, gestito dal gruppo di cui fa parte.

La ricostruzione: era un ospedale pubblico che necessitava di investimenti importanti per la riqualificazione. La Regione aveva già destinato le risorse disponibili all'azienda ospedaliera di Mantova, e non ce n'erano abbastanza anche per Suzzara, come per le strutture di Castiglione delle Stiviere e Volta Mantovana. Il Mantovano, osserva, è stato «la culla delle sperimentazioni gestionali» in Lombardia.

La soluzione adottata: l'ospedale pubblico affidato in gestione a una società privata, che lo ha ristrutturato con fondi propri, continuando a erogare gli stessi servizi. Per il cittadino, insiste, non è cambiato nulla.

Da qui la sua replica all'argomento politico che considera demagogico, che le risorse pubbliche date ai gestori privati siano sottratte alle strutture pubbliche. La sua posizione: se la struttura è accreditata, per il cittadino non cambia niente, quindi non sono risorse distratte dal sistema. Cambia la natura giuridica di chi eroga il servizio.

È un argomento solido sul piano della prestazione singola. Quello che non affronta, e nessuno glielo chiede, è la questione allocativa a monte: quanta capacità pubblica si sceglie di costruire e quanta di acquistare. Su quella si può legittimamente non essere d'accordo anche accettando tutto il resto del ragionamento.


«Il privato fa solo quello che gli conviene»

Gli intervistatori portano l'obiezione dicendo esplicitamente che arriva dalla loro community. Nicchio conferma che la sentono anche a lui, e risponde con due argomenti.

Il primo è regolatorio. È la Regione a decidere quanto e come utilizzare le capacità del privato. La Lombardia è fra quelle che lo usano di più, al punto che in Regione alcune strutture private eseguono anche alcune tipologie di trapianti d'organo.

Il secondo è l'esempio che sceglie, ed è il più concreto: in Lombardia diversi pronto soccorso di primo e secondo livello si trovano dentro strutture private. E l'emergenza-urgenza, dice, non è un'attività che si faccia per convenienza, «se fai parte del sistema è giusto che ti prendi la parte più bella e la parte meno bella».

Aggiunge poi il dettaglio operativo che smonta l'idea di libertà di scelta: da alcuni anni la Regione, all'inizio dell'anno, assegna struttura per struttura le numeriche delle prestazioni da eseguire, quante ecografie, di che tipo, quante TAC, quante risonanze, quante prime visite, sulla base delle liste d'attesa e della programmazione. «Non sono io che posso decidere domani mattina di trasformare l'ortopedia in cardiologia.»

E poi fa una cosa che gli va riconosciuta: non si nasconde. Le strutture di diritto privato sono società, e mentre una struttura pubblica in perdita viene ripianata dal bilancio regionale, la perdita di una struttura privata accreditata è tutta a carico della società. Quindi l'attenzione all'efficienza c'è, e lo dice.


Perché il pubblico non ce l'aveva fatta

La domanda successiva è la più diretta: perché il pubblico non riusciva a tenere in piedi quegli ospedali? Soldi, competenza o burocrazia?

Nicchio premette di dover «scagliare una lancia a favore del pubblico», e l'argomento che porta non riguarda le persone.

Il pubblico, in quanto pubblico, ha vincoli normativi nei processi decisionali, nell'assunzione del personale, nella scelta dei fornitori. In strutture medio-piccole, un centinaio di posti letto, come quelle mantovane, ciò che rende sostenibile la gestione è la velocità dei processi decisionali, e la macchina pubblica non può averla.

L'esempio: per comprare una macchina diagnostica lui chiama i fornitori principali, li mette in fila e decide in qualche settimana. Nel pubblico ci sono le gare, e le gare vengono spesso impugnate da chi le perde.

La frase con cui chiude è la più onesta dell'intervista, perché è a suo carico: anche io, se domani dovessi gestire una struttura pubblica con le regole del pubblico, non riuscirei ad avere lo stesso livello di efficienza. Non è una questione di bravura dell'amministratore.

Sulle assunzioni aggiunge una considerazione: nei concorsi, chi ha i titoli migliori o scrive il tema più bello non è necessariamente il migliore sul campo.

Una domanda per riflettere. Gare e concorsi sono anche la contropartita del fatto che si spendono soldi di tutti: dove passa il confine fra controllo necessario e lentezza evitabile? È lo stesso nodo che Alessandro Venturi, dal lato pubblico, chiama «l'ipocrisia di un sistema basato sul sospetto».


Il 7% del PIL, il «sacro graal»

La domanda finale è quella che il podcast pone a tutti: la spesa sanitaria italiana è alta o bassa, e ha senso guardarla in percentuale sul PIL?

La prima parte della risposta è realistica: non sarà mai sufficiente, perché è una rincorsa. Se la popolazione invecchia è segno che le cure funzionano, e più invecchia più ha bisogno.

La seconda parte è quella interessante. Sul famoso 7% del PIL, che definisce «il sacro graal» del dibattito, dice di non avere notizia che esistano prove cliniche che quella sia la misura giusta. E aggiunge, correttamente, che non ci sono neanche prove che sia sufficiente: magari nemmeno il 7% basta. Se gli si chiede se il 7 sia meglio del 6, risponde di sì. E il 7 e mezzo ancora meglio, e l'8 sarebbe bellissimo.

È utile sapere da dove viene il numero. Il riferimento più citato in letteratura non è il 7% ma il 5% del PIL di spesa pubblica, proposto da Di McIntyre e Filip Meheus in un lavoro Chatham House come soglia per progredire verso la copertura sanitaria universale, ricavata correlando la spesa pubblica con indicatori di accesso e protezione finanziaria. È una soglia di politica sanitaria, non un parametro clinico validato. Il che non la rende inutile, serve a dare un ordine di grandezza, ma conferma che non esiste il numero magico che Nicchio mette in dubbio.

Per riferimento: la spesa sanitaria pubblica italiana è al 6,2% del PIL secondo i dati 2025 della Fondazione GIMBE, contro una media del 7,1% nei paesi OCSE europei.


La cosa che ha detto e che vale la pena ricordare

L'ultimo scambio riguarda un tema che gli intervistatori dicono di aver ricevuto privatamente dagli ascoltatori: il rinnovo del contratto per chi lavora nel privato accreditato.

Nicchio lo rimanda a una puntata dedicata, ma prima di farlo dice due cose che vale la pena registrare, perché vengono dal presidente dell'associazione dei datori di lavoro.

La prima: si dichiara fermo sostenitore del servizio sanitario nazionale, che definisce «una conquista fondamentale portata a casa alla fine degli anni Settanta» e da mantenere.

La seconda: se il ruolo delle strutture pubbliche e di quelle private accreditate ha la stessa importanza e la stessa dignità, allora quella dignità deve valere sotto tutti i punti di vista, quindi anche sulle retribuzioni dei lavoratori. Dice che il dialogo con il Ministero e con la Regione è aperto e spera sia alle battute finali.

È un impegno preso davanti a una telecamera, ed è il tipo di cosa su cui vale la pena tornare fra un anno.


Il punto

La domanda del titolo non riceve una risposta generale, e forse è giusto così.

Quello che Nicchio sostiene, e argomenta bene, è che in strutture medio-piccole la velocità dei processi decisionali fa la differenza fra sostenibile e insostenibile, e che quella velocità la forma giuridica privata la consente e quella pubblica no, indipendentemente da chi ci lavora. È un'affermazione circoscritta e concreta, molto più utile dello slogan «il privato è più efficiente».

Una domanda per riflettere. Quanto di quella lentezza è il prezzo necessario del controllo pubblico sulla spesa, e quanto invece è burocrazia che si potrebbe togliere senza perdere nulla? Finché le due cose restano insieme, ogni confronto fra pubblico e privato le misura entrambe.

Guarda l'intervento completo con Michele Nicchio, registrato in Assolombarda all'evento «Viaggio nelle professioni infermieristiche».


I numeri citati nell'intervento

  1. ~100 posti letto: la dimensione delle strutture mantovane in sperimentazione gestionale, medio-piccole su scala nazionale.
  2. 3 anni di laurea infermieristica, contro il percorso più breve dell'assistente infermiere. Secondo i decreti: 6-12 mesi e almeno 500 ore, riservato a OSS con diploma e 24 mesi di esperienza.
  3. 7% del PIL come soglia di spesa sanitaria messa in dubbio dall'ospite. Riferimento in letteratura: 5% di spesa pubblica (Chatham House); spesa italiana attuale 6,2%, media OCSE europea 7,1%.
  4. Dato aggiunto da noi: 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti in Italia contro 8,4 di media UE.

Takeaway

  • L'assistente infermiere non è una scorciatoia per diventare infermiere: è un percorso che parte da una qualifica OSS già acquisita e ha un tetto.
  • Se stai scegliendo, la domanda utile non è quanto guadagni il primo anno ma dove ciascun percorso può arrivare.
  • Nel privato accreditato le prestazioni da erogare le assegna la Regione, struttura per struttura: la libertà di scegliere solo il conveniente non c'è.
  • Il vantaggio di efficienza rivendicato dal privato riguarda la velocità decisionale nelle strutture piccole, non la qualità clinica.
  • Non esiste una percentuale del PIL clinicamente validata per la spesa sanitaria: quando qualcuno cita una soglia, vale la pena chiedere da dove viene.

Domande frequenti

Che cos'è l'assistente infermiere?

Una nuova figura intermedia fra OSS e infermiere, istituita per decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel giugno 2025. Il percorso dura dai 6 ai 12 mesi per almeno 500 ore, richiede la qualifica di OSS con diploma e 24 mesi di esperienza, e prevede attività come rilevazione dei parametri vitali, somministrazione di ossigeno e primo soccorso, svolte seguendo le indicazioni dell'infermiere.

Conviene ancora fare la laurea in infermieristica?

La risposta di Nicchio è sul percorso, non sullo stipendio iniziale: l'assistente infermiere è il livello massimo a cui quel percorso formativo arriva, mentre la laurea è un punto di partenza da cui si accede a master e dottorati. «Il punto di partenza è molto vicino, il possibile punto di arrivo rimane più distante.»

Per un paziente c'è differenza fra ospedale pubblico e privato accreditato?

Secondo l'ospite no: stesso servizio, stesso ticket, stesse esenzioni. La differenza è la natura giuridica di chi eroga, non il servizio erogato. Va ricordato che si parla del privato accreditato e contrattualizzato, non del privato puro.

È vero che il privato accreditato fa solo le prestazioni che gli convengono?

Nicchio lo nega portando due argomenti: è la Regione a stabilire quali attività e quante prestazioni ciascuna struttura deve erogare, e in Lombardia diversi pronto soccorso di primo e secondo livello sono dentro strutture private, attività che, dice, non si fanno per convenienza.

Che cosa sono le sperimentazioni gestionali?

Una formula con cui un ospedale pubblico viene affidato in gestione a una società privata, che lo ristruttura con fondi propri continuando a erogare gli stessi servizi. L'esempio portato è l'ospedale di Suzzara, nel Mantovano.

Il 7% del PIL è la soglia giusta di spesa sanitaria?

L'ospite mette in dubbio che quel numero abbia una base di evidenza. Per curiosità, il riferimento internazionale più citato in letteratura è una spesa pubblica di almeno il 5% del PIL, proposta come soglia di progresso verso la copertura universale, non come misura clinicamente validata.

Fonti

  1. Gazzetta Ufficiale / Quotidiano Sanità: decreti sull'assistente infermiere e sul nuovo profilo OSS: percorso di 6-12 mesi e almeno 500 ore, accesso riservato a OSS con diploma e 24 mesi di esperienza, attività svolte secondo le indicazioni dell'infermiere
  2. McIntyre D., Meheus F. (Chatham House): What level of domestic government health expenditure should we aspire to for universal health coverage? La proposta è una spesa pubblica di almeno il 5% del PIL
  3. OCSE: Health Profile 2025: Italia. 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti contro una media UE di 8,4
  4. Skeptical Health on tour x Assolombarda: Viaggio nelle Professioni Infermieristiche #1 Privatizzare la Sanità la Rende più Efficiente?, con Michele Nicchio (2026)
#assistente infermiere#privato accreditato sanità#sperimentazioni gestionali#carenza infermieri#spesa sanitaria PIL#professione infermieristica