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L'Ordine Infermieristico Non è un Sindacato

Gianmario Pedretti, presidente OPI Cremona, spiega perché l'ordine non è un sindacato e perché in crisi non è la professione infermieristica ma il suo racconto.

L'Ordine Infermieristico Non è un Sindacato
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Scritto da Cristian Valeri con Guido Magrin

Co-fondatore Skeptical Health · Infermiere Case Manager

Co-fondatore Skeptical Health · CEO & Co-Founder TeiaCare

Intervista con Gianmario Pedretti — Presidente dell'Ordine delle Professioni Infermieristiche di Cremona

Ultimo aggiornamento: 2026-09-23

Quanto tempo hai?

Gianmario Pedretti è presidente dell'Ordine delle Professioni Infermieristiche di Cremona. L'intervista, registrata in Assolombarda davanti a studenti che devono ancora scegliere cosa studiare, è breve ma contiene la distinzione più fraintesa del settore, e una riflessione sulla fuga all'estero che sposta la colpa da dove di solito la si mette.


Perché parlare a chi deve scegliere

La prima risposta è sulla consapevolezza. Scegliere un percorso universitario, dice, deve essere una scelta informata, e il panorama è vasto: ventitré professioni sanitarie, per cui decidere su quale orientarsi è complesso.

Il punto è chiaro: un ragazzo di diciotto anni si trova davanti a una ventina di strade che non sa distinguere.


«Non è in crisi la professione»

Alla domanda su perché sia tanto difficile spiegare cosa faccia un infermiere, con gli intervistatori che aggiungono il cliché del «segretario del medico», Pedretti dà la risposta che è anche una posizione.

Si parla costantemente di crisi della professione infermieristica. Lui sostiene che vada cambiata la narrazione, perché non è in crisi la professione: è in crisi il modo in cui viene rappresentata e vissuta.

E aggiunge la ragione pratica, rivolta a chi ascolta: «non scelgo una professione che tutti mi definiscono come essere in crisi». È un argomento circolare, la narrazione scoraggia le iscrizioni, le iscrizioni mancanti peggiorano le condizioni, le condizioni alimentano la narrazione, e vale la pena notarlo, anche se dall'intervista non emerge quanto di quella crisi sia davvero narrativa e quanto retributiva e organizzativa. Gli altri ospiti di questa serie, sul punto, sono meno ottimisti.

La definizione che dà del mestiere è asciutta: un professionista con un percorso di studi importante, che deve dare risposte a un bisogno di salute, e che oggi può verticalizzare su specializzazioni cliniche che prima non esistevano.


Ordine e sindacato: la distinzione

È il passaggio che dà il titolo, ed è il più utile per chi guarda da fuori.

Dal 2018, con la legge 3, la cosiddetta legge Lorenzin, l'ordine è un organo sussidiario dello Stato, e gli ordini provinciali fanno capo a una federazione nazionale, la FNOPI.

La funzione, riassume Pedretti, è doppia.

Verso l'interno, cioè verso gli iscritti: verifica della congruità dei titoli dichiarati e delle competenze maturate, osservate nel tempo per accertarne il mantenimento.

Verso l'esterno, cioè verso i cittadini: un sistema di garanzia. L'iscrizione all'ordine certifica che quell'infermiere è un professionista qualificato per erogare assistenza.

E poi la frase netta: l'ordine non è un sindacato. L'ordine non si occupa di politica sindacale del lavoratore iscritto. L'ordine vigila e tutela gli aspetti etico-professionali della professione. Due dimensioni totalmente diverse.

Aggiunge, con una punta di stanchezza, la precisazione che dice di ripetere spesso nella sua provincia: l'ordine non è l'organo che riscuote la tassa di iscrizione e basta.


Mappare le competenze, non i titoli

Alla domanda se in futuro si potranno certificare competenze tecniche specifiche e non solo il titolo, Pedretti risponde raccontando cosa stanno già facendo nell'azienda in cui lavora.

Stanno mappando le competenze di tutto il personale infermieristico e costruendo un sistema informatizzato che le distribuisca, per capire se un professionista che ha maturato certe capacità sia collocabile in un'area dove quelle capacità servono.

L'obiettivo che dichiara è aiutare i datori di lavoro, pubblici o privati, a impiegare il professionista dove può esprimere al meglio ciò che sa.

E la conclusione è una posizione sulla professione: dobbiamo uscire dall'idea che l'infermiere possa fare tutto perché è infermiere. Si occupa della salute del cittadino, ma si deve specializzare; e dove è specializzato, diventa il fulcro di quel settore.


Il vero motivo per cui si va all'estero

La domanda sull'esodo dei giovani professionisti riceve una risposta che sposta il bersaglio, ed è la parte migliore dell'intervista.

Pedretti non attacca la formazione, al contrario, sostiene che in Italia la formazione infermieristica sia tra le migliori in Europa. E non parla di stipendi, almeno non subito.

Quello che indica è il contenitore. Se un professionista si forma in modo impegnativo e poi entra in un contesto che quelle competenze non le riconosce né le valorizza, si crea una disillusione. E alcuni scelgono di andare dove il contenitore che può accoglierle è già pronto.

Gli intervistatori raccolgono e completano: non basta formare il professionista, bisogna preparare il contesto che lo riceve. E poi aggiungono il pezzo che manca, il tema contrattuale: mi specializzo, investo su di me, e poi resto identico a un collega che non ha alcuna specializzazione.

Su questo Pedretti ricorda che non è materia dell'ordine, e poi prende comunque posizione. La corrispondenza, dice, deve esserci anche a livello di trattamento economico. E aggiunge un dettaglio che chi non lavora in sanità raramente considera: quando gli infermieri si formano continuano a lavorare, quindi quella formazione va incastrata nella vita e nel turno. Se poi non porta riconoscimento, il conto lo si è pagato due volte.


Assistente infermiere: «la differenza è abissale»

Sul tema più caldo del momento, la nuova figura dell'assistente infermiere, Pedretti è più netto del presidente di AIOP intervistato due giorni prima.

Individua per primo il motivo della confusione, e non è banale: il problema sta nel nome. Si chiama «assistente infermiere» e contiene la parola infermiere, traduzione della terminologia anglosassone con cui la figura è identificata altrove. Da lì nascono i mal di pancia.

La differenza, per lui, è di natura: l'infermiere ha una laurea triennale e un percorso universitario che prosegue in master di primo e secondo livello, laurea magistrale, dottorati di ricerca e specializzazioni. L'assistente infermiere non è un percorso di laurea, è un percorso di formazione professionale.

E spiega perché la considera comunque utile, con un argomento che ribalta il timore: consente all'infermiere di governare il processo assistenziale, valutazione iniziale, pianificazione degli interventi, monitoraggio degli esiti, affidando ad altri le competenze di bassa complessità e alta riproducibilità.

Su un punto è categorico, e vale la pena riportarlo: se si chiama assistente infermiere, la formazione deve essere fatta dagli infermieri, nello specifico da infermieri con laurea magistrale, perché deve formarlo chi risponde del suo operato.

I decreti, pubblicati in Gazzetta Ufficiale nel giugno 2025, sono coerenti con questa descrizione: percorso da 6 a 12 mesi per almeno 500 ore, riservato a chi ha già la qualifica di OSS con diploma e ventiquattro mesi di esperienza, con attività, parametri vitali, ossigeno, primo soccorso, supporto alla preparazione della terapia, svolte attenendosi alle indicazioni dell'infermiere.


Le due obiezioni, e come risponde

Gli intervistatori non lasciano correre e ne portano due.

La prima: se la coperta è corta, creare l'assistente infermiere non scopre il fronte degli OSS? Pedretti riconosce il problema e risponde con un'immagine: la coperta è corta ma va ben direzionata. Qualche angolo resterà scoperto, ma se si copre bene il centro, il nucleo assistenziale, il processo resta governato.

Una domanda per riflettere. Se la coperta resta corta, quali angoli rischiano di restare scoperti, e chi se ne farà carico?

La seconda, posta dagli intervistatori, uno dei quali è infermiere: ho tempo per fare altro, ma di chi fa quello che facevo io devo sapere come è stato formato, e siamo ancora in una fase grigia. Qui Pedretti concede il punto: rispondere dell'operato di qualcun altro è un carico di responsabilità elevato, e quella figura deve essere ampiamente qualificata e sicura dentro il processo di cura.

E c'è un precedente storico che gli intervistatori tirano fuori: l'OSS con formazione complementare, «la terza S», che non ha funzionato. La risposta di Pedretti è che non sia vero in generale: in alcuni contesti quella figura è entrata in sintonia con l'équipe e ha dato un supporto reale. La differenza, secondo lui, l'ha fatta chi ha governato bene la transizione, ed è lì che si annida il rischio di fallire dall'inizio.

Riconosce infine che non tutti i colleghi sono favorevoli, perché si sentono privati di qualcosa che è sempre appartenuto all'infermiere.


L'ultima frase, che non è una sfumatura

Sul finale, gli intervistatori portano il tema degli stipendi, e Pedretti, dopo aver detto poco prima che non è materia dell'ordine, fa quella che chiama lui stesso «una piccola retromarcia» e dice la cosa più chiara di tutta l'intervista.

Un percorso di laurea triennale e un percorso professionalizzante come quello dell'assistente infermiere non possono avere una differenza di poche centinaia di euro. «Questo deve essere sanato da chi di competenza.»

È la stessa preoccupazione espressa, da un'altra posizione, dal presidente di AIOP nell'intervista precedente. Quando il rappresentante dell'ordine professionale e il rappresentante dei datori di lavoro dicono la stessa cosa sullo stesso tema, vale la pena prenderne nota.


Cosa è successo dopo

L'intervista è del gennaio 2026, e Pedretti annuncia che si sta lavorando alle specialistiche cliniche, «speriamo nel prossimo anno», indicando tre aree: emergenza-urgenza, area territoriale e sanità pubblica, area pediatrica.

È arrivato quello che aspettava, e nelle aree esatte che aveva indicato. Con i decreti ministeriali n. 159 e n. 177 del 2026 sono state istituite tre lauree magistrali a indirizzo clinico: cure primarie e infermieristica di famiglia e comunità, area intensiva ed emergenza, area neonatale e pediatrica. Si affiancano alla magistrale tradizionale in Scienze infermieristiche e ostetriche, che mantiene il taglio manageriale, formativo e di ricerca.

Partono dall'anno accademico 2026/2027, con quattordici atenei pronti nel primo anno, dodici corsi per le cure primarie, nove per l'area intensiva e dell'emergenza, cinque per l'area neonatale e pediatrica, e altri attesi nel 2027/2028.

Il che sposta la domanda dove Pedretti stesso l'aveva messa: la formazione arriva, i contenitori che dovranno accoglierla sono un'altra questione.


Il punto

Tre cose da questa intervista.

La prima è la distinzione fra ordine e sindacato, che chiarisce perché su certe battaglie, gli stipendi, l'ordine non è l'interlocutore, pur potendo dire la sua.

La seconda è il modo in cui Pedretti riformula la fuga all'estero: non come un problema di formazione o di vocazione, ma di contesti che non sanno usare le competenze che hanno pagato per creare. È una chiave di lettura su cui chi assume può interrogarsi guardando alla propria struttura.

La terza è che fra tutte le posizioni sentite su questa serie, l'associazione dei datori di lavoro, l'ordine professionale, gli studenti, una frase ricorre identica: fra chi fa tre anni di università e chi fa un corso professionalizzante non possono esserci poche centinaia di euro di differenza. Nessuno dei due interlocutori ha il potere di deciderlo.

Guarda l'intervento completo con Gianmario Pedretti, registrato in Assolombarda all'evento «Viaggio nelle professioni infermieristiche».


I numeri citati nell'intervento

  1. 23 professioni sanitarie fra cui scegliere, secondo l'ospite.
  2. 2018: la legge Lorenzin che rende gli ordini organi sussidiari dello Stato e istituisce la FNOPI.
  3. 3 aree di specializzazione clinica annunciate: emergenza-urgenza, territorio e sanità pubblica, pediatrica.
  4. Dato aggiunto da noi: le tre lauree magistrali cliniche sono state istituite con i decreti 159 e 177 del 2026, partono nel 2026/2027 in 14 atenei.
  5. Secondo i decreti, il percorso da assistente infermiere dura 6-12 mesi per almeno 500 ore, riservato a OSS con diploma e 24 mesi di esperienza.

Takeaway

  • L'ordine professionale non tratta stipendi e contratti: se il tema è quello, l'interlocutore è un altro.
  • L'iscrizione all'ordine è una garanzia per il cittadino, non una formalità burocratica per l'iscritto.
  • Assistente infermiere e infermiere non sono due gradi della stessa scala: sono due percorsi diversi, uno professionalizzante e uno universitario con proseguimento.
  • Se una struttura non riesce a trattenere professionisti formati, la prima cosa da guardare non è la formazione: è se quelle competenze vengono usate.
  • Dal 2026/2027 esistono specializzazioni cliniche universitarie per infermieri: è una novità concreta per chi sta scegliendo adesso.

Domande frequenti

Che differenza c'è tra un ordine professionale e un sindacato?

L'ordine non si occupa di politica sindacale degli iscritti: vigila e tutela gli aspetti etico-professionali della professione. Dal 2018, con la legge Lorenzin, gli ordini sono organi sussidiari dello Stato, con la FNOPI come federazione nazionale.

A cosa serve l'iscrizione all'ordine per un cittadino?

È una garanzia: l'iscrizione certifica che quel professionista ha le competenze riconosciute per erogare assistenza infermieristica. Verso l'interno, l'ordine verifica titoli e mantenimento delle competenze.

Che differenza c'è tra infermiere e assistente infermiere?

Secondo Pedretti è «abissale»: l'infermiere ha una laurea triennale con accesso a master, laurea magistrale, dottorati e specializzazioni; l'assistente infermiere è un percorso di formazione professionale. Le attività affidate sono a bassa complessità e alta riproducibilità, sotto la responsabilità dell'infermiere.

Perché alcuni infermieri sono contrari all'assistente infermiere?

Perché si sentono privati di qualcosa che è sempre appartenuto alla professione. L'ospite replica che si tratta di assistenza di base e monitoraggio di parametri che gli OSS già svolgono, e che delegarli libera tempo per i quesiti clinici di maggiore complessità.

Perché molti giovani infermieri vanno all'estero?

La lettura di Pedretti è che il problema non sia la formazione italiana, che considera tra le migliori in Europa, ma il contesto che riceve quella formazione: se le competenze acquisite non vengono riconosciute e valorizzate, nasce la disillusione che spinge ad andare altrove.

Esistono specializzazioni cliniche per infermieri?

Sì, e sono arrivate poco dopo questa intervista: tre lauree magistrali a indirizzo clinico, cure primarie e infermieristica di famiglia, area intensiva ed emergenza, area neonatale e pediatrica, istituite con decreti ministeriali del 2026 e attive dall'anno accademico 2026/2027 in quattordici atenei.

Fonti

  1. FNOPI: la legge Lorenzin (n. 3/2018): gli ordini diventano organi sussidiari dello Stato e nasce la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche
  2. Sanità33: nuove lauree magistrali specialistiche infermieristiche: decreti ministeriali n. 159 e n. 177 del 2026, avvio nell'anno accademico 2026/2027, 14 atenei nel primo anno
  3. Quotidiano Sanità: decreti su assistente infermiere e nuovo profilo OSS in Gazzetta Ufficiale
  4. Skeptical Health on tour x Assolombarda: Viaggio nelle Professioni Infermieristiche #2 L'Ordine Infermieristico Non è un Sindacato, con Gianmario Pedretti (2026)
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